Su un altro pianeta

Di Marco Aragno

La scena è familiare. Ti aggiri in uno scenario post-apocalittico intorno ad un edificio recintato, l’erba spelacchiata che si piega scricchiolando sotto i piedi, qualche pecora gialla stile Cernobyl che si accascia sul terreno. Davanti, mentre procedi stranito, una scritta “attenzione” ti piomba davanti agli occhi e ti ostruisce il passaggio. Così ti fermi, serri le palpebre. Poi le risollevi, le stropicci forte con le dita fino a farti male. Niente da fare: è reale. Preso dallo sgomento, riesci a malapena a trovare la forza per sollevare lo sguardo oltre il recinto. Davanti agli occhi, fra le losanghe dei cancelli, si staglia un immenso edificio grigiastro con delle ciminiere fumanti che svettano fra le nubi. Si accavallano d’improvviso sequenze sconnesse, parole biascicate ai bar, titoli lanciati sul giornale. Tutto ciò che hai sentito come un avvertimento negli anni passati ora acquista un senso. Ti convinci che ciò che vedi è già avvenuto, non molto lontano da qui. Quelle immagini di Acerra che pochi anni fa ti avevano inchiodato dinnanzi alla televisione ora ce le hai sotto casa. “Il termodistruttore di Napoli Est sarà costruito a Giugliano”, annuncia una voce al tg, mentre ti risvegli di scatto e stai a tavola, ad ingoiare un boccone. “La decisione è stata presa a seguito del summit fra Governatore della Campania, Presidente della Provincia, Ministro dell’Ambiente e Sindaco di Napoli”. La notizia appena annunciata oltrepassa le pareti di casa tua, la realtà irrompe nella tua vita attraverso la luce dello schermo. E d’un tratto cominci a guardare intorno a te, diffidi del prossimo boccone che devi ingoiare, di qualcosa che potrebbe giungere senza volerlo nel tuo stomaco, nei polmoni, attraverso l’ossigeno che stai inspirando. Poi emetti fiato, ti calmi, cerchi di aggrapparti ad un altro pezzo di realtà. Così guardi le due mele annurche sul centro tavola. Sono lì, ad un passo da dove stai mangiando. Pensi: sono il simbolo retorico di una Giugliano che non c’è più. Schegge di un eden perduto che i tuoi genitori hanno visto, ma di cui tu conservi un vago ricordo, sepolto nelle mente, flash di grossi alberi, di immense reti distese lungo le campagne sotto un sole trasparente. Un nonno forse le ha raccolte per te. Ma in fondo non si tratta solo della fine della tua infanzia, dell’odore di umido che annusavi passando fra i fazzoletti di terra sopravvissuti al cemento. Non si tratta delle solite mele. E’ qualcosa di più profondo che ti tira fuori dalla stanza e ti catapulta sotto un cielo ingombro di presagi. Ti senti esposto ad un destino che non hai voluto, ad un futuro che altri stanno decidendo per te. Non sarai più tu quello che rovisterà la frutta nelle cassette dei supermercati, né tu quello che vedrà i valori alterati del tuo sangue. Non sarà tua la terra su cui cammini, né tuoi i figli che porterai in grembo come una maledizione. Non sarà tua l’aria che ogni secondo respirerai, andando a lavoro, o passeggiando lungo il corso una domenica qualunque. Non sarai tu il corpo con cui ti muoverai nel tempo della tua vita. No, quelli che domani vedremo vivere a Giugliano in Campania, come ombre intraviste su un altro pianeta, non saremo più noi.

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Canecavallo, di Franco Marcoaldi

di Franco Marcoaldi

riposo

Corri canecavallo, corri dietro
gli aironi che sorvolano
in pattugli la laguna.
Non ha importanza alcuna
che sfuggano alla presa; correre
è l’unica gioia, l’unica fortuna.
Raspa, perlustra con la zampa
il ciuffo d’erica in cerca
del tesoro di lucertola che cela.
Saetta la tua coda
mentre si alza il canto
solenne di cicale.
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Debito pubblico, la parola che fa tremare l’Europa

