Dalle Case del Lago

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Joseph, e a proposito: chi fu Sabbatai Zevi lo sai?; rispondimi, per piacere.» «Potrei non saperlo?», quasi gridò. «E…», cominciai io. M’interruppe. «Mio padre, ogni mille anni, me ne parlava con raccapriccio», disse. «Ma sono convinto» dissi io «che, nel suo cuore, come qualsiasi ebreo religioso, tuo padre subiva l’esecrando influsso del falso Messia; lui che commise il peccato massimo quando, convertendosi all’islamismo, profanò il Nome con l’indicibile proposito di scendere all’inferno per liberare le scintille di bene prigioniere della materia opaca.»

Mi riscosse un fruscio: Maximus e Minimus, loro. Mi raggiunsero, ma quieti. Si accucciarono presso di me, ai due lati. Misi una mano sulla testa di Maximus e una mano sulla testa di Minimus; ve le tenni. Mi asciugai le mani bagnate di lacrime sul loro pelame. Erano caldi, quieti. Mi sentii riconfortato. Fra i cani e me non vi è mai stato che comprensione. Me lo dissi con rinnovato stupore. Con rinnovato stupore mi dissi che, prescindendo dal soccorso della filosofia, la prova delle creature invisibili che ci circondano ce la danno i cani (gli animali in genere).
__– Con rinnovato stupore? E quali creature invisibili?
__– Gli angeli: i frammenti del Potere. Con rinnovato stupore: non è pazzesco che qualcuno si ostini a dubitare davanti a tanta evidenza?
__– Mi spieghi.
__– Dico questo: Se, per ipotesi, ci trovassimo in un mondo in cui gli unici abitanti fossimo noi, sì da farci ritenere inconcepibile qualsiasi forma diversa, in questo caso sarebbe difficile, forse, credere nell’esistenza intorno a noi di creature talmente differenti da essere inafferrabili ai nostri occhi. Ma, giacché constatiamo che un immenso mondo di creature diverse, gli animali, ci circonda, dai virus agli ippopotami, mi…
__– Basta: attendevo qualcosa di più vertiginosamente profondo. Secondo lei, in concreto, l’esistenza dei cani prova l’esistenza degli angeli.
__– Sì. E nella caverna dalla penombra cerulea coi due cani frementi ma quieti contro il mio corpo fu appunto agli angeli che mi misi a pensare. Mi misi a pensare al presumibile angelo di Safed.
__– Presumibile? E … Safed dove: Safed in Galilea?
__– Presumibile (aggettivo forse scorretto), perché la ferma convinzione che “quello” fosse un frammento di Potere non l’ho avuta mai. Safed in Galilea, al nord dell’attuale Stato d’Israele, dove quattro secoli orsono fiorì una scuola cabalistica dalle intuizioni folgoranti. Nel cimitero di Safed sono sepolti personaggi venerabili, benché le loro tombe, che pur sono meta di visite frequenti e ferventi, abbiano l’aspetto negletto, trasandato, prossimo alla rovina, di un luogo del quale nessuno si cura. Nel corso del mio viaggio in Israele, quando al vertice dell’angoscia, ma ostinatamente non disperato, andai a chiedere un miracolo per Damaso (proprio così: chiesi un miracolo! ), non mi contentai d’introdurre un biglietto contenente un petizione redatta con le debite forme in una fessura del Muro del Pianto, a Gerusalemme, ma volli inoltre deporre una supplica più personale sulla tomba d’Isacco Luria, detto il Leone, a Safed. Egli formò una scuola di cui non si finirà di parlare; erano al tempo stesso mistici illuminati ed eccezionali pensatori; vestiti di bianco, il venerdì al tramonto uscivano nei campi, ilari, incontro alla principessa Sabato; e sull’atto creatore (avvenuto in una contrazione amorosa: l’Infinito si fa “finito” per lasciare “spazio” alla materia), come sulla mescolanza fra luce e tenebre e sulla necessità di restaurare l’armonia primordiale, espressero concetti che nessuno aveva mai espressi prima di loro e che nessuno (eccetto i fisici moderni) avrebbe espressi dopo. Io…
__– Permetta. Lei ha detto: Al vertice dell’angoscia, ma ostinatamente non disperato. Ritengo di non aver frainteso, ma preferisco esserne sicuro.
__– L’ho detto. Di questa mia speranza irragionevole abbiamo parlato già. Durante gli anni in cui l’Altro emergeva in Damaso, degradando e distruggendo, lei sa che i familiari, i parenti, gli amici, i colleghi, i medici…, tutti disperavano; io no. Nonostante l’efferatezza delle crisi, perdurò in me una… una luce.
__– Speranza nel “miracolo”?
__– Speranza, semplicemente, che Damaso sarebbe guarito (o che Damaso sarebbe potuto guarire). L’idea del miracolo m’invase più tardi.
__– E perché ha sperato: su quali basi riuscì a non isperare?
__– In me non si è mai estinta l’eco, sebbene affievolita, di un nome santo (e forse non meno irragionevole della mia speranza): quello del Messia. Anche all’epoca in cui, integralmente distratto dalla vita, passavano mesi, anni, senza che il nome del Messia mi venisse alle labbra…, anche allora c’era in me un’eco: la nostalgia di un mondo di pace. Tutto qui.
__– Tutto qui. Un nome, un mito… Vada avanti: ci trovavamo nel cimitero di Safed.
__– Mito non è: ma certezza proiettata nel tempo. Il Messia, che non viene “mai” oggi perché “sempre” verrà domani, è stato il motivo guida del me più autentico. Un suono di flauto, non meno tenace che tenue, appena udibile, e immancabile, nella vociante sinfonia della mia esistenza.
__– Che deliziose parole, “non meno tenace che tenue, appena udibile, e immancabile, nella vociante sinfonia della mia esistenza”, che sublimi parole: parole! Parole poeticamente nebulose…, e torniamo a Safed
__– Torniamoci. Eccomi dunque, alla fine di una mattinata di sole, fresca ed effondente profumi dapprima, poi di colpo si arroventa, ho l’impressione di precipitare in un forno, eccomi col cuore e i nervi tesi pronto ad affrontare la visita del cimitero di Safed; dico “affrontare” non solo per il mio stato d’animo, ricco dei molteplici turbamenti che lei concepirà, ma anche perché, invece di entrare dall’ingresso normale, come sarebbe logico, mi avviene di passare, seguendo un tortuoso viottolo, attraevo una breccia praticata in un vecchio muro; questo mi disorienta e mi confonde. Avanzo fra le tombe uguali, sciatte, derelitte, e cerco di decifrare gli sbiaditi caratteri, sovente tracciati con una pittura nera catramosa, che ormo le vetuste lapidi; cammino molto, in salita e in discesa, e mi sfaccio in sudore; sono infine attratto da una tomba coperta di pietruzze, indice inequivocabile della notorietà del suo titolare e segno della devozione di coloro che in questa maniera (le pietruzze equivalgono ai fiori dei cristiani) gli rendono un omaggio di pietà. E difatti riesco a leggere “ha-Ari”, il Leone: è lui, il santo cabalista Isacco Luria. Depongo sul mucchio la mia brava pietruzza; sotto vi metto il pezzettino di carta col succinto messaggio (scarabocchiato lì in piedi nel sole: nel sole il cui ardore aumenta): “Chiedo un’intercessione per salvare Damaso”; e vorrei aggiungere il nome di suo padre, all’uso orientale, “Damaso figlio di…”, ma mi accorgo che lo ignoro. Afferrato da un’esaltante idea, di nomi scrivo il mio: Damaso è più figlio mio, vero?, che del padre suo nella carne. E, senza poter giurare di aver redatto la richiesta in un ebraico degno dell’illustre destinatario, prendo il cammino verso l’uscita; non mi è difficile giungere alla porta principale. Esco e, nella deserta straduccia (qui il mio ricordo è bizzarramente imbrogliato: ma che vi sia una straduccia e che sia deserta è indubitabile), mi sento così stanco che voglio concedermi un riposo. Scorgo, addossata al muro (il muro del cimitero, mi sembra), una panca di pietra; mi siedo. La tomba del grande cabalista mi ha impressionato; ci sono in me una tenerezza, un languore, un desiderio di abbandonarmi al pianto. Chiudo gli occhi, mi raccolgo, penso a Damaso con struggente ansietà. E allora sorge una voce: qualcuno parla presso di me, qualcuno parla a me.
__– Una voce proveniente dalla sfera invisibile? Non ha detto che la straduccia era deserta?
__– Lei scherza e non mi offende che lo faccia: guardi però che, avendo aperto gli occhi, io vidi che accanto a me c’era un essere umano: un essere umano molto visibile perché in carne e ossa: più ossa che carne, francamente, dato che l’individuo era magrissimo. Si trattava di uno di quegli esili e delicati giovani che abbondano nelle scuole talmudiche: pallidi, rossicci, dai cernecchi in disordine e ammantati di nero. La creatura che stava alla mia sinistra (come vi era giunta e quando?) aveva, in particolare, un naso a becco che incuteva rispetto e un raio di occhi infinitamente tersi, eppure accesi, sconcertanti; e notai che, invece di vestire secondo la foggia degli studenti talmudici, appunto ammantati di nero corre i loro antenati dei ghetti russopolacchi di due o tre secoli fa, indossava una specie di burnus marrone, brillante, tanto che se non ci fossero stati quel colore della pelle e quegli occhi supereuropei lo avrei preso per un arabo. Al posto del rigido cappello nero degli ebrei religiosi, portava un turbante perlaceo. Con voce lenta e melodiosissimi, ripete il saluto che aveva sottratto me alla meditazione; ma non fu il solito breve “shalom” degli ebrei molerai, bensì una formula articolata: «La pace sia su di te!», al modo degli arabi, quantunque in ebraico. Sicché io, pur rispondendo in ebraico, impiegai per corrispondere la formula araba: «E su di te la pace!», gli augurai. Intanto mi domandavo: Ma da dove è schizzato fuori costui? Non lo avevo visto né sentito avvicinarsi.
__– L’agitazione provocata dalla visita al cimitero, il caldo, la stanchezza…
__– Può darsi. C’era un silenzio immenso nella straduccia, col fulgore del sole, e noi eravamo seduti all’ombra. scarsa ma ristoratrice. Il giovane cambiò di lingua: in inglese sommesso, soave, un po’ lamentevole, ma ben pronunciato e corretto, mi domandò se fossi straniero. «Lo sono», risposi. Mi sorrise appena mostrandomi il corallo delle gengive. «E che cosa l’ha condotto in questo luogo?», mi domandò col suo filo di voce. Sarebbe stato logico rispondergli con qualche cortese vaghezza; ma una forza mi costrinse: «Sono venuto a impetrare al leone la salute per qualcuno che è terribilmente malato», fissi. «Malato nel corpo?», domandò il giovane dopo un istante di silenzio. « Forse più nell’anima che nel corpo», fui costretto a dire. «Suo figlio? », domandò lui con una strana insistenza. La risposta che mi ascoltai dare suscitò in me (ho tutto infitto nella mente) un senso di stupore. «Lei sa che mio figlio non è,»   dissi con foga «lei sa che è più che mio figlio!» Che cosa mi accadeva? Ma il giovane abbassò la testa. «Capisco», disse. Ci fu un lungo silenzio. Poi, senza muoversi, e sempre con la testa abbassata, parlò con una voce così debole che la raccolsi a stento: « Perché immagina che il Leone possa e voglia aiutarla? », disse. «Chi sta per affogare si afferra perfino a un chiodo di fuoco!», risposi seccamente. «Capisco,» mormorò il giovane «ma la sua fede è esitante… o forzata.» «Do quel che ho,» ribattei con un principio di esasperazione «e non sono in grado di dare più di quel che ho!» Un altro silenzio, molto lungo, durante il quale il giovane parve assorto; finì col dire misteriosamente: «Il cielo ama essere obbligato…»; e di nuovo il silenzio. «Lei è di qui?», gli domandai poi piattamente. Scosse il capo. «Conosce di nome una piccola città che si trova fra la Terra Santa e l’Egitto d’infelice memoria: Gaza?», disse con quel suo barlume di sorriso. «Ma certamente!», esclamai, quasi irritato. «Mi chiamo Nathan,» proseguì lui mitemente «sono Nathan di Gaza, sono Nathan di Gaza.» Lo disse due, tre volte. Ebbi allora, in una vertigine, l’impressione che il tempo si fermasse. Chiusi gli occhi per ripetere quel nome: «Nathan di Gaza!», sospirai.
