Pianto Generale

Umberto Boccioni. Stati d'animo (ciclo n° 2): 3 - Quelli che restano, 1911 (part.)
(Avvicinamento a un dolore)

di Ottavio Sellitti

Piango i versi del timido poeta.
Piango le pagine bruciate da uno scarafaggio praghese.
Piango i perduti carmi della lesbica Saffo e del lesbico Alceo.
Piango i distrutti Vangeli Apocrifi.
Piango il combustibile delle fiamme di Alessandria.
Piango le lettere pensate e non scritte, meglio riposte, malpensando, nel fondo di un cuore spento.
Piango le perdute parole vergate dagli uditori di Aristotele, da quelli di Platone e le mai vergate parole di Socrate, perché invergabili.
Piango le armonie piangenti crocifisse ad un muro da cento proiettili dai cattolicissimi franchisti.
Piango il Capolavoro di Federigo Tozzi, fuggito via da una finestra aperta, nell’aria fredda.
Piango la brutta copia della Divina Commedia, ormai fluita negli atomi di terra coperta da ombre di palazzi e scale.
Piango Beatrice intuita e non conosciuta.
Piango le opere del santo giustiziato dagli integralisti rossi.
Piango le dimenticate nenie di menti distanti di remoti spazi.
Piango le Teogonie del mais, e della cioccolata, salmodiate dalle vette di pietre squadrate da mani inumane e uccise per oro e terre.
Piango gli Dei dispersi nelle secche savane fra scarne tribù di scarni uomini neri e uomini.
Piango la Somma Sinfonia evaporata nell’aria da un camino nella neve, nel lavoro, in Polonia.
Piango le idee dei pazzi, profeti un tempo, poi pericolosi alle genti.
Piango i colori delle tele resi grigio cenere da Savonarola.
Piango il verde dell’erba cresciuta per ere sotto Ground Zero, prima del Cemento.
Piango le fantasie dei colori di un uccello estinto che più non volerà.
Piango i balli sensuali di una ragazza morta di tisi.
Piango le pagine manoscritte bruciate per il calore.
Piango le schiene spezzate per il cibo altrui.
Piango le vite schiacciate da cose per fare altre cose, o bruciate nei santuari dell’Acciaio.
Piango i deboli giusti sbagliati diversi pensieri uccisi da altri forti pensieri.
Piango le stelle spente dalle luci delle città e raggiunte dalle risate dei sognatori.
Piango le forme e le linee e gli incroci del fiocco di neve che ora si posa e si scioglie.
Piango le poetesse analfabete e prostitute dai padri.
Piango il sacrificio di un inascoltato Dio.
Piango le bestemmie che non avrebbe proferito l’eretico fra le fiamme e il ferro in bocca e le bestemmie proferite dai giudici.
Piango i versi di Wordsworth divenuto conservatore.
Piango le parole di un muto e le musiche che la morte strappò via al Sordo, rimaste imprigionate nei tasti d’avorio.
Piango i figli di tutti gli uomini divenuti preti.
Piango la frustrazione dei preti non preti e anche gli sfoghi dei non preti sui non colpevoli.
Piango il ravvedimento da ogni colpa e la santità che sfuggono per sempre al re seduto sul trono elettrico.
Piango dittatori morti, prima di aver pagato.
Piango le impagabili, irreparabili barbarie umane.
Piango l’acqua che da molto non lo è più e mai più lo sarà.
Piango la momentanea ispirazione e la chiave, venuta nel sonno, nel momento sbagliato e di cui nulla è restato.
Piango la parola costretta nella penna dimenticata.
Piango i Geni che non lo sono stati.
Piango i libri non pubblicati ammassati fra numerosi altri, base per dita di polvere.
Piango i disegni che avrebbero tracciato dita impegnate a compilare ancora e ancora moduli.
Piango le idee e le illusioni e le visioni degli sterminati americani, e i manti dei loro cavalli.
Piango il fitto ricamo di alberi sulle pendici dei monti divenuto chiglie e galeoni.
Piango gli uomini che non conoscerò perchè non nasceranno.
Piango le rivoluzionarie teorie non scritte da una non-dottoressa-in-fisica ragazza-madre lavoratrice.
Piango ogni parola rimasta sulla punta della lingua.
Piango ogni pensiero non pensato.
Piango il pianto tuo che piangi con me e il non pianto tuo che sei sazio di essere con te.

4 commenti

  1. Tommaso C. · · Rispondi

    Tutti piangiamo con te ottavio…

  2. Silvana F. · · Rispondi

    Bello il ritmo, ma la farei più breve.

  3. Avrei voluto aggiungere al mio scritto una riflessione, non l’ho fatto per non intaccarne la semplicità e lo scorrere.
    Fortunatamente questa nota di Silvana (che ringrazio molto) mi permette di parlare della “lunghezza” di questa “poesia”: questa poesia mi è parsa sin dal suo prmo pensamento inconcludibile, il dolore per quanto l’uomo si è irrimediabilmente strappato via non mi è parso finibile o esplorabile in tutta la sua vastità. Tuttavia, una volta scaturito fuori dalla penna, non mi sono sentito di riporlo in qualche luogo, dovevo gridarlo fuori, non potendo trattenere queste lacrime. Ho pubblicato pertanto la “poesia” mutila (per il momento) di ogni dolore non in essa inscritto notando il suo essere solo un “avvicinamento” al dolore verso cui tenta tendere.

  4. diciamo amen

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