Mistica dell’Abisso

Alexander Jamieson, Celestial Atlas, Plate 19: Libra, Scorpio, part. (1822)

Talvolta si dice che salire o scendere è lo stesso e che andando in fondo alla strada sia  infine possibile che ci si incontri, si dice che i peccati nei quali ci si lancia con furore sempre nuovo e sempre infaticabile avrebbero come proprio quello di farci avanzare allo stesso modo delle virtù e delle rinunce, si dice che l’anima più santa ha quei lumi che avrebbe l’anima più mostruosa, che l’una e l’altra si rispondano e che vale più rassomigliare a queste che languire a metà strada. Non è sublime chi lo pensa e non è malvagio chi lo vuole, ci sono numerosi ciarlatani in materia, né i santi né i demòni mai abbonderanno, a quel che mi sembra, e se occorresse preferire gli uomini più rari, tremiamo pensando a chi presto sarebbero consegnate le palme.

La lussuria e la morte cospirano negli uomini nati atroci, eletti, ma al contrario e in quelli che si accaniscono dietro le tenebre: essi perdono e si perdono, seminano sciagura, ne godono, e gli abissi aperti sotto i passi di quelli che vi si dedicano non mancano di inghiottire quegli stessi, oggetti dei mezzi che li affascineranno sempre e – nonostante la loro astuzia – dell’intelligenza con loro desolazione, sposi della rovina che cercano nei propri trionfi.  Questi forti si ammirino, di questi carnefici si faccia vanto o questi lussuriosi disprezziamo allarmandoci della follia che li travolge, essi amano, sconvolti, ciò che li smembra, camminano verso il niente che corteggiano negli stupri e nelle violenze, non salvandoli la furberia più di quella furia che li uccide. Questi mostri cercano Dio, questi mostri, li chiamiamo mistici e chiamiamo mistici i malvagi rinvigoriti e gli impuri che alcuna voluttà trattiene: vogliono sottrarsi all’evidenza discendendo dove luce non li coglie, nel seno della confusione e della lotta dei possibili, dove veglia ciò che non ha preso forma e che tutte cancella, la libertà nel caos e l’ambiguità nel godimento. Il Dio che essi fuggono, questi Lo conoscono e Lo provano, servono alla Sua gloria e chi li giudica La afferma, s’offrono delirando a ciò che li consuma e invidiando quelli che tormentano, sognano un carnefice che li strazi infine o un godimento che li annienti, cercano una morte moltiplicata in un morire supremo, sembrano màrtiri e s’ignorano, strisciano verso la croce, corrono a legàrvisi.

In fondo al male, sembra il male più non vi sia e ciò che si trova non s’osa nominarlo, ciò supera i nostri mezzi e il nostro giudizio cade in discordia: si può ben sprofondare, non si scappa all’Eterno ed è Dio stesso che si mostra armato della Sua collera nel fondo della lussuria e della morte, esse ci instradano verso ciò che si pensava di fuggire, Dio veglia dove la morte cessa, Dio veglia dove la lussuria si consuma, la morte Lo glorifica e la lussuria Lo rivela, lo sfinimento e la follia misurano la Sua costanza e le tenebre la Sua luce, Egli ha bisogno di ciò che Gli si rifiuta e ci obbliga ad abdicare alla pazzia ch’Egli suscita, ci imprigiona e Lo raggiungiamo, i migliori sulle ali della Grazia, i peggiori attaccati al peso che li trascina gravando sulla notte che li nasconde.

Gli uni salgono verso Dio, man mano più leggeri; gli altri, dannati in uno sprofondo che popolano del loro odio, precipitano in Dio, pesanti dell’atrocità che li ricolma: l’inferno è Dio così come il cielo e l’orrore non è meno divino dell’amore, dobbiamo a Dio i santi ch’Egli sfida e i demòni ch’Egli tenta, il bene non esisterebbe se le tenebre mancassero della sua gloria. I mostri, Dio ne ha bisogno e più essi si credono liberi, tanto meglio Lo servono: il disegno generale li avviluppa e il loro caos non saprebbe prevalere sull’armonia che li annienta, Dio li chiama alla scelta che hanno fatto, Dio li punisce per la loro sottomissione resa inevitabile e più feroce di loro, Egli li impiega al solo fine di annientarli. Se Dio non fosse che buono, non sarebbe più Dio, la bontà non basta all’ordine e l’ordine vale più del bene, l’ordine è sublime e non il bene, il bene non fu e non sarà mai che desiderabile, la vastità ignora la clemenza e le leggi supreme non si storcono, la loro applicazione sarà sempre crudele e le vittime talvolta innocenti. Dio non ama il mondo e non saprebbe odiarlo: lo regge, come tutti ha anch’Egli una ragione di Stato, ciò che a noi sembra amore o disamore è un effetto delle regole ch’Egli impone, in verità la fonte le ignora, Egli è impersonale e si fa personale, Lo obblighiamo in qualche modo a divenire, ma tolto l’uomo, Dio non ha specchi, la coerenza Lo inghiotte e simile a Sé, Egli resta con Sé per essere l’indiviso che il pensiero non frange.

Albert Caraco (1919-71), testo inedito, fonte.

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