Cori dalla Cattedrale

Antony Gormley - Transport

“È veramente una cattedrale, questo ‘dramma sacro’ che si punta,
e si aderge sui cori come su colonne ed archi”
Giorgio Manganelli.

Restiamo qui, presso la cattedrale. Attendiamo qui.
Siamo trascinate dal pericolo?
È il senso della sicurezza, che ci trascina i piedi
Verso la cattedrale?
Qual pericolo può esserci
Per noi, povere, le povere donne di Canterbury?
Un certo presagio di un atto
Che i nostri occhi sono costretti a testimoniare,
_ha forzato i nostri piedi
Verso la cattedrale.
Da che l’Ottobre d’oro declinò nel fosco Novembre,
E le mele furono colte e riposte, e la terra divenne
__tutta irte brune punte di morte in una
__distesa d’acqua e di mota,
L’Anno Novello, attende, respira, attende, bisbiglia nell’oscurità.
Ma ora io temo che vengano turbate le quete stagioni:
L’inverno verrà portando la morte dal mare,
Una primavera rovinosa batterà alle nostre porte,
Radice e germoglio mangeranno i nostri occhi
__e le nostre orecchie,
Un’estate disastrosa brucerà il letto dei nostri fiumi
E i poveri dovranno attendere che un altro Ottobre languisca.
Perché dovrebbe l’estate recar consolazione
Per i fuochi dell’autunno e per le nebbie dell’inverno?
Che cosa faremo nella caldura dell’estate
Se non attendere in orti sterili un altro Ottobre?
Per noi, le povere, non v’è l’azione,
Ma solo l’attendere e il testimoniare
Noi non vogliamo che succeda nulla.
E riuscimmo a schivar l’attenzione,
Vivendo e in parte vivendo.
Abbiamo avuto tutte i nostri privati terrori,
Le nostre ombre particolari, i nostri segreti timori.
Ma ora è sopra di noi un grande timore, un
__timore non d’una ma di molte,
E i nostri cuori ci sono strappati, i nostri cervelli
__scorticati come gli strati di una cipolla,
__noi stesse siamo perdute perdute
In uno spavento finale che nessuno comprende.
La piccola gente trascinata nella trama del
__destino, per la piccola gente che vive tra
__piccole cose, piccola gente affronta
__la condanna della casa.

Non v’è requie nella casa.
Non v’è requie nella strada.
Odo un inquieto movimento di piedi.
L’aria è pesante e spessa.
Spesso e pesante il cielo. E la terra spinge in su
__sotto i miei piedi.
Che cos’è questo malsano odore, questo vapore?
L’oscura luce verde da una nube sopra
__un albero avvizzito?
La terra si gonfia a partorire la progenie dell’inferno.
Che cos’è quest’umidore appiccicoso che si forma
__sul dorso della mia mano?

Noi non siamo donne ignoranti, sappiamo ciò
__che dobbiamo aspettare e non aspettare.
Conosciamo l’oppressione e la tortura,
Conosciamo l’estorsione e la violenza,

Ma frattanto s’andò avanti a vivere,
Vivendo e in parte vivendo,
Raccogliendo insieme le pezze,
Adunando i fastelli di notte,
Ma ora un novello terrore ci ha insozzato,
__che nessuno può distorre,
__nessuno può schivare,
che scorre sotto i nostri piedi
__e sopra il nostro cielo;
Sotto le porte e giù dai camini, fluisce nell’orecchio
__e nella bocca e nell’occhio

Dolce e nauseante per l’aria oscura
Cade l’odore soffocante della disperazione;
Le forme prendono figura nell’aria oscura:
Le fusa feline del leopardo,
__il passo cadenzato dell’orso,
La scimmia ammiccante che batte le palme,
__la iena quadrata che aspetta.
Per ridere, ridere, ridere.
I signori d’Inferno son qui.
Ti s’avvolgono intorno, giacciono ai tuoi piedi,
__dondolano e volano per l’aria oscura.

