Delle case diroccate in fine

Gordon Matta-Clark, Splitting, 1974.

di cb

ta
(et sic in infinitum)

Lo schifume di vite sbagliate. Case i cui quattro pilastri non si sa come restino in piedi: crollate nella posa  stessa, rassegnate alla caduta stessa, forse un alito di vigliaccheria, o un palpito di pudore. L’in piedi un respiro rattenuto. La paura dell’invasione intrappolata nelle pareti auscultate, nel legno delle sedie auscultato…in assenza del mare, pure quello manoverso da un bicchiere e dal suo rombo – perché nelle conchiglie si può udire il mare, perché quelle conchiglie non le ho mai trovate. Sull’architrave della porta nessuno. Sull’architrave della fronte un muro cieco. Sull’architrave delle spalle un gravume indagato. Inspiegabile un sorriso così aperto. Inspiegabile una faccia. Inspiegabile la difficoltà meccanica, l’attrito ghiacciato di ruggine piombuta, inspiegabile la facilità delle spiegazioni, i moti tra i denti lontani dalla brillantezza tra le ultime costole a sinistra. Le albe mai giunte. Quelle regalate. Il dono dell’immenso perché alle spalle non c’è nulla, non hai altro da regalare, che sia pari e scambievole. Scambiamo la perdita, il sonno che cade in fondo a la caduta soffice lenta, dove dove…
Pudicamente l’atto di bere, la tenerezza che giunge, beve acqua prima del caffè, la tenerezza per quelle labbra offese sul vetro, per l’acqua che si mischia alla saliva povera, fradicia. Mi vergogno di questa tenerezza in sua presenza, volto le spalle, verso il caffè. Le vite sbagliate, le vite sbagliate. La conduzione per ripari, rappezzi scomposti giorno per giorno incollati, con le mani, e la loro nudità, delle mani, le une serchiate, le altre doppiate, arruvidate, un’intera vita su quelle mani, hanno sopportato, la vita hanno sopportato, quelle mani, la vita, portano in vece di anelli mortificazioni, groppi, umiliazioni, privazioni, quasaffogamenti, strappi, morti, rimpianti, rimpianti. L’obelisco scomposto per mattoni pesanti, massi massi i lastri camminati per forza, per strada errata dal principio. Babele di torre sulla bocca, di profilo, sul naso innalzato, come un cuscino invertito. I cieli restano pur sempre lì, dove li vedo lì, o tra le scale o tra macerie o tra finestre, sempre lì, e non rispondono. Interrogano. Lo strazio prolungato. È l’aceto per la sete, per la lingua che vuole dimenticare: di parlare. Già lo sa fare, ma si contravviene. La multa è l’errore, l’incomprensione. Nella lingua che tenta l’articolo tutte le paure, dietro la lingua parlata tutte le parole. Per cui si parla per echi, polifonie, canti dal silenzio. E i gesti impazziscono, a tavola, nel corridoio, nelle stanze che perdono larghezza, nelle miserie quotidiane avite, nei discorsi mangiucchiati, rimasugliati. Nei muri è l’immagine dei fantasmi schiacciati. L’indecisione tra gli occhiali. L’incapacità nelle orbite. Vagula. La forma del capo un sudore di abbattimenti, – come di cani -, di una vita persa in partenza, disperata, mozzata, miscreduta, deviata senza amore, errori su errori, divagazioni, volere ma incapace.
Le spole tra le scale e la cucina, la crescita accelerata, i silenzi e le offese invecchiano, la schifaggine d’un piede a terra, d’un urlo di notte, solitario, che si spegne da solo, inaccoccolato, perso, mandato a morire. La vergogna dei baffi, degli occhi, dei colli. Le vergogne attardate per le rughe, nelle scuse. Il volto serioso. La posa degli occhi, l’incuneo del naso. Le perle. Gracchia gracchia la voce, voce: gracchia!, seppellita è la gentilezza, muso a muso, fiele a fiele, seppellita è la gentilezza, nell’intenzione. L’abitudine ammaccata regolare. I sogni sono seccati, la vita un rivo disseccato, prosciugato, una pozza, questa, che rimane nel mezzo della via lattea, pozza rasciugata, mai pianta, i sogni oramai trasmutano in speranze, in farfugliamenti lamentosi tra panche o su sedie desolate, solitarie come la seduta anch’esse, imperdonabilmente sole, senza grazia e per questo con tutta la grazia, e per questo per questo per questo, la dolore, impietoso il sole d’asciugature, impietosi gli occhi a guardarla, la vita, essa, sì, che sarebbe nascosta se il mondo non l’avesse così esposta, se alla nascita non ci avessero così voluti, così nati, così così esistiti. Per le terre di nessuno, ove le spiagge sono limitanee e cioè demarcano la finitudine che rappresenta per ricordanze e vaghezze il mai sorpassato illimite da cui si giunse per erranza a di questa creaturata fascinazione, sulle spiagge immobile è il colosso a forma di toro, le corna poderose rivoltano al cielo estremo, una figurina ai suoi zoccoli, in piedi, immobile, guardosa, non esistono altre vie oltre questa, i ritorni domestici sono stati malevoli, da essi è stato estratto il miele dalle vene, il miele nero che suppura gli svincoli e le pieghe d’un corpo in uso, una catasta d’ossa mortificate, strizzate, composte e ricomposte di continuo dall’alba al giorno. Sulle spiagge limitanee la vecchia curva vestita lacera insiste, col braccio esile quasi estinto, un braccio di tre rughe spesse, di più incurvata per il peso del sangue, insiste a cercare tra gli accumuli ondosi di sabbia, cerca e cerca, cerca e cerca, cucù tetè, no no, niente niente, niente a fatto.
Piangete, Lari, piangete i giorni delle estati affocati su altra sponda, piangete le dolenti mura imbiancate, di qua e di là crepate, piangete, Lari, l’immobilità posticcia di queste case, piangete il corpo morto che ne é la natura, piangete gl’ingorghi e le fannullaggini, le imprese e le scadute tensioni, le braccia e le gambe, i ginocchi e le sedie, le schiene storte e i posacenere innumeri, il fiele e il rosmarino, la buccia e lo spettro delle recondite offese e delle malcelate rivendicazioni, piangete le seti e le asfissie, i crolli e i tumtùmbuli nei muri, ove la fronte a stento s’appiatta sul muro calcinoso, piangete gl’incroci lividi pei corridoi, piangete la fame e la chimica delle esitazioni, piangete le lontananze dai cimiteri, le mancate passeggiate nel verde che racciuffa dall’asfalto, piangete l’asfalto che ha coperto l’infanzie cadute, piangete i rimpianti, i sì mai da dover essere pronunciati, i nati e i mancati, i nati e le mancate, le malriuscite, le malsortite, piangete i tentativi pieni di grazia assente, piangete l’assetata di giustizia, il privato d’amore, il privato d’amore, il ridicolo impondato di futuri nerastri come solo i futuri, piangete il calice che chiede acqua, piangete il tallone acuminato di dolore, piangete, Lari, i volti che sono e che furono vostri, piangete l’oblio e la pietà, piangete gli aiuti richiesti, e le teste chinate, piangete l’audacia sventrata, piangete, Lari, le labbra raggrumate agli orli dei caffè, l’esile costituzione dei denti, il piatto e la cenere, le mani a ripulire merda, piangete chi ha perso, chi ha saputo, chi è avvizzito, l’abbandonata, la solitaria, l’orante, piangete le spalle al muro, piangete la cecità, piangete l’ignoranza, la beatitudine, l’errore, piangete il sonno calmo e quello sconnesso, la notte smossa e quella infuriata, l’adrenalina mai doma e il riposo mai pago, piangete le multe sugli occhi, le guance di cave, i soli attardati, piangete chi è vostro e ancora non vi appartiene di nuovo, piangete il suo procedere, il suo ridere, il suo piangere, piangete la disperazione dissimulata, quella covata, piangete le esplosioni dei petti, i ginocchi ai petti, l’aridume di teste vuote, la vanità di braccia impagliate, piangete l’ire, i luttuosi calci e i vasi rotti, le porte sbattute e pianti d’accanto la vasca, le sozzure e i castramenti, gli eremitaggi e le bugie, le falserie e i tremori, i labbri e le conche, i nodi e i modi d’ancidere i cuori lesi, piangete i digiuni e i pani poveri, piangete i risparmi e le ossa secche, piangete la miseria, piangete le miserie, i suicidi immaginati di lui, gli schianti dopo il volo di sera, le cadute per strada e le telefonate silenti, piangete la fame ch’intrama le bocche, le screpolature sottili ch’incidono la pelle per costituzione e temporalità, piangete il rivo e la parola muta, piangete i nodi e le gole, il pomo e la barba rada, la lussuria e l’angoscia, la solitudine di case ammezzate per dormire in piedi prima d’andare a lavoro, piangete le mani, le mani, che sono nude nudità, piangete i travestimenti, gli occhi, le occhiate, le guardate, le solitudini, i cipressi, le paure gigantesche che non puoi capire, non potete, se non nell’abbraccio degli stinchi, piangete il mondo, Lari, piangete i nati, piangete i tentativi e i polsi arcuati, le imbecillaggini, le retrocessioni, le calpestature, le estromissioni, gli angoli bui, i tumori remoti, le incastrazioni, piangete, piangete.
Piangete, Lari, piangete, perché così finisce il mondo, perché viene notte e la voce… si spegne.

[nota: è certamente un fallimento, il testo, una cosa brutta, ma così era necessario fare a dispetto dell’esito.]

Un commento

  1. E io vorrei leggere pagine e pagine di fallimenti tali; perchè in un testo del genere riesco a vedermi come in uno specchio frantumato. Sono giusti anche i richiami (molto probabilmente involontari o inconsci) a una letteratura, non dimenticata, ma forse messa da parte per fare spazio a qualcosa che si fa carico di una morale troppo positiva; un uso angosciante del tempo futuro. Ma i sogni sono seccati, ed è giusto (necessario) scrivere ciò che siamo (o che non siamo); necessario, appunto, senza volontà d’esito ma qualcosa che va al di là, che è vicina tanto al mero bisogno fisiologico quanto al miracolo, fatto straordinario, prodigio. La lingua è eccezionale, qualcosa di magico, sembra riesca davvero a muovere le cose, colpire il lettore soprattutto. Per quanto la gente possa scagliarsi contro questo tipo di scrittura e farti sentire ancora una volta in mezzo a un deserto, sappi che per me il testo rappresenta una pietra oliata e innalzata – in mezzo a quel deserto – ad un idolo a cui io credo ciecamente.
    Grazie cb

    V.B

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