L’albero della Vita. La Serpe

Ulisse Aldrovandi, Illustrazione, (Part.)

I

Sin dall’inizio, la vita si trascina. Si spande, tende ad andarsene oltre, muovendo dalla radice oscura, ripetendo sulla faccia della terra – suolo per ciò che si erge su di essa – lo spargersi delle radici e il loro labirinto. La vita, quanto più si dà a crescere, promessa com’è alla crescita, tanto più interpone il suo corpo, il corpo che alla fine si è procurato, tra la sua ansia di crescere e lo spazio che la chiama. Cerca spazio, ansiosa di dispiegarsi, e tutti i punti cardinali sembrano attrarla in egual misura finché non incontra l’ostacolo che quel suo dispiegarsi interrompe. In principio non ha limiti, e continua a ignorarli fino a quando non li incontra sotto forma di ostacolo insormontabile, di prima morale che l’uomo comprende chiamandola proibizione. Ma prima di tutto la vita cerca il suo corpo, il dispiegarsi del corpo che è già arrivata ad avere, il corpo indispensabile. E cerca un altro corpo sconosciuto. è così che il primo impeto vitale che sussiste in lui nel corso delle epoche conduce l’uomo a cercare un altro corpo propriamente suo, il corpo sconosciuto. Quando inventa apparecchi meccanici che glielo procurino grazie a una certa scienza, questo risultato viene chiamato progresso tecnico. Ed esso altro non è se non il cieco impeto della vita che si trascina per un corpo, per il suo corpo, per i suoi corpi, dato che nessuno le basta.
___E quest’ansia corre ciecamente a un primo livello molto vicino alla radice, ma differenziandosene per sostenersi su di essa, per strisciare sopra la faccia della terra e sul dorso degli inferi. Tra i profondi abissi che circondano il centro e l’immediato sottosuolo, patria delle radici, si trovano i giacimenti dell’acqua e della luce coagulata e sepolta.
___Cieca va la vita spandendosi, dandosi in sovrabbondanza. Mentre cerca di che far cessare la sua indigenza – ha soprattutto sete – si incrocia con se stessa, interpone il corpo natole nel suo spandersi. Ogni diramazione, afflitta dalla stessa ansia della prima, si interpone con maggior accanimento dinanzi al corpo cercato, al «corpo perseguito» – secondo l’espressione chiave della poesia di Emilio Prados. Quest’incrociarsi, tuttavia, le infligge e le offre una nuova direzione. Lo strisciare delle radici si ripete alla luce, in una direzione inedita, la direzione verso l’alto, verso la luce contraria alle radici, che a questo punto già sopportano qualcosa esso pure inedito per loro: un peso.
___Un peso, un carico – in termini umani un’invisibile responsabilità, tributo di ciò che è nascosto sotto la luce a ciò che va verso di essa. Potrà, questa trasformazione, verificarsi senza che il sopportare incontri resistenza, senza che l’inedita, rivoluzionaria direzione verso la luce risvegli nelle addormentate, sonnolente serpi di sotto nessun’ansia di ergersi a loro volta, o di scrollarsi di dosso il peso per continuare a giacere nella libertà della loro sonnolenza, primo sepolcro di libertà?
___E in questo crocevia si stabilirà una differenza decisiva tra i corpi della vita che le loro radici si sono rifiutate di sostenere, che si sono visti negare il corpo nuovo, e quegli altri che in maniera più o meno compiuta realizzarono o poterono almeno mantenere la loro pretesa.
___Resta il gambo morbido, sempre viscoso, che per un istante si erge o si maschera da ciò che può ergersi: impotenza che si risolve in inganno aspirante a quel mimetismo conseguito alla fine nella pianta parassita.
___Le radici che si sono rifiutate di sostenere un peso perdono la condizione di fondamento. Avide, per mimetismo, trascinate dal vizio della ripetizione, divorano il corpo che avevano lasciato uscire, vi si impigliano, si confondono con esso, sono esso. E seguitano, proseguono il loro strisciare attaccandosi sino a penetrarlo a un corpo nuovo, al corpo promesso che si solleva sostenuto dalla docilità della sua radice, che si fa così come madre, perché una madre vi è, propriamente, solo quando nasce un corpo nuovo, un corpo volto alla luce che adempie la sua promessa. Una madre c’è solo nell’adempimento di una promessa della vita alla luce.
___Dipende tutto ciò dal sogno, dal sogno delle radici serpi? La serpe della vita, la serpe vita – ce ne sarà qualcun’altra, attorcigliata in quest’universo? – incombe, irrompe e svanisce al pari della prima, insufficiente, materializzazione di un sogno. Ombra di un corpo in cerca di un luogo, sul punto di cancellarsi ma indistruttibile nella sua leggerezza e, come i sogni, senza nascita. La serpe della vita è uscita alla luce come una firma non più cancellabile, come una distrazione di qualcuno che la pagherà molto cara poiché dovrà lasciarla proseguire senza mai stancarsi di dotarla, visto che è questo ciò che la serpe chiede: dote. E più tardi uno sposo, e sin dall’inizio qualcosa come amore, amore che emendi la disattenzione e che la elevi. Se tutti i corpi celesti girano, se l ’astro dell’universo gira, essa, la serpe della vita apparsa qui, si adegua, muovendosi allo stesso modo e rimanendo poi sempre presa in questo suo movimento originario, anello staccato dalla fronte di qualche astro o di qualche essere più alto, più lucente e occulto di tutti gli astri sia immaginari che esistiti.
___E dato che l’avanzare muovendosi in circolo le viene negato, la serpe procede attorcigliandosi sinuosa alla retta che dovrebbe seguire, attorcigliandosi a un tronco immaginario, senza ancora staccarsi dal suolo. Sogna di salire? Non può starsene ferma, concentrica, punto di un’orbita, orbita raccolta su se stessa che custodisce il suo centro. È tenuta ad avanzare. E questo esser tenuta ad avanzare sembra provenire da un movimento circolare in cui non esiste né un andare avanti né un andare indietro, cosa che manifesta la condanna primigenia che pesa sulla serpe vita, il suo secondo distacco: il suo distaccarsi, ora, dal suo modo originario di muoversi. E di lì un carattere di frammento staccato da, di lì la sua condizione indigente, incompleta e dedita a perdersi, mancante e persino mendica.
___La sua sorte, la sorte della vita, di questa vita, proseguirà sempre così; essa dovrà staccarsi da tutto, quel tutto che è per intanto corpo e movimento; da quello che per il momento la vita possiede. E non possiede, sin dall’inizio del suo tragitto, se non quello che è posseduto. Il punto in cui le due forme del possesso, attiva e passiva, si incontrano e si annullano, segna il punto invisibile dell’essere. Il punto inviolabile dell’essere. Eternità della vita che si mostra già nel suo primo apparire, come se essere e vita fossero congenitamente uniti. La vita che nella serpe procede con tutta la scioltezza di cui la vita è capace, vincolata unicamente da quella sua condanna che la obbliga a non spandersi alla cieca, che la prepara a vedere e a essere vista, cosa questa che realizzerà solo quando quel punto di equilibrio tra le due forme del possesso sia tale da far apparire il soggetto vivente sotto forma di un perdere e di un perdersi: spossessandosi, spossessato. Lunga è la via.
___Proclama, la vita, la sua condizione di specchio costantemente alterato, ondulato dalla vibrazione, capace di riflettere in modo diseguale, cangiante nel suo rilucere. Reca, la serpe, oltre alla luce riflessa, la luce impressa portatrice dello stigma della luce e dell’ombra, luce impressa come macchia, corpo che è insieme la sua ombra, la sua immagine, carico di ciò che meno dovrebbe pesare, il riflesso. Ed è quando essa fa più vedere la sua condizione terrestre, la sua autonomia da qualcosa che se cadde qui ha finito per nascere, anche, qui, o per appropriarsi della cittadinanza della terra, dello stato di suo abitante. Il che vuol dire non uscirne prima di averla riempita. Avanza solitaria, avanza povera, cieca e sola, riflettendo la luce che non ha, la luce promessa che per il momento riluce solo come un appello, come un segno impresso in un essere cieco.
___E la terra le servirà da appoggio, da spazio illimitato. Ma la superficie, il piano, non le basta, alla vita già dotata di un corpo, per assimilato che questo sia alla pianura, alla desolazione della semplice superficie. Essa ritorna nella cavità della grotta iniziale protetta dalla luce e da qualsiasi elemento che non sia lei, torna alla terra, alla terra come tale, al viscere terrestre. In seguito, il  corpo vivo otterrà di recare in sé questo viscere. E la grandezza delle viscere, la loro molteplicità, la loro ricchezza, il loro rigore, anche, contrassegneranno la scala della vita, la scala in cui l’essere vivente mostra già il suo viso. Al sembiante dell’essere vivo fa riscontro l’oscurità delle viscere; al sembiante, fattosi chiaro, del mammifero, e al suo luminoso volto, corrisponde il viscere vivo, tesoro che ormai la caverna terrestre non avrà più il privilegio di contenere. Viscere, ha la terra, in cui la luce è custodita scintillante, indelebile. La luce formata di acqua e di fuoco, di aria e di sale. Il sale della terra che assorbe e fissa la luce.

