Notre-Dame

Hendrik van Steenwyck the Younger, The Interior of a Gothic Church looking East, 1604-1615 (part.)

È certamente ancor oggi un maestoso e sublime edificio, la chiesa di Notre-Dame di Parigi. Ma per quanto sia rimasta bella invecchiando, è difficile non sospirare e non indignarsi davanti ai guasti e alle mutilazioni innumerevoli che simultaneamente il tempo e gli uomini hanno inflitto al venerabile monumento, senza alcun rispetto per Carlo Magno che ne aveva posata la prima pietra, per Filippo Augusto che ne posò l’ultima.
___Sulla faccia di questa vecchia regina delle cattedrali, accanto a una ruga si trova sempre una cicatrice. Tempus edax, homo edacìor. E io tradurrei volentieri cosi: il tempo è cieco, l’uomo è stupido.
___Se ci fosse dato di esaminare con il lettore, a una a una, le diverse tracce di distruzione segnate nell’antica chiesa, vedremmo che la parte minore spetta al tempo, e la peggiore agli uomini, soprattutto a quelli «del mestiere», giacché tra i guastatori di Notre-Dame non pochi in questi ultimi due secoli si sono arrogati il titolo di architetti.
___E anzitutto, per citar solo qualche esempio di capitale importanza, certo in architettura esistono poche pagine più belle di questa facciata dove, successivamente e in modo concorde, i tre portali a sesto acuto, il cordone ricamato e dentellato delle ventotto nicchie con le statue dei re, l’immenso rosone centrale fiancheggiato da due finestre laterali come l’officiante dal diacono e dal suddiacono, l’alta e fragile galleria di archi trilobati che sostiene una pesante piattaforma sulle sue colonnine sottili, infine le due torri cupe e massicce con i loro tetti di ardesia, tutte parti armoniose di un magnifico insieme, sovrapposte in cinque piani giganteschi, si svilappano sotto il nostro sguardo, in folla ma ordinatamente, coi loro particolari di statuaria, di scultura e di cesello collegati in maniera possente alla tranquilla grandiosità del tutto; quasi vasta sinfonia di pietra; opera colossale di un uomo e di un popolo, una e complessa a un tempo come le Iliadi e i Romancero di cui è sorella; risultato prodigioso del contributo di tutte le forze di un’epoca, dove da ogni pietra vedi balzare in mille modi la fantasia dell’operaio disciplinata dal genio dell’artista; creazione umana, in una parola, forte e feconda come la creazione divina, cui sembra aver sottratto il suo duplice carattere: varietà, eternità.
___Ma quanto abbiamo detto della facciata, bisogna dirlo dell’intera chiesa; e ciò che diciamo della cattedrale di Parigi, dobbiamo dirlo di tutte le chiese della cristianità durante il Medioevo. Tutto è legato in quest’arte nata spontaneamente, logica e ben proporzionata. Misurare l’alluce è come misurare il gigante.
___Torniamo alla facciata di Notre-Dame, quale la vediamo ancora oggi quando andiamo ad ammirare religiosamente la grave e possente cattedrale che, a quanto dicono i cronisti, incute terrore: quae mole sua terrorem incutii spectantibus.
___Tre cose importanti mancano oggi a quella facciata. Prima di tutto la scalinata di undici gradini che un tempo la innalzava sul livello della piazza; poi la serie inferiore delle statue che occupavano le nicchie dei tre portali, e la serie superiore dei ventotto più antichi re di Francia, da Childeberto a Filippo Augusto, tutti con «il pomo imperiale» in mano.
La gradinata, l’ha fatta sparire il tempo elevando con un progredire lento e inesorabile il livello del terreno della Cité. Ma, pur lasciando divorare a uno a uno dalla marea crescente del suolo di Parigi gli undici scalini che aumentavano la maestosità dell’alto edificio, il tempo ha dato alla chiesa forse più di quanto le ha tolto, diffondendo sulla facciata quel cupo colore dei secoli grazie a cui la vecchiaia è per i monumenti l’epoca della maggior bellezza.
___Ma chi ha abbattuto le due file di statue? chi ha lasciato vuote le nicchie? Chi ha aperto nel bel mezzo della porta centrale quell’ogiva nuova e bastarda? chi ha osato inserirvi quella porta pesante e inutile, di legno, scolpito in stile Luigi XV, a fianco degli arabeschi di Biscornette? Gli uomini: architetti e artisti del nostro tempo.
Se poi entriamo nell’interno della chiesa, chi ha rovesciato il colossale san Cristoforo, proverbiale tra le statue come il salone del Palazzo di Giustizia tra le sale, come la guglia di Strasburgo tra i campanili? E quelle miriadi di statue che popolavano tutti gli intercolunni della navata e del coro, in ginocchio, in piedi, a cavallo, uomini, donne, bambini, re, vescovi, guerrieri, di pietra, di marmo, d’oro, d’argento, di bronzo, e perfino di cera, chi li ha bestialmente spazzati via? Non il tempo.
