5.2

di francesca aprea

Costruimmo tasselli di cemento
su suoli di pietre e polveri
su giardini di verdi prati.
Sepolti i fiori di stagione
le distese di grano oro
il sudore della fronte grondante
la mano forte dello zappatore
ora
è sdradicata l’erba
dalle terre d’asfalto ne spuntano
solo pochi ciuffetti
e di rado

S’arrampica lo scalatore per giungere in vetta
lassù è freddo
la parete un ostacolo, ma non insormontabile
cosa lo è?
Con il fiato corto, respