In risposta…

Jerry Uelsmann, Untitled, 2000 (part.)

di Francesca Aprea

L’atmosfera è cupa, l’aria trattiene lacrime, grigie di nubi, sul capo dimesso, che non chiede né sa, solitario vaga su questa landa che non ode le urla silenti dei moribondi, le strida dei dolenti, che non piange al ciglio dell’infermo mal comune, che non ama né il discepolo né il disertore.
Tempo gravoso quello d’una vita, schifata dal nascere, imputridita nel giorno dall’alba a notte fonda, nei giorni che seguono, in quelli vissuti di striscio o non goduti affatto, in quelli che ancora non si sanno immaginare perché poca è la forza, troppo poco il coraggio.
E una parca brodaglia ne è la ricompensa.
Come restituiti d’un valore- aggiunto- mai avuto, mai conosciuto.
Sa d’amaro questo cibo, e veleno mi nutre, mi lascia vivo e di vita morire, e di dolore infiacchire. Non resisto allo sberleffo di chi mi incoraggia ad andare per lasciarmi restare, mi volto a chi ha fede nella mia vittoria, ne condividerei piuttosto i fallimenti traspariti tra l’occhio arricciato, la narice allargata e la gota contratta, ne apprezzerei la stanchezza riflessa nel braccio rigonfio e nella rotula livida. Detesto il callo ipocrita sulle facce cerate, bitumate, come apparire in fluorescenza piuttosto che in vecchiezza.
Accesi i focolai nel piccolo, unico polmone: il respiro è grave, le fiamme divampano, il petto si contorce, resta chino, accovacciato a tenere tra le braccia ginocchia, a reggere gambe tremanti, a mordere il labbro spaccato, a sostenere il capo oltraggiato.
Dalla panchina di ferro battuto all’ingresso del grand hotel: un vialone alberato, lungo qualche metro, solitario il sentiero, non conduce a casa, ma in una nuova dimora, per una notte, in un nuovo inferno a guardare nudità disgustanti, a prestare scarpe ai dimenticanti, ad ascoltare le memorie del sonno, le loro, le tue…
E pesa la notte insonne, pesa il giorno seguente, pesa non riuscire a dire, pesa questa faccia, questo sorriso fissato a bella posta, messo all’asta per poter essere acquistato, perché si possa offrire due lire, impacchettarlo, stiparlo. Inamidato non si sposta d’un millimetro, sempre uguale, sempre fisso. E nessuno sa del ghigno, celato dall’impomatura. Nessuno conosce il fiato strozzato, la parola non detta, privata a forza, nessuno conosce il pianto, il pianto dei sobborghi: il pianto chiuso in un cesso del grand hotel, il pianto dimenticato.
E non c’è rabbia in queste lacrime, non il morso che stringe la carne, che la tiene ancorata, salva, torna la rassegnazione, in queste lacrime torna l’orrore, la vergogna.
Il vento infuria, scrolla il fogliame di questi alberi che paiono colossi, radicati nella terra, ed io un punto, uno sputo rachitico da tosse cronica, inascoltato, inosservato.
Il vento infuria, non ho potuto accendere l’ennesima sigaretta, mi fermo ad ascoltare, il vento è portatore di parole. Ma chi ascolta è l’intenditore, ed io, non intendo, come molti, non intendo, come un problema di scollatura, un intoppo del tacco nella fessura.
E pare un giorno qualunque quello trascorso: ai fasti un inchino, la schiena flessa in avanti, le braccia ad incrocio sul petto profano, scoperto, sfila a poca distanza, due passi e sul gradino più alto, in altare, imposta la voce, legge. Giungono voci, seguono immagini, la folla si anima, il chiacchiericcio infedele distrae, lo sguardo si volta più volte, cerca, fissa l’addobbo: le gardenie spaccano i vasi, la terra imbevuta d’acqua fuoriesce, straripa come fiume in piena, rotti gli argini, non trova più letto se non il suolo con cui ricongiungersi, gli scalini ne sono cosparsi, altare e presbiterio paiono sospesi, galleggiano poi s’affossano. Gli steli s’allungano cingono il collo in un abbraccio, i boccioli carezzano il volto.
È ora di tornare a sedere tra la platea, un altro passo, ancora uno.
Di reale c’è bene poco in questa storia, come in quelle che l’hanno preceduta o che la seguiranno, ma poco importa del prima o del dopo, se fossero la medesima cosa nessuno ci presterebbe attenzione, e poco importa di realtà o finzione perché troppo è lo sconfinamento tra i due, o troppo poca la capacità di discernere.
Ho passeggiato ore su strade isolate di notte, a luce fioca e diradata, ho passeggiato con la testa vacante, le gambe molli, le braccia penzoloni, ho passeggiato per non avere meta lungo il ciglio d’un marciapiede scheggiato dall’urto con un parafango, ancora a terra, ho passeggiato per imparare a ricordare e dimenticare il ricordo, ho passeggiato sul balcone di casa con una sigaretta accesa per comporre versi, ho passeggiato sulla via di casa a piedi nudi per sentire il calore dell’asfalto, per mostrare la resistenza del corpo, per far divenire i piedi amianto, ho passeggiato sulla sabbia bagnata per vederne l’impronta, l’essenza, ho passeggiato per poter essere libera di piangere e non vergognarmene, ho passeggiato per non dover origliare le parole nascoste di mia madre e mio padre, ho passeggiato per non sentire squillare il telefono e vedere la voce SCONUSCIUTO, ho passeggiato per credermi una sconosciuta, per non sentire la colpa, il peccato. E poi ho corso, interminabili chilometri, per vedermi invisibile.

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