___E chi ha sostituito l’antico altare gotico, splendidamente carico di urne e di reliquari, con quel pesante sarcofago di marmo, tutto un ammasso di teste d’angelo e di nuvole, che sembra un campionario sparigliato di Val-de-Gràce o degli Invalides? Chi ha stupidamente sigillato quell’ingombrante anacronismo di pietra nel pavimento carolingio di Hercandus? Non fu Luigi XIV per adempiere il voto di Luigi XIII?
___E chi ha messo quei freddi vetri bianchi al posto delle vetrate dai colori smaglianti che facevano esitare lo sguardo meravigliato dei nostri padri tra il rosone del portale principale e le finestre ogivali dell’abside? e che direbbe un misero chierico del XVI secolo, vedendo il bell’intonaco giallo con cui i nostri vandalici arcivescovi hanno imbrattato la loro cattedrale? Ricorderebbe che quello era il colore con cui il boia ridipingeva gli edifici scellerati; ricorderebbe il palazzo del Petit-Bourbon, tutto impiastrato di giallo per il tradimento del connestabile, «un giallo di cosi buona tempra — dice Sauval – e applicato cosi bene, che non si è ancora scolorito dopo più di un secolo». Crederebbe che quel sacro luogo sia diventato infame, e scapperebbe via.
___E se saliamo sulla cattedrale, senza fermarci alle mille barbarie d’ogni genere, che hanno fatto di quel grazioso campanilino che s’innalzava sul punto dove s’incrociano le navate, e che, non meno fragile e non meno ardito della sua vicina, la guglia (distrutta anch’essa) della Sainte-Chapelle, si slanciava nel cielo più delle torri, agile, aguzzo, sonoro, traforato a giorno? Lo ha amputato un architetto di gusto (1787) e ha creduto di mascherare la piaga con quel largo impiastro di piombo che somiglia al coperchio di una pentola.
___Cosi fu trattata l’arte meravigliosa del Medioevo quasi in ogni paese, e soprattutto in Francia. Si possono distinguere tre specie di ferite sulla sua rovina e tutte tre l’intaccano a differenti profondità: prima di tutto il tempo, che ne ha sbreccato qua e là e arrugginito dappertutto la superficie; poi le rivoluzioni, politiche e religiose, che, cieche e bestiali per natura, le sono piombate addosso tumultuose, strappandole la ricca veste di sculture e di ceselli, spaccando i rosoni, spezzandone le collane di arabeschi e di figurine, abbattendo le statue, ora perché mitriate, ora perché coronate; e infine le mode, sempre più sciocche e grottesche, contribuendo una dietro l’altra, dopo le disordinate e splendide deviazioni del rinascimento, alla fatale decadenza dell’architettura. Le mode hanno fatto più danni delle rivoluzioni. Hanno tagliato nella carne viva, hanno intaccato lo scheletro dell’arte, hanno smozzicato, disorganizzato, distrutto l’edificio, nella forma come nel simbolo, nella logica come nella bellezza. Hanno sfacciatamente applicato in nome del buon gusto, sulle ferite dell’architettura gotica, le loro misere, effimere cianfrusaglie, i loro nastri di marmo, le loro nappine di metallo, vera lebbra di ovoli, di volute, di ghirigori, di drappeggi, di ghirlande, di frange, di fiamme di pietra, di nuvole di bronzo, di amorini obesi, di cherubini paffuti, che comincia a rodere la faccia dell’arte nell’oratorio di Caterina de’ Medici, e la uccide, due secoli dopo, straziata e contorta, nel boudoir della Dubarry.
___Cosi, per riassumere quanto abbiamo detto finora, tre specie di devastazioni sfigurano oggi l’architettura gotica. Rughe e verruche in superficie: colpa del tempo; vie di fatto brutali, contusioni, fratture: colpa delle rivoluzioni da Lutero fino a Mirabeau. Mutilazioni, amputazioni, smembramenti, restauri: è l’opera di gusto greco, romano e barbaro dei professori discepoli di Vitruvio e del Vignola. L’arte magnifica creata dai vandali fu uccisa dalle accademie. Ai secoli, alle rivoluzioni che devastavano si, ma con imparzialità e grandezza, è venuto ad aggiungersi lo sciame degli architetti di scuola, patentati, giurati e legalizzati, che preferiscono e adottano soluzioni di gusto deteriore, sostituendo i fronzoli del Luigi XV ai merletti gotici, a maggior gloria del Partenone. È il calcio dell’asino al leone morente. È la vecchia quercia potata a corona e che, per colmo d’ironia, è punzecchiata, morsa, corrosa dai vermi.
