Paulina

L’amore è duro e inflessibile come l’Inferno.

S. Teresa d’Avila

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Paulina giovane ragazza amava nelle chiese soprattutto i supplizi dei Santi. «Andavo in chiesa per guardarli soffrire.» Vedeva i martiri nei vecchi affreschi ora più veri ora più orribili della vita, ma perfettamente tranquilli, calmi e divenuti belli, mentre il sole sfolgorante tratteggiato di polvere a mezzogiorno pesava con tutta la forza sul sagrato della chiesa, per provare a rompere il velo sporco teso sulla grande porta che proteggeva il meriggio della casa di Dio. A San Maurizio, vi era il martirio di Santa Caterina e quello di San Maurizio, ma in molte altre piccole chiese nascoste tra i quartieri popolari, non era che strepito di singhiozzi, stillicidio di sangue, agonia, e beatitudine infine sul volto del Santo. Paulina non sapeva cosa fosse la pittura e non leggeva poesia, ma adorava un’immagine che possedeva: L’Estasi di santa Caterina da Siena dipinta dal Sodoma, d’un amore torbido, immenso e assolutamente interiore. Santa Caterina in ginocchio si accascia. La mano è ferita da una stigmate; la mano pende, lei riposa castamente sul vuoto delle cosce. Quanto è donna, la pura immagine, la religiosa, quei larghi fianchi, quel dolce petto sotto il velo, e quelle spalle. Non sono io quella che farà mai una così bella sposa, sono magra, non formata per l’amore. L’incavo delle cosce significa l’amore, ma non bisogna pensare secondo la carne, è un’idea di Satana. Due altre religiose sostengono Caterina, queste non comprendono niente e non vedono niente, il mondo della felicità gli è interdetto; e Caterina felice è morta. Il suo viso ha perso la vita! È morta, è morta, amare è morire. Lei è nella gioia, dorme. Chi mi amerà mai, chi mi farà morire? E Lui si ritira, vola, s’invola. Tutti sanno che Caterina aveva sposato il Cristo. Ah, se Tu potessi, un giorno, ritirarTi da me dopo avermi ferita! Quanto la Santa è piegata in due, e Lui al contrario quanto è teso col suo corpo che forma un cerchio, e onnipotente col suo braccio levato. Oh mio dolce amante Gesù diceva santa Caterina. La visione di Paulina s’offuscava, uno strano calore saliva dal corpo al pensiero, provava un desiderio brusco di baciare, mordere, colpire e essere annientata. Faceva rapidamente un atto di contrizione, e correva dal confessore.

§

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Sono ben formata. Sono due. I cervi. Il contorno è levigato come avorio, così fanno i pittori con i quadri. Oh Madonna. I miei seni. Miei piccoli seni voi siete cervi. Volete venire sulla montagna? No, vogliamo restare qui. Il riquadro dello specchio contiene esattamente il mio petto. Non troppo possente, non troppo pesante, non troppo teso. Ho orrore di quella contessa Lucia col suo tremore agitato. Lui almeno non mi ha toccata! Nemmeno con un dito. Chi avrebbe fatto questo, lui? Chi questo? Nessuno, nessuno! Ah ah ah ah! Quanto lo amo, il cavaliere. Il cavaliere. Mi ha guardata. Mi ha guardata. Santa Lucia. Quanto t’amo mia piccola amica, tu, tu, tu sei Paulina, tu hai i più bei seni di Milano. Chi li stringerà? dio mio invecchio. Né Monica! né la bella signora Negreto! né mia cugina Porzia che tuttavia li porta così bene. Nessuna. Nessuna come me. Sono bella. Sono adorabile. Sono l’adorabile adorata. Ti adoro. Oh amica mia sei una perfetta bellezza. Vorrei averti! Se fossi reale. Vorrei baciare la tua anima.

Ma dimmi: al tempo de’ dolci sospiri,
A che e come concedette Amore,
Che conoscete i dubbiosi disiri?

Non sta bene. Padre Mio, i dubbiosi desideri. Sono tre giorni che mi prende questo quando mi vedo nello specchio. Padre Mio amo la poesia di Dante e soprattutto la storia di Paolo e Francesca. Questa storia sarà sempre, e Dio punirà eternamente coloro che la ricominceranno. Amo la giustizia di Dio e non la comprendo. Ma Paolo e Francesca sono così buoni, così teneri! Come i piccoli uccelli gettati fuori del nido loro palpitano prima di morire. La forza che li fa amare è la più grande tra tutte le forze, Dio stesso non può nulla per stornarla perché l’ha creata un giorno come ha creato il mondo, Paolo e Francesca obbediscono a Dio e è tutto. Malatesta li uccide, è naturale. E tutti e tre vanno all’Inferno. Padre Mio! Quanto amo questa storia, come spiegarla, come comprenderla?

La bocca mi baciò tutto tremante…
Quel giorno più non vi leggemmo avante.

Ho paura d’essere troppo bella. Copriti il petto.
Tra un’ora comincia il gran ballo dei Lanciani per la mia entrata nel mondo. I Lanciani danno il ballo perché ho diciannove anni.
Sarà magnifico, la sala sarà ricoperta di seta di Genova, non ci saranno né sedie né porte, le candele del gran lampadario sfavilleranno tutte, sarò mirabilmente bella, «guardate, eccola che entra». Quanti ballerini avrò durante tutta la serata? Spero che Cirillo mi lasci un po’ tranquilla. Mio padre giocherà a scacchi. Adoro la luce di notte. Anche il giardino avrà le lanterne. Il conte è nell’oscurità. Vediamo, che sciocchezza mia cara! Il conte Cantarini ha 40 anni. È un uomo considerevole. Considerevole? E in cosa, dunque, per piacere? Ma è ricco, fa politica, sta per diventare senatore o deputato, ha una bella biblioteca. È tutto? Allora potete tenervelo per voi questo bel conte amico di mio padre, e se ha qualche decorazione, voilà: è come me! Si dice ovunque che è un bell’uomo. E io, io non sono più bella? Dolci seni, dolci piccoli seni, vi rinchiudo ma in questa veste di seta d’argento si può, si può indovinarvi. Che cerchino, che indovinino! – Voglio essere pura! Pura. Amo il ghiaccio e l’acciaio. Sarò pura come il ghiaccio e l’acciaio. Non avrò più corpo. A padre Bubbo ho detto: perché non sarei un Angelo? Senza corpo, senza dolori, senza desideri, a forza di esercitare e indurire il mio spirito? Ha sorriso. È così buono. No, è un vecchio stregone. No, è delizioso. Il conte Michele assomiglia a padre Bubbo. Questo corsetto mi fa meno bella, farò tardi. Il mio petto sarà più bello del mio viso? Ho diciannove anni. Mi adorano a Milano. Ecco il mio secondo ballo per l’anno della mia apparizione nel mondo. E i Bonnomi, e Piero Solari. Sono pazzi di me. Assolutamente pazzi. Che ragazzi gentili. Mi prendo gioco di loro. Li prenderò per i capelli quando vorrò. Il mio ventaglio. Qui, dietro il mio ventaglio alla moda di Parigi. A Parigi ci sono le donne più belle al mondo. – Padre Mio, venite in mio soccorso: voglio essere pura, come l’acciaio e come l’acqua. Entrare in un ordine; mortificarmi; ferire il mio corpo, innalzare l’anima. Non ancora. Sono troppo pazza. Voglio il mondo. Milano, gli uomini, tutto. È troppo bello, è troppo bello! ah! che peccatrice che sono! Sono piena di contraddizioni. Ma no cara farfalla, fa attenzione alla fiamma, èccone ancora una che va a morire come quella dell’altra sera, morirà all’istante! Ritorna nel fuoco suo malgrado, lei non comprende il fuoco e metà ala è già bruciata, ritorna, ritorna ancora, ma il fuoco, sfortunata farfalla, è il fuoco!

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Aveva trovato in un libro questa pagina d’un autore mistico tedesco:

«Ma se la volontà di Dio fosse di gettarmi all’inferno? – Gettarmi all’inferno? Che la sua bontà lo trattenga. Ma se davvero mi gettasse all’inferno, avrei due braccia per cingerlo. Un braccio è la vera umiltà che passerei sotto di Lui per unirmi così alla Sua santa umanità. E col braccio destro dell’amore, che unisce alla Sua santa divinità, lo abbraccerei così tanto che sarebbe costretto a venire all’inferno con me.»

da P. J. Jouve, Paulina 1880,  Paris, Gallimard, 2007 (1925)

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