Sogno della Sorella

Anselm Kiefer, Böhmen liegt am Meer, 1995 (part.)

Non stavi né lì né qui, Ismene, sorella mia. Stavi con me. Ed era questa tomba; anzi, no, non era più una tomba. Stavamo, sì, appartate, ma potevamo uscire, mancava tutto un muro, e un grande chiarore si riversava dentro, e una luce bianca fuori, che non era veramente un fuori ma un luogo aperto che seguiva.
___Qui, da questa parte (indica da una parte), un corridoio stretto, e là, in fondo, una scaletta.
___Alcuni uomini, non so chi, passavano di lì, ma senza entrare, perché sapevano che qui, unite e appartate, c’eravamo noi, vestite tutte e due di bianco. C’era successo qualcosa. Eravamo come consegnate, come se avessimo riconosciuto tutto, un tutto che ci veniva chiesto di riconoscere; ma qualcosa di più ce lo avevamo messo per conto nostro, qualcosa che nessuno sapeva: il nostro segreto.
___Perché, sorella, noi abbiamo il nostro segreto, lo abbiamo sempre avuto. Da bambine, quando giocavamo, e quando litigavamo – “non voglio più giocare con te” – questo segreto era sottinteso. il nostro segreto. Lo sapevano tutti, che ce l’avevamo. Noi però non vi facevamo mai allusione. E nemmeno ora, io saprei dirtelo. Non è cosa da dirsi, ecco. Era da giocarsi, da giocare, il nostro gioco interminabile. In seguito era da farsi, da fare quello che io ho fatto da sola: accompagnare nostro padre, e poi andare a lavare il nostro esecrato fratello. Quando tu non sei venuta. E poi, sì, ora mi ricordo: tu hai voluto morire con me.
___Io, però, non te l’ho permesso. E lui, l’uomo del potere, quello che comandava – è ancora lì che da ordini? — quello che comanda solo per condannare è sembrato obbedire alla mia volontà – poiché in qualcosa doveva pur obbedire lui a me – ‘E non ti condanno a morte, voglio dire: ti condanno a vivere senza di me – egli condanna sempre -, e con l’angoscia di aver perduto il segreto, come un anello che si rompe e non serve più a nessuno’.
___Eppure no, Ismene, no, sorella. Tu non avevi l’obbligo di venire con me a lavare il nostro fratello senza onore, perché, vedi, ormai è chiaro, quella che lava sono io.
___Questo doveva far parte del segreto senza che noi lo sapessimo.
___Perché un vero segreto è un segreto che vale per tutti, e più che mai per coloro che unisce. No, noi lo sapevamo e non lo sapevamo, il nostro segreto, lo sentivamo, il segreto di noi sole solette. Un segreto nostro, di sorelle sole. Sorelle sempre, Ismene, ora lo vedi. Io sono andata, tu no. Questo però faceva parte del gioco, ti ricordi? Nel gioco io ero quella che calpestava più volte la riga e per questo, solo per questo, perdeva sempre. In tutto il resto ero brava, ma la riga la calpestavo sempre, facendo sempre avanti e indietro. Anna, la nostra Anna, me lo diceva: “Bambina, bambina, non fare tanto avanti e indietro, che non sta bene”. Io sono passata sulla riga e l’ ho oltrepassata, l’ho di nuovo passata e ripassata, andando e venendo dalla terra proibita. Lo avessi visto, sorella. Stava sopra una roccia, rossa del suo sangue, sangue fattosi ormai pietra, e io vi ho sparso sopra molta acqua, tutta quella che ho potuto, per lavarlo, lui, il sangue, e che scorresse. Perché il sangue non deve restare duro come pietra. No, che scorra, il sangue, perché questo è; una fonte, un ruscello che la terra inghiotte. Il sangue non è fatto per ridursi a pietra e attirare così gli uccelli di malaugurio, condor tignosi che vengono a sporcarsi il becco. Il sangue, così, porta sangue, chiama sangue, perché ha sete, il sangue morto ha sete, e poi arrivano le condanne, più morti, sempre di più, una sfilata senza