II

La serpe sprofonda nel suolo come risucchiata da qualche fenditura, da una di quelle crepe attraverso cui la terra mostra di essere insieme avida e madre; una madre che non sempre lascia uscire ciò che inghiotte. La terra ha bocche, gole, avvallamenti e dirupi che solo quando li si vede laggiù nel suo fondo oscuro si sentono come abisso, luogo di caduta e di strapiombamento; altrimenti, ciò che attraverso di essa sparisce sembra sia stato chiamato per essere custodito e, in ultima istanza, rigenerato. E se è quella cosa che striscia, pare che stia per uscire da qualche altra parte, ergendosi irriconoscibilmente bianca e consistente, ottenendo, con l’uscire nuovamente dalla terra, il corpo nuovo che nel suo strisciare andava cercando, estenuandosi in questo, lasciandovi la pelle, il suo vanto, dopo tutto, la sua pelle macchiata, stigmatizzata da ombra e luce.
___Getta la sua pelle, la serpe, in un attacco di disperazione, di furia contro se stessa, estenuata, squallida, dato che non le serve per raggiungere ciò cui anela. Ma capita anche che nel suo tragitto, in quella condanna ad avanzare che deve scontare trascinandosi, la serpe si tenga la pelle, suo scudo, suo tesoro, in quanto suo segno, emblema primo della vita che di tanti altri si andrà rivestendo nel suo dispiegarsi. E quando qualcosa di analogo accade nell’essere che più si erge nella scala della vita e che con la serpe tante analogie mantiene – sarà senza il più piccolo anelito che gli valga da stimolo, senza il soccorso di quello stimolo che proviene dalla pelle nuova che già sta lì come già stanno nella vita storica le nuove generazioni che stimolano a farsi da parte chi, alla fine, ebbe la sua pelle per lasciarla intatta il più presto possibile.