__– Un amico, un nemico suo?
__– Nathan di Gaza visse dal 1644 al 1680.
__– Chiunque fosse, constato che morì giovane: a trentasei anni.
__– E non è possibile parlarne senza riferirsi a Sabbatai Zevi; questo lei lo ignora?
__– Che importa? Prosegua!
__– Come non è possibile parlare di Sabbatai Zevi senza riferirsi a Isacco Luria e alla sua teoria sulla “restaurazione” dell’universo.
__– Si riferisca a chi e a che cosa le piaccia e, per favore, prosegua.
__– Sabbatai Zevi: l’uomo che dichiarò di essere il Messia. Era quello un tempo in cui l’umanità ebraica viveva più che mai l’anelito dell’attesa. Più che mai perché le tribolazioni dell’esilio non erano mai state così inclementi: le comunità dell’Europa orientale decimate dal furore del cosacco Chmielnicki; le ferite dell’espulsione dalla Spagna, e poi dal Portogallo, vive, brucianti ancora. Un uomo chiamato Sabbatai Zevi, suddito del sultano di Costantinopoli, comincia a sentire in sé un pullulare di esaltazioni e di depressioni. Beneficiario e vittima di una sensibilità eccezionale, lo tormenta il sesso, lo seduce la santità. Ha un potere di suggestione immenso: un segno nell’anima. Ma come riassumere Sabbatai Zevi, il massimo falso profeta d’Israele? Conosceva la dottrina d’Isacco Luria ed era ossessionato dal concetto di restaurazione (separare il bene dal male) predicato dai mistici di Safed. E un giorno “scoperse” che il Messia era lui: lui stesso! Perché e come, non lo so, nessuno lo sa; ma lo scoperse. E forse questo terribile e glorioso segreto Sabbatai Zevi non lo avrebbe rivelato a nessuno (forse lo avrebbe sepolto nell’anima) se non gli avessero detto che a Gaza c’era un illuminato: Nathan. Gli dissero che Nathan di Gaza, sui vent’anni, svelava a ciascuno i propri arcani e così  dava pace. Sabbatai Zevi partì per Gaza. Chi fosse genuinamente Nathan di Gaza, neppure questo lo si sa: un innamorato dell’Infinito, un pazzo?, nessuno lo sa. Si sa che era un esperto degli abissi del Libro dello Splendore. E che gli si erano presentati angeli per aprirgli le porte dei Palazzi. Esiste una sua lettera di cui sono in grado di citare brani a memoria: “Essendomi consacrato alla santità e alla purezza, e ritirato in una stanza separata dopo che con molte lacrime ebbi recitato la preghiera del mattino lo Spirito venne su di me; mi si rizzarono i capelli, mi tremarono le ginocchia, vidi il Carro (della visione di Ezechiele); ebbi visioni di Dio tutto il giorno e tutta la notte, ed ero gratificato da una vera profezia come nessun altro profeta”… Nathan di Gaza aveva vent’anni, Sabbatai Zevi all’incirca il doppio, ma Sabbatai Zevi gli espresse convinzioni e dubbi, e Nathan di Gaza gli assicurò che il suo sentire era autentico. Che lui, Sabbatai Zevi, era l’Atteso. E lo indusse a proclamarlo e ne divenne l’apostolo.