Com’è lontano il tempo in cui Robert Cenalis, paragonando Notre-Dame di Parigi a quel famoso tempio di Diana in Efeso, tanto celebre tra gli antichi pagani da avere reso immortale il nome di Erostrato che lo incendiò, giudicava la cattedrale francese «più in lunghezza, larghezza, altezza e struttura»!
___Del resto, Notre-Dame di Parigi non è affatto un monumento compiuto, definito, classificato. Non è più una chiesa romanica, non è ancora una chiesa gotica. Non è una costruzione tipica. Notre-Dame di Parigi non ha, come l’abbazia di Tournus, la struttura grave e massiccia, la volta ampia e rotonda, la nudità glaciale, la maestosa semplicità degli edifici che hanno come punto di partenza il tutto sesto. Non è, come la cattedrale di Bourges, il prodotto magnifico, lieve, multiforme, folto, irto, fiorito del sesto acuto. Impossibile annoverarla tra le antiche chiese cupe, misteriose, basse e come schiacciate dal pieno centro; quasi egiziane, tranne il soffitto; tutte geroglifici, tutte ieratiche, tutte simboliche; più cariche negli ornati di losanghe e zigzag che di fiori, più di fiori che di animali, più di animali che di uomini; opera del vescovo più che dell’architetto; prima trasformazione di un’arte tutta improntata a una disciplina teocratica e militare, che mette radici nel basso-impero e termina con Guglielmo il Conquistatore. Impossibile collocare la nostra cattedrale in quell’altra famiglia di chiese alte, aeree, ricche di vetrate e di sculture: di forma slanciata, di atteggiamento ardito; comunali e borghesi come simboli politici; libere, capricciose, sfrenate, come opera d’arte; seconda trasformazione dell’architettura, non più geroglifica, immutabile e ieratica, ma artistica, progressista e popolare, che va dal ritorno dalle crociate al regno di Luigi XI. Notre-Dame di Parigi non è di pura razza romanica come le prime, né di pura razza araba come le seconde!.
___È un’opera di transizione. L’architetto sassone finiva d’innalzarei primi pilastri della navata, quando l’arco a sesto acuto, arrivando dalle crociate, venne a posarsi da conquistatore su quei larghi
capitelli romanici destinati a sostenere solo archi a tutto sesto. L’ogiva, da quel momento padrona del campo, ha dominato sul resto della chiesa. Da principio, tuttavia, inesperta e titubante, si apre, si slarga, si rattiene, senza osare ancora di slanciarsi in frecce e in guglie come fece più tardi in tante meravigliose cattedrali. Si direbbe che risentisse la vicinanza dei pesanti pilastri romanici.
___D’altronde, questi edifici di transizione tra il romanico e il gotico non sono meno preziosi, per lo studioso, di quelli di tipo puro. Esprimono una sfumatura dell’arte che, senza di loro, sarebbe andata perduta. Rappresentano l’innesto dell’arco acuto sul tutto sesto.
___Notre-Dame di Parigi è in particolare un curioso esempio di questa varietà. Ogni lato, ogni pietra del venerabile monumento è una pagina non soltanto della storia di Francia, ma anche di quella della scienza e dell’arte. Cosi, per limitarci ai particolari più importanti, mentre la piccola Porte-Rouge raggiunge quasi il massimo della delicatezza gotica del xv secolo, i pilastri della navata, con il loro volume e la loro gravità, retrocedono fino all’abbazia carolingia di Saint-Germain-des-Prés. Si potrebbe credere che tra quella porta e quei pilastri siano passati sei secoli. Perfino gli ermetici trovano nei simboli del portale principale un soddisfacente riassunto della loro scienza, di cui la chiesa di Saint-Jacques-de-la-Boucherie dava una rappresentazione geroglifica cosi completa. In tal modo, l’abbazia romanica, la chiesa filosofale, l’arte gotica, l’arte sassone, il pesante pilastro rotondo che ricorda Gregorio VII, il simbolismo ermetico con cui Nicolas Flamel precorreva Lutero, l’unità papale, lo scisma, Saint-Germain-des-Prés, Saint-Jacquesde-la-Boucherie, tutto è fuso, combinato, amalgamato in Notre-Dame. Tra le vecchie chiese di Parigi, questa chiesa centrale e generatrice è una specie di chimera: ha il capo di questa, le membra di quella, il torso di un’altra; qualche cosa di tutte.