Io li ho fiutati, i portatori di morte,
__i sensi mi sono stimolati
Da sottili presentimenti; ho udito
Suoni di flauti nella notte, suoni di flauti e
__civette, ho veduto nel meriggio
Ali squamose pendenti, grandi e grottesche.
Ho gustato
Sapore di putrida carne nel cucchiaio. Ho sentito
Enfiarsi la terra al cader della notte,
__inquieta, assurda. Ho udito
Risa nei rumori degli animali che fanno strani
__rumori: lo sciacallo, l’asino, la cornacchia;
__il fuggevole rumore del topo e del gerbillo;
__il riso del tùffolo, uccello lunatico.
Ho veduto
Grigi colli contorcersi, code di ratti attorcersi,
__nella fosca luce dell’alba. Ho mangiato
Lisce creature ancor vive, con il forte sapore
__salato delle cose che vivono in mare; ho gustato
L’aragosta viva, il granchio, l’ostrica, il buccino,
__il gambero; e vivono e figliano nelle
__mie viscere, e le viscere mi si dissolvono nella
__luce dell’alba. Ho fiutato
La morte nella rosa, la morte nella malvarosa,
__nel pisello odoroso, nel giacinto, nella
__primaverina e nella primula. Ho veduto
Proboscide e corno, zanna e zoccolo, in luoghi strani;
Son giaciuta nel fondo del mare e ho respirato
__con il respiro dell’anemone marino, ho ingoiato
__con l’ingurgito della spugna. Son giaciuta
__nel suolo e ho criticato il verme. Nell’aria
Agitata al passaggio dell’avvoltoio, son piombata
__con l’avvoltoio e mi son rannicchiata
__con lo scricciolo. Ho tentato
L’antenna dello scarafaggio, la squama della
__vipera, la mobile dura insensibile cute dell’elefante,
__il fianco evasivo del pesce. Ho fiutato
Corruzione nel piatto, incenso nella latrina,
__la cloaca nell’incenso, il profumo di dolce sapore
__nel sentiero del bosco, un infernale dolce odore
__nel sentiero del bosco, mentre s’enfiava il suolo.
Ho veduto
Spire di luce avvolgersi nel basso, e raggiungere
L’orror della scimmia. Non sapevo, non sapevo
Che cosa stava per accadere? Era qui, nella
__cucina, nel passaggio,
Nella scuderia nel granaio nella stalla dei bovini
__nella piazza del mercato
Nelle nostre vene nostre viscere nostri crani
Quel ch’è tessuto sul telaio del destino
È tessuto anche nelle nostre vene,
__nei nostri cervelli,
È tessuto come una trama di vermi viventi
Nelle budella delle donne di Canterburgo.

Io li ho fiutati, i portatori di morte;
__ora è troppo tardi
Per l’azione, troppo presto per la contrizione.
Nulla è possibile se non il vergognoso svenimento
Di coloro che consentono all’ultima umiliazione.
Io ho acconsentito, ho acconsentito.
Sono strappata via, soggiogata, violata,
Unita alla carne spirituale della natura,
Signoreggiata dai poteri animali dello spirito,
Dominata dalla libidine dell’autodemolizione,
Dalla morte finale, intera, estrema, dello spirito,
Dall’estasi finale dello sterminio e della vergogna.

Chiarite l’aria! pulite il cielo! lavate il vento!
__separate pietra da pietra e lavatele.
La terra è sozza, l’acqua è sozza, le nostre bestie
__e noi stesse insozzate di sangue.
Una pioggia di sangue m’ha accecato gli occhi.
Dov’è l’Inghilterra? dov’è il Kent? dov’è
Canterbury?
Oh lontano lontano lontano lontano nel passato;
__ed io vado vagando in una landa di sterpi sterili:
__se li spezzo sanguinano; io
__vado vagando in una landa di aridi sassi:
__se li tocco sanguinano.
Come come posso mai tornare alle soavi stagioni tranquille?
Notte, resta con noi, fermati sole,
__trattieniti stagione, non venga il giorno,
__non venga la primavera.
Posso ancora guardare il giorno e le sue cose
__solite, e vederle tutte imbrattate di sangue,
__attraverso una cortina di sangue che cade?
Noi non volevamo che accadesse nulla.
Noi capivamo la catastrofe privata,
La perdita personale, la miseria generale,
Vivendo e in parte vivendo;
Il terrore della notte che termina
__nell’azione del giorno,
Il terrore del giorno che termina nel sonno;
Ma chiacchierare sulla piazza del mercato,
__con la mano sulla scopa,
Ammucchiare le ceneri al cadere della sera,
Porre l’esca sul fuoco allo spuntar del giorno,
Questi gli atti che segnavano un limite al nostro
soffrire.
Ogni orrore aveva la sua definizione,
Ogni dolore aveva una specie di fine:
Nella vita non v’è tempo d’affannarsi a lungo.
Ma questo, questo è fuori della vita,
__questo è fuori del tempo,
Un’imminente eternità di male e d’ingiustizia.
Noi siamo sporche d’una sozzura che non possiamo
__detergere, mischiata col verme soprannaturale,
Non siamo noi sole, non la sola casa,
__non la città che è insozzata,
Ma il mondo che è tutto sozzo.
Chiarite l’aria! pulite il cielo! lavate il vento!
__separate pietra da pietra, separate la pelle
__dal braccio, separate il muscolo dall’osso, e
__lavateli. Lavate la pietra, lavate l’osso, lavate
__il cervello, lavate l’anima, lavateli, lavateli!

Cut-Up da Assassinio nella Cattedrale, T.S. Eliot, Trad. Alberto Castelli, Bompiani, Milano 1974

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