Di Marco Aragno

Un fantasma si aggira per l’Europa. Ma, con buona pace di Marx, non è il comunismo. E’ qualcosa di più attuale che sta spodestando il gossip dai servizi del TG1 e sta facendo traballare la poltrona di Berlusconi più della diaspora dei finiani e delle alzate di testa della Lega. Il signore in questione ha un nome sinistro: si chiama debito pubblico. La sua popolarità, nelle ultime settimane, è in fortissima ascesa. Ed è sostenuta da un esercito di termini come ‘default’, ‘spread’, ‘deficit’, ‘recessione’, che stanno seminando il panico nei mercati finanziari di mezzo pianeta. Leggi l’articolo completo

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Fuori Da Ogni Possibile Mito – Recensione a Matteo Marchesini, Sala D’aspetto (Valigie rosse, Livorno 2010)

di Alex Caselli

Già da diverso tempo Matteo Marchesini (classe 1979) si muove con rara perizia critica e maturità espressiva nei territori non facili della critica culturale e militante, della letteratura tout court e del giornalismo. Come poeta ha congelato il meglio di sé in Marcia nuziale, libro del 2009 accolto nella collana diretta da Alfonso Berardinelli per Scheiwiller. Faceva d’appendice al volume un testo in cui egli rifletteva sulle occasioni (letture, incontri, scambi intellettuali e affettivi) che avevano colpito, fin dalle origini, la sua fantasia tentacolare di poeta e nello stesso tempo di osservatore e critico militante delle nuove generazioni di scrittori; (Marchesini ha dedicato saggi e articoli illuminanti ai letterati italiani degli ultimi decenni). Anche senza volerlo, il lettore, a chiusura di un testo così robusto e condito criticamente, non poteva evitare di porsi con curiosità in attesa delle prove future. Leggi l’articolo completo

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Giardino – Alex Caselli (Ed. Confine, 2010)

Di  Marco Aragno

http://www.con-fine.com/edizioni/images/Giardino.jpg

Analizzando la raccolta d’esordio di Alex Caselli, la prima considerazione da cui bisogna muovere è la scelta del titolo. ”Giardino”. Un titolo innocuo, e, se vogliamo, scarsamente evocativo per una silloge di poesie, ma che nella sua essenzialità offre una chiave di lettura significativa per accedere all’universo poetico di Caselli. ”Giardino” richiama subito alla mente del lettore un microcosmo, brulicante di vita, di animali e di piante che evolve silenziosamente secondo leggi e meccanismi naturali invisibili all’occhio umano. Allo stesso tempo, il giardino è anche uno spazio perimetrato, contenuto entro confini artificiali che ingenerano sicurezza nell’osservatore garantendogli una visione completa su una singola porzione di realtà. Leggi l’articolo completo

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Stralcio dalla prefazione di G. Masala, in: Ennio Porrino, I Shardana, Stoccarda 2009

Sono venuto a conoscenza della rappresentazione al Teatro San Carlo di Napoli di un’opera lirica intitolata I Shardana soltanto durante il lavoro di raccolta degli scritti di Felix Karlinger sulla Sardegna (per approfondimenti rimando al suo importante saggio: “Ennio Porrino. Profilo biografico e considerazioni sulla sua arte”, in: F. Karlinger/G. Masala, Omaggio a Ennio Porrino, Stoccarda 2009). E, in effetti, una lettura approfondita degli articoli dell’etnomusicologo tedesco ha contribuito enormemente alla conoscenza, non solo di quest’opera lirica ma anche di episodi importanti della vita – spesso sofferta anche se ricchissima di soddisfazioni – nonché dell’infinita messe musicale di Ennio Porrino, il cui nome è indissolubilmente legato alla Sardegna. Leggi l’articolo completo

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Andrè Breton, dal Manifesto surrealista

“Non sarà la paura della pazzia a farci lasciare a mezz’asta la bandiera dell’immaginazione”

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La trans-politica e l’avvento della videocrazia

La trans-politica e l’avvento della videocrazia

‘Onorevole Bindi, lei è più bella che intelligente’

(Silvio Berlusconi)