___Queste costruzioni ibride, lo ripetiamo, non sono le meno interessanti per l’artista, per l’archeologo, per lo storico. Ci fanno comprendere fino a qual punto l’architettura sia cosa primitiva, in quanto dimostrano, come lo dimostrano le vestigia ciclopiche, le piramidi d’Egitto, le gigantesche pagode indiane, che i prodotti dell’architettura sono piuttosto opere sociali che individuali; più il parto di un popolo in travaglio che il frutto di uomini geniali; depositi lasciati da una nazione, ammassi che formano i secoli; residuo delle evaporazioni successive della società umana; per dirla in breve, specie di formazioni naturali. Ogni flusso del tempo porta seco il suo deposito alluvionale, ogni razza innalza, depone il proprio strato sul monumento, ogni individuo vi aggiunge una pietra. Cosi fanno i castori, cosi fanno le api, cosi fanno gli uomini. La torre di Babele, il grande simbolo dell’architettura, è un alveare.
___Come le grandi montagne, anche i grandi edifici son opera dei secoli. Spesso l’arte si trasforma, mentre questi sono ancora incompleti: pendent opera interrupta; e poi vengono continuati placidamente, secondo i recenti dettami. L’arte rinnovata prende il monumento al punto in cui lo trova, vi si abbarbica, se lo assimila, lo sviluppa a suo modo e lo finisce se può. La cosa avviene senza turbamento, senza sforzo, senza reazione, secondo una legge naturale e tranquilla. Si tratta solo di un innesto, e la linfa continua a circolare, e spuntano nuove foglie. Certo, in queste suture successive di più gusti differenti sui vari livelli dello stesso monumento, vi è materia per lunghi studi e spesso per una storia universale dell’umanità. L’uomo, l’artista, l’individuo si cancellano in queste immense opere anonime; l’intelligenza umana vi si riassume e si somma. Il tempo è l’architetto, il popolo è il muratore.
___Se non si considera qui che l’architettura europea cristiana, questa sorella minore delle grandi costruzioni orientali, essa ci appare come una immensa formazione divisa in tre zone ben distinte che si sovrappongono: la zona romanica, la zona gotica, la zona del rinascimento cui vorremmo dare il nome di greco-romana. Lo strato romanico, che è il più antico e il più profondo, è dominato dall’arco a tutto sesto, che riappare, sostenuto dalla colonna greca, nello strato superiore e più recente del rinascimento. Nello strato intermedio domina il sesto acuto. Gli edifici che appartengono esclusivamente a una di queste tre zone sono perfettamente distinti, unitari e completi: cosi l’abbazia di Jumièges, la cattedrale di Reims, Sainte-Croix di Orléans. Ma le tre zone si mescolano, si amalgamano sui confini, come i colori nello spettro solare. Da ciò, i monumenti complessi, gli edifici indecisi, di transizione. Qualcuno di essi è romanico alla base, gotico al centro, greco-romano sulla vetta: perché sono passati seicento anni prima che fosse finito. Questa varietà è rara; ne è un esempio il torrione di Etampes. Ma i monumenti che appartengono a due periodi sono più frequenti. Tra questi è Notre-Dame di Parigi, edificio gotico, che affonda i suoi primi pilastri nella zona romanica, la stessa in cui sono immersi il portale di Saint-Denis e la navata di Saint-Germain-des-Prés; la mirabile sala capitolare semigotica di Bocherville nella quale la zona romanica arriva fino a metà corpo; la cattedrale di Rouen, che sarebbe interamente gotica, se non si slanciasse con la punta della sua guglia centrale nella zona del rinascimento.
___Del resto, tante sfumature, tante differenze toccano soltanto la superficie degli edifici. L’arte ha cambiato pelle; ma la struttura della chiesa cristiana è rimasta intatta, con la medesima ossatura, la medesima disposizione logica delle parti. Qualunque sia il rivestimento scolpito ed ornato di una cattedrale, ritroviamo sempre sotto di esso, almeno allo stato di germe e di rudimento, la basilica romana, che si sviluppa eternamente sul suolo secondo la stessa legge. Vi sono sempre due navate che si incrociano, la cui estremità superiore arrotondata in abside forma il coro; vi sono sempre navate laterali, per le processioni nell’interno della chiesa, e per le cappelle, specie di ambulacri laterali, dove si riversa la navata principale attraverso gl’intercolunni. Ciò posto, il numero delle cappelle, dei portali, dei campanili, delle guglie, si modifica all’infinito, secondo la fantasia del secolo, del popolo, dell’arte. Assicurato il servizio del culto, l’architettura fa come crede meglio. Statue, vetrate, rosoni, arabeschi, frastagliature, capitelli, bassorilievi, essa combina tutte queste fantasie secondo il logaritmo che le conviene. Di qui la prodigiosa varietà esteriore di queste costruzioni, nel cui fondo permane tanto ordine e tanta unità. Il tronco dell’albero non muta, muta a capriccio la vegetazione.

da Notre-Dame de Paris, di Victor Hugo, Trad. di Clara Lusignoli, Einaudi, Torino 2003

Un commento

  1. Articolo molto interessante di sicuro non sempre i soliti consigli triti e ritriti grazie per lo spunto.

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