__– Un Messia tre secoli fa: a quante generazioni di distanza dal Secolo delle Luci, dalla Rivoluzione Francese, dalla fisica nucleare?
__– A nessuna distanza: contemporaneità perfetta. Il Messia è un modo di essere dell’anima (ma non si limita al ruolo di un modo di essere dell’anima). Il che non impedisce che Sabbatai Zevi sia stato anche storicamente la corona dei falsi profeti d’Israele. Ma qui “falso” non è a forza sinonimo d'”impostore”. Molti gridarono all’impostura, tuttavia, e si lacerarono le vesti per lo scandalo quando, al termine di un’indescrivibile glorificazione mondana, acclamato santo dalle folle in delirio, cammino trionfale fra moltitudini osannanti (con al fianco una puttana santificata e santificante), Sabbatai Zevi fu arrestato e, a Gallipoli, condotto davanti al sultano. Allora non si contentò di ritrattare tutto, la sua qualità di re-messia, ma addirittura giunse al punto, apice dell’abiezione, di rinnegare se stesso per convertirsi all’Islam. Tolse un cappello maomettano dalla testa di uno dei presenti e teatralmente se ne coprì. Pronunciò la professione di fede: «Non vi è dio salvo Allah e Muhammad è il profeta di Allah!»; e il sultano lo guardava. Paradossalmente fu nell’istante in cui commise il peccato supremo che agli occhi di non pochi dei suoi discepoli Sabbatai Zevi raggiunse la più sublime grandezza. Perché esclusivamente chi assume il male può riconoscerlo. Esclusivamente chi assume il male, e pertanto lo riconosce, può riuscire a trarre dall’immondo caos che è il male le scintille di bene che vi sono mescolate. La “restaurazione” consiste in questo: separare! Per cui Sabbatai Zevi non è soltanto un ingannatore e un ingannato (impossibile misurare quanto fosse dell’uno e quanto fosse dell’altro), non è soltanto una delle più indimenticabili e meno assimilabili amarezze dell’Israele perpetuamente illuso e deluso, è altresì…
__– Si ferma?
__– … è altresì un’immagine dell’anima: presagio, specchio, riflesso, simbolo, occhio. E, accanto a lui, Nathan di Gaza.
__– Occhio?
__– L’anima vede.
__– Sabbatai Zevi, insomma, scende agli inferi: itinerario classico e… e frequente.
__– Che sia frequente, lo afferma?, lo giurerebbe?
__– Non sa chi sono?
__– So che ora sta ridendo.
__– Rido della sua domanda. Dunque: e Nathan di Gaza?
__– In che senso?
__– Che cosa le disse, quel mezzogiorno in quella straduccia da uno dei cui muri scaturivano tre palme, Nathan di Gaza?
__– Palme? Come sa lei delle tre palme?
__– Non erano tre le palme?
__– Erano tre, erano tre palme, scaturivano da un muro ,erano tre palme! Come lo sa, risponda, come lo sa, lei?
__– Vi sono invariabilmente tre palme in Oriente; non si ecciti. Mi riferisca, piuttosto, quel che le disse Nathan di Gaza.
__– Non mi disse nulla, non mi disse nulla, sparì!
__– Sparì? Ah, era da prevedersi.
__– Era da prevedersi?
__– Sparisce ciò che non è apparso.

da Carlo Coccioli, Le case del Lago, Milano, Rusconi 1980

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