fine. E io ho versato acqua, tutta quella che ho potuto, per calmare la sua sete, per dargli vita e perché vivo scorresse finché la terra non ne  fosse imbevuta, finché la terra non se ne impregnasse. Perché dalla terra, in seguito, sgorga; che vuole sgorgare, il sangue. Sgorga in una sorgente, in una fonte nella quale gli uccelli, anche quelli di malaugurio, bevono e si lavano il becco, lisciandosi poi con questo le piume e diventando, così, buoni. Il rosso, del sangue, la terra se lo tiene per darlo ai fiori, quelli che nascono senza un perché, i fiordalisi, le violette, i papaveri che nascono dove meno li si aspetta. La terra lo sistema tutto, lo distribuisce tutto. Be’, tutte queste cose, voglio dire, le fa se la lasciano. E non la lasciano, no; loro, quelli che comandano, non la lasciano mai. La lasceranno fare in pace il suo lavoro, una buona volta? Le sottraggono i morti, o glieli gettano con una maledizione attaccata al collo. E poi – vedi me, qui? – le gettano creature vive, vive come lo sono io, più viva che mai, vivente per davvero.
___Ascolta, però, sorella, tu che ti trovi ancora in alto sulla terra, ascoltami: me lo dirai, quando la peluria della primavera nascerà sopra questa tomba? Dimmi: quando nascerà qualcosa, dimmi, me lo verrai a dire? Io mi trovo qui, nelle viscere di pietra, ora lo so, condannata a che da me non nasca nulla. Vergine, mi portarono non dentro la terra, ma tra le pietre, perché, come da me viva, così non nasca nulla nemmeno da me morta. Io però sono qui che deliro, ho voce, ho voce…
___È aprile, continua a essere aprile, il toro celeste avanza nel cielo e manda la pioggia. La terra è tutta impregnata, l’odore di terra bagnata arriva fin qui. Adesso il Sole non splende più, e comincia a essere chiaro, tanto chiaro.
___Che chiarore senza lucentezza, meglio così, il Sole non lascia vedere, soffoca il chiarore. Adesso, è come se cominciassi a vedere, si sta facendo tutto così chiaro. E adesso che si sta facendo chiaro, tu vai pure via. Io mi stenderò qui come se fossi già morta, per vedere, a vedere…
___C’è una stella, qui? Sembrava, e invece no. È il Sole della notte, quello che non mi lasciava, che ritorna?
___Quello che mi teneva sveglia colla speranza dell’arrivo di qualcuno – di qualcuno, di lui – facendomi nello stesso tempo sentire, sapere, che non sarebbe arrivato mai.
___Questa luce, però, risplende: c’è una vita, qui dentro, una vita più forte della mia.
___Un dio, sei un dio? Ti aspettavo. Come ti azzardi, però? Non hai sangue, già lo vedo. Anche così, tuttavia, nemmeno tu sarai puro. Perché, guardami, sangue a me me ne resta poco, ormai, sono sempre stata pallida; e tu non l’hai mai avuto, sei forse puro per questo?
___La mia storia, lei sì che è sanguinosa. Tutta, tutta la storia è fatta col sangue, tutta la storia è di sangue, e le lacrime non si vedono. Il pianto è come l’acqua, lava e non lascia tracce. E il tempo, conta forse qualcosa? Non sto forse io qui senza più tempo, e quasi senza sangue, eppure in virtù di una storia, irretita in una storia? Il tempo può esaurirsi, e il sangue non scorrere più, se però sangue c’è stato ed è scorso la storia continua a trattenere il tempo, ad aggrovigliarlo, a condannarlo. A condannarlo. Per questo non muoio, non posso morire, finché non mi si dia la ragione di questo sangue e la storia non esce di scena, lasciando vivere la vita. Solo vivendo si può morire.

da La tomba di Antigone / Diotima di Mantinea, di Maria Zambrano, traduzione e introduzione di Carlo Ferrucci, Milano, La Tartaruga Edizioni, 1995

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