Qualcuno si sta chiedendo perché alcuni degli ultimi scandali politici hanno avuto come sfondo una vicenda sessuale? Perché mai i sex-gates, le escort e i transessuali abbiano finito per influenzare la sorte dei nostri governi? Perché il sesso è la cosa più privata che esista, uno degli aspetti della persona che il senso del pudore e il sentimento della vergogna ben si preoccupano di mettere al riparo da ogni indebita intrusione e da ogni esposizione pubblica. Non a caso la vita sessuale – e più largamente quella familiare – dovrebbe costituire il terreno maggiormente coperto dall’ombrello protettivo della privacy, pur non rinunciando ad essere un elemento costitutivo della nostra identità e della nostra immagine sociale. Mai come oggi, tuttavia, il sesso è entrato nei palazzi di potere, in una torbida con-fusione di quei confini tra sfera pubblica e sfera privata che la filosofia dell’ottocento si era affrettata a costruire con l’avvento degli stati liberali. Sotto questo punto di vista la vicenda di Marrazzo, che ha per protagonisti quattro ricattatori ed un transessuale, è quanto mai paradigmatica e restituisce tutto il senso del degrado nel quale sta versando la nostra società. La mescolanza artificiale dei codici sessuali, che il transgender riproduce in sé, si presta a rappresentare un diverso grado della politica, una trans-politica, cioè una nuova dimensione del potere nella quale interessi pubblici e privati vengono a comporsi in un’ibrida identità. Leggi l’articolo completo

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Exit

Di  Marco Aragno

supermarket

Forse ci risveglieranno dal neon
tutte quelle dita, il fruscìo che fanno
quando sfogliano copertine
di riviste patinate sugli espositori
ai lati di bianchi corridoi.
Ma non sono da abitare
gli scaffali, le file interminabili
di carrelli riempiti da mani veloci
e poi svuotati nel silenzio dei parcheggi.
Anche l’altoparlante annuncia
che è l’ora di andarsene, di tornare
all’antico conforto delle case
agli interni con televisore.
E più perse saranno le madri
dei figli che disperate cercheranno
nel brusìo, all’uscita dei supermercati.

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I Shardana – Opera lirica di Ennio Porrino

di Giovanni Masala

«Nella musica di Porrino la Sardegna possiede ben più che un insieme di note musicali; la musica di Porrino assicura per sempre alla sua terra, depositaria del grande tesoro, una voce in capitolo nella grande scena del mondo» (F. Karlinger).

Pochi sanno che Ennio Porrino è il maggiore compositore che la nostra isola abbia espresso. Innumerevoli sono le vie e le piazze che portano il suo nome, ma pochi sanno chi egli fosse veramente. Questo processo di riscoperta raggiungerà il suo apice il 14 e il 16 gennaio 2010, date in cui il Teatro Lirico di Cagliari riproporrà al pubblico la grande opera lirica I Shardana, che 50 anni fa ottenne un enorme successo al Teatro San Carlo di Napoli (21 marzo 1950), al Teatro Massimo di Cagliari (18 marzo 1960) e, per l’ultima volta (anche se solo in forma oratoriale), all’Auditorium del Foro Italico (Roma, 24 settembre 1960).

Nato a Cagliari nel 1910 e morto improvvisamente a Roma nel 1959 a soli quarantanove anni, Ennio Porrino rappresenta indubbiamente una figura di primissimo piano nel mondo componistico del nostro paese e sicuramente la più grande della Sardegna. Ancora ventenne si afferma con la lirica Traccas (su versi di Sebastiano Satta) nel concorso nazionale La Bella Canzone Italiana. Segue una strepitosa carriera il cui apice è sicuramente costituito dalla prima rappresentazione assoluta de I Shardana al Teatro San Carlo di Napoli; la sua morte improvvisa è di circa sette mesi più tardi. L’autorevole enciclopedia musicale tedesca Die Musik in Geschichte und Gegenwart riporta che «la grande opera I Shardana fu accolta dalla critica come “la più importante opera lirica composta in Italia in questo dopoguerra”» (Felix Karlinger, 1962). Ed effettivamente, all’indomani della rappresentazione sancarliana del 21 marzo 1959 le critiche sono eccezionalmente positive. Sia riviste specializzate che quotidiani attribuiscono a I Shardana tanti meriti e uno soprattutto unanime: la capacità dell’artista di coniugare magistralmente l’antica e gloriosa storia sarda con la musica classica moderna, attingendo nel contempo alla musica tradizionale dell’isola mediterranea.Il 18 marzo del 1960 I Shardana verrà rappresentata, in occasione della commemorazione del compositore, al Teatro Massimo di Cagliari, e riscuoterà anche nella capitale sarda un grandissimo successo; dopo, il silenzio… Era la prima e l’ultima volta che la cultura nuragica andava in scena! Non va dimenticato inoltre, che all’epoca della rappresentazione de I Shardana Porrino ricopriva ormai dal 1951 l’incarico di professore ordinario di composizione al Conservatorio romano di Santa Cecilia a cui si aggiunse, dal 1956, anche quello di Direttore del Conservatorio Giovanni Pierluigi da Palestrina di Cagliari e di Direttore Artistico dell’Ente Lirico e dell’Istituzione dei Concerti. Leggi l’articolo completo