III

Cerca la serpe le viscere, radici della terra, per ansia di rinnovarsi, o esausta, ormai finita, anela a cancellarsi, a farsi riassorbire? Ha la terra, per caso, sete di bere vita? La serpe, staccata dalla terra solo metaforicamente, afferma di provenire dalla Terra Madre, che la Terra è Madre. Da parte sua, la serpe vegetale e tutto ciò che sulla propria nascita si sostiene, tutto ciò che è nato, per alto che vada e distinto che sia, senza rottura né separazione, afferma la condizione materna della terra, la ostenta e la corona, arrivando a glorificarla. Ballata dell’erba, canto di certi pergolati, inno degli accordati alberi.
___E in queste serpi vegetali si vede e si sente che tutte, un giorno, e ancor più quelle nelle quali il corpo nuovo è stato raggiunto, tutte, un giorno, perché seccatesi o perché abbattute, per l’abbandono di non si sa che cosa benché lo si presenta, andranno a parare nella terra. Raramente, però, per immergersi in essa al pari del prato fiorito di cui, quando giunge l’inverno, non è rimasta alcuna traccia, come se fosse stato ritirato dalla terra che lo custodisce, alquanto imprevedibilmente, all’ora giusta. Tutto cadrà sopra la terra senza addentrarsi in essa. E dato che accade per un atto di violenza, quella violenza degli elementi che sembrano venire a spazzar via la gala della Madre Terra – invidia? furia dinanzi alla sua ostentazione? condanna, anche – o la violenza della mano umana, ciò presenta un certo carattere di sacrificio; non di sacrificio richiesto dalla terra, dalla Madre, ma di sacrificio primigenio e primario della vita. La violenza che implica un’oscura, indecifrabile finalità: che tutto il vivo che la Madre Morte dà alla luce sia abbattuto, denudato alla luce. E nel venir denudato si riduca in polvere, in terra, in un’altra volta solo terra.
___La terra però beve, assorbe perché ha sete; si riduce a sete, se la si lascia senza l’acqua agognata. Ma l’acqua non le basta. Sterilità dei suoi arenili che di acqua non hanno più bisogno per generare esseri vivi, che assorbono ciò che è vivo per irresistibile mandato, fatale come quello della morte, rimanendo com’erano, aridi e senza traccia del vivente travasato. Come se il dare la vita fosse riservato alla terra, astro morto che alla fine ottiene di fabbricare vita grazie a un privilegio che è del pari un « sovrumano » lavoro, opera di qualcosa di divino, scintilla di fuoco divino avido della luce perduta laggiù nel profondo. E che da lì a furia di sforzarsi l’ha scacciata un giorno torcendola su se stessa, curvandola, essa pure tendendo ad avvitarsi, a essere serpe, cercando di bere la luce, offrendole una cavità in cui custodirla, desiderando racchiudere luce dentro di sé per l’ansia di avere un dentro, delle viscere per la pioggia della luce primigenia alla quale in modo umile e disperato essa aderisce così rattorta, come che sia, senza ritegno e senza badare alla forma, sul bordo dell’abisso degli spazi, inclinandosi dinanzi a essi, rattorcendosi in essi come un povero viscere della luce celeste.
___Come un povero viscere della luce celeste, colore della povertà stessa, cenerentola degli astri, la terra beve la luce e si solleva e si rattorce, strisciando lungo l’orbita che alla fine le hanno dato senza che lei né lo sapesse né lo cercasse. Cercava, continua a cercare, di sollevarsi e di bere. E di abbassarsi, di arrotondarsi e di essere; di essere salda, consistente. E attrae, così, creando peso, producendo gravitazione che calamita e fissa la luce stessa, che irresistibilmente deve abbassarsi fino a lei. E da questo duplice anelito deriva la sua inclinazione, che tutto in essa scivoli verso il basso o si sollevi verso l’alto, si inerpichi, si alzi lungo la sua orbita. Non è orizzontale, la terra, né si muove orizzontalmente lungo un piano di riposo. Creatura di passione, come corpo planetario è una condensata palpitazione del cosmo, che, se dovesse essere concepito in conformità con lei, dovrebbe essere un’immensa passione, un’ardente, plurinfuocata passione; fuoco sostenuto circondato dalle acque, dall’acqua primigenia, la creatura primigenia che non si separò, e dall’alito del fuoco, dal sibilo del fuoco preannuncio della parola. La luce delle viscere [entranada] è fuoco, respirazione, alito che procede verso la parola.
___Tutto l’universo cadde infatti un giorno, separandosi, e la vita è la risposta che attesta l’origine, e che la riflette. La vita è una risposta all’origine, e ne conserva il soffio. E la caduta iniziale si conserva come morte; la morte che conserva la vita, che va procurando materia, corpo, al soffio della vita che rinasce, che insiste nel riprodursi illimitatamente, senz’altro limite che il corpo mortale che la materia, a causa della caduta, le va dando.
Un corpo che lei, la Madre, è tenuta a ritirare, un giorno. Tra vita e morte media, intanto, il tempo.

IV

Implica, la storia sacra della Genesi, la generazione del tempo, che non si fa esplicita. Coetaneo, esso, della parola creatrice, o sua conseguenza, condizione che l’atto creatore pose in tutto il creato? Separazione e giuntura, cardine, il tempo. Cardine del ruotare del creato già nel procedere stesso della creazione: un giorno, un altro… sei più uno, riposo divino, uscita ormai l’opera dalle sue mani. E stabilite già due modalità qualitative del tempo: un tempo successivo in cui certe cose, certe creature, emergono, e poi altre, la processione originaria che si conclude, finitezza; e, a parte, un giorno di recupero: la quiete, ritirarsi del creatore su se stesso, sussistere dell’essere dopo il suo darsi. Un giorno, o semplicemente il giorno al di là del trascorrere del tempo?
___Il tempo – asse, cardine, mediatore – custodirà l’impronta di questo ritorno, di questo ritirarsi verso dentro, diremmo noi mortali. E la vita, così, tutta la vita, seguirebbe, per giungere alla fine, la scansione del tempo creatore, succedersi di fatiche nella vita di qua che conosciamo. E, dopo, quel ritirarsi, quella calma del creatore nel creato, sarebbe, per tramite della morte, accesso alla quiete primigenia. Questo, però, se si guarda soltanto al cessare delle fatiche del vivente. Esiste un’altra versione vitale: l’uscirsene dalla successione, il dilatare il tempo quando ancora vi si sta compiendo il ciclo della vita, l’uscirsene per riversarsi e ritrovarsi nella vita e basta, nella vita tutta. Il godimento della vita e il suo canto.

da Marìa Zambrano, I Beati, a cura di Carlo Ferrucci, Milano, SE Edizioni, 2010

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: