Mal d’aurora

§ 5

Ho visto, durante tutta la mia vita, senza escluderne uno solo, gli uomini con le spalle strette compiere atti stupidi e numerosi, abbrutire i loro simili e pervertire le anime con ogni mezzo. Chiamano i motivi delle proprie azioni: la gloria. Vedendo questi spettacoli, ho voluto ridere come gli altri, ma, strana imitazione, era impossibile. Ho preso un temperino la cui lama aveva un taglio affilato, e ho reciso le carni agli angoli dove s’uniscono le labbra. Per un momento ho creduto lo scopo raggiunto. Guardavo in uno specchio questa bocca massacrata dalla mia stessa volontà! Errore! Il sangue che in abbondanza  colava dalle due ferite impediva di distinguere se questo era davvero il riso degli altri. Ma, dopo alcuni attimi di confronto, ho visto il mio riso non assomigliava a quello degli umani, ovvero non ridevo. Ho visto gli uomini, dall’orrido viso e gli occhi tremendi infossati nell’orbita oscura, superare la durezza della pietra, l’inflessibilità dell’acciaio fuso, la crudeltà dello squalo, l’insolenza della gioventù, il furore insensato dei criminali, i tradimenti dell’ipocrita, i comici più straordinari, la forza di carattere dei preti, e gli esseri più nascosti là fuori, i più freddi dei mondi e del cielo: sfiancare i moralisti nello scoprire il loro cuore e far ricadere su di sé la collera implacabile dall’alto. Li ho visti tutti insieme, a volte, il pugno fortissimo rivolto al cielo, come quello di un bambino già perverso contro sua madre, probabilmente eccitati da qualche spirito d’inferno, gli occhi carichi di un rimorso cocente e al tempo stesso odioso, in un silenzio glaciale, non osar svelare le meditazioni vaste e ingrate che occultava il loro petto, tanto erano pieni di ingiustizia e d’orrore, e rattristare di compassione il Dio di misericordia; altre volte, ad ogni ora del giorno, dal principio dell’infanzia fino alla fine della vecchiezza, spandendo anatemi straordinari, che non avevano senso comune, contro tutto ciò che respira, contro se stessi e la Provvidenza, prostituire le donne e i bambini, e disonorare così le parti del corpo consacrate al pudore. Allora, i mari sollevano le acque, inghiottono le assi nei loro abissi; gli uragani, i terremoti rovesciano le case; la peste, le malattie decimano le famiglie in preghiera. Ma gli uomini non se ne avvedono. Li ho visti anche arrossire, impallidire di vergogna per la loro condotta su questa terra; raramente. Tempeste, sorelle degli uragani; firmamento bluastro, del quale non ammetto la bellezza; mare ipocrita, immagine del mio cuore; terra, dal seno misterioso; abitanti delle sfere; universo intero; Dio, che con magnificenza l’hai creato, è te che invoco: mostrami un uomo che sia buono!… Ma che la tua grazia decùplichi le mie forze naturali, perché, allo spettacolo di questo mostro, potrei morire di sbalordimento: si muore per meno.

§ 8

Al chiaro di luna, vicino al mare, negli isolati angoli delle campagne, si vede, immersi in amare riflessioni, ogni cosa rivestirsi di forme gialle, indefinite, fantastiche. L’ombra degli alberi, ora in fretta, ora lentamente, corre, viene, ritorna, con forme diverse, appiattendosi, incollandosi alla terra. Quando ero trasportato dalle ali della giovinezza, questo mi faceva sognare, mi sembrava strano; ora, ci sono abituato. Il vento geme attraverso le foglie le sue languide note e il gufo canta il grave lamento, che fa drizzare i capelli a chi lo sente. Allora i cani, resi furiosi, spezzano le catene, scappano dalle fattorie lontane, corrono per la campagna, qua e là, in preda alla follia. Di colpo s’arrestano, guardano da ogni lato con ferina inquietudine, l’occhio infuocato e, come gli elefanti, prima di morire, lanciano nel deserto un ultimo sguardo al cielo, disperatamente alzando la proboscide, abbandonando le orecchie inerti, così i cani abbandonano le orecchie inerti, alzano il capo, gonfiano il collo terribile e prendono ad abbaiare, tutt’intorno, o come l’elefante che grida per la fame, o come un gatto ferito al ventre su un tetto, o come una donna che sta per partorire, o come un moribondo di peste all’ospedale, o come una ragazza che canta un’aria sublime, contro le stelle del nord, contro le stelle del sud, contro le stelle dell’ovest; contro la luna; contro le montagne, di lontano simili a rocce gigantesche, che giacciono nell’oscurità; contro l’aria fredda che aspirano a pieni polmoni, che fa l’interno delle narici rosso, bruciante; contro il silenzio della notte; contro le civette, il cui volo obliquo sfiora il loro muso, stringendo un topo o una rana nel becco, nutrimento vivo, dolce per i piccoli; contro le lepri, che dispaiono in un batter d’occhio; contro il ladro, che fugge al galoppo del suo cavallo dopo aver commesso un crimine; contro i serpenti, che smuovono le brughiere, e che fanno loro tremare la pelle, stridere i denti; contro i propri latrati, che mettono paura a loro stessi; contro i rospi, che sbranano con un colpo secco di mascella (perché si sono allontanati dalla palude?); contro gli alberi, le cui foglie, dolcemente cullate, sono tanti misteri ch’essi non comprendono, che vogliono scoprire con occhi fissi, intelligenti; contro i ragni, sospesi alle lunghe zampe, che s’arrampicano sugli alberi per salvarsi; contro i corvi, che non hanno trovato cibo durante la giornata e che ritornato al nido l’ala stanca; contro le rupi a riva; contro i fuochi, che sembrano pennoni di navi invisibili; contro il sordo rumorio delle onde; contro i grandi pesci, che, nuotando, mostrano la schiena nera, poi s’inabissano; e contro l’uomo che li fa schiavi. Dopo ciò tornano a correre per la campagna, saltando le zampe insanguinate i fossati, i sentieri, i campi, le erbe e le petraie scoscese. Li si direbbe presi dalla rabbia, mentre cercano un immenso stagno per estinguere la sete. Gli urlii prolungati spaventano la natura. Guai al viaggiatore attardato! Gli amici dei cimiteri si lanceranno su di lui, lo dilanieranno, lo mangeranno con quelle bocche da dove gronda sangue; poiché essi non hanno denti guasti. Gli animali selvatici, non osando avvicinarsi per prendere parte al pasto di carne, fuggono a perdita d’occhio, tremanti. Dopo qualche ora, i cani, stanchi di correre qua e là, quasi morti, la lingua fuori della bocca, si precipitano gli uni sugli altri, senza sapere quel che fanno, e si dilaniano in mille brandelli, con rapidità formidabile. Non si comportano così per crudeltà. Un giorno, con occhi vitrei, mia madre mi disse: «Quando sarai nel tuo letto e sentirai i latrati dei cani per la campagna, nasconditi sotto le coperte, non prenderti gioco di quel che fanno: hanno una sete inestinguibile d’infinito, come te, come me, come il resto degli umani dalla figura pallida e allungata. Tuttavia, ti permetto di metterti alla finestra per contemplare questo spettacolo, che è tanto sublime.» Da allora, rispetto il desiderio della morta. Io, come i cani, sento il bisogno dell’infinto… Non posso, non posso soddisfare questo bisogno! Sono figlio dell’uomo e della donna, da quel che m’hanno detto. Ciò mi sorprende… credevo d’essere diverso! Per il resto, cosa importa da dove vengo? Se fosse dipeso dalla mia volontà, avrei voluto essere piuttosto figlio della femmina di squalo, la cui fame è amica delle tempeste, e di una tigre dalla crudeltà riconosciuta: non sarei così malvagio. […]

Lautréamont, Canti di Maldoror, fonte.

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