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Andrea Inglese – Non succederà più nulla adesso

Non succederà più nulla adesso
non aspettare crescita, taglio di veli
notti con un diverso finale.
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Il sangue 1

di carlobrio

Ci è uno schifo in Ytaglya che si chiama Ytaglya. Chi ancora ama chiamarla col nomignolo bellino di Stivale, a ragione può continuare a farlo sapendo esserla uno Stivale di Merda. Suola di merda, tessuto di merda, ripieno di merda.

Questo articolo è a titolo personale, non riguarda gli altri signori che scrivono scrivevano scriveranno su questo sito quasi ormai sotto formalina. E a titolo personale dico che mi sono rotto i coglioni si sentire le parole gay ricchione frocio e compagnia bella ogni volta legate a fatti di cronaca nerorosacea a sfondo etico sociale, aggressioni, commiserazioni, supplicazioni, comunicazioni di servizio, annunci, protestelle, manifestioncine, eccetera eccetera. È ormai insostenibile questa realtà cronacata quasi quotidianamente negli ultimi due-tre mesi e tutti ne prendono atto. Sissignore, è insostenibile, Signore. E bene allora: tutti coloro che pensano che si indignano che soffrono che familiarizzano che s’interessano che fraternizzano che provano che si masturbano potrebbero, da qui in avanti, persuadersi che le manfrine lasciano il tempo che trovano e, tenendo conto che il femminino è tutto fuorché delicatezza e candore e gentilezza e il giglio bianco o rosso relativo o rosa fashion eccetera eccetera, cominciare a pensare oltre il proprio palmo di naso rinchiuso nel ghetto storico e storicizzato e ultra tematizzato della condizione di emarginazione dell’omosessuale nella società sessista sessuofoba razzista classista maschilista fascista (che sia fascista, una società, non ci stanno santi!) e prendere la situazione per le palle la fica le fiche palle e reagire senza comunicati stampa catene di solidarietà cartelloni slogan e urli megafonati o teleinvideati del tipo frocio è figo gay è bello figa+figa=figaggine siamo tutti uguali vogliamo il disarmo del pene (sì, perché, non contente, s’aggiungono pure le femministe e allora…) oppure quelle immaginette lassative che spopolano su facebook e poi tutti quei portali e portalini e porticine e spioncini e gabbiette con sabbietta lettierina e quella parolina candida angolofona che sta dietro a tutto – letteratura gay, notizie gay, moda gay, fotografia gay, mondo gay – idioti!- e fare come fanno tutte le altre minoranze di questo pianetucolo di merda e reagire versando sangue.

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Libri aperti a caso 3

Guido Ceronetti, La vita apparente, Adelphi, 1982, pgg. 223 e 227

SUICIDI SPERATI INVANO

Trovo piuttosto soprendente, e per niente esemplare, che il suicidio non abbia assolutamente corso tra gli uomini investiti delle massime responsabilità della nostra vita pubblica: non il suicidio per motivi privati d’infelicità domestica o di malattia intollerabile (se questi non li toccano, o trovano una tempra capace di resistergli, niente da deplorare), ma il suicidio per crollo di ubi consistam, per scoperta di aver adorato e servito un Dio che ha fallito, per vergogna di azioni proprie a danno della collettività, per disperazione di non aver potuto fare il bene che ci si era proposti, per l’impossibilità riconosciuta di adeguare la realtà al proprio sogno, o addirittura – cosa semplicemente divina – per espiare in se stessi le colpe che si suppongono di tutta la classe politica, di tutto il proprio partito, di fronte alla rivelazione della loro impotenza e irreparabilità.

I motivi ci sarebbero; ma per impugnare un’arma, ci vorrebbe un sussulto di coscienza. Se la noia di essere passati per troppi ministeri senza poter lasciare un buon ricordo in nessuno non basta, c’è la tristezza fatale di fronte alla piega delle cose, quando si sia vi-

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Il libro dei vent’anni – Silvia Avallone

Di   Marco Aragno

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Tutto continuava a parlare nel piccolo orto.

Ovunque le cose chiamavano le loro parole

E le parole correvano a dire, volavano piano

[…]

e volevano bene alle cose

(Silvia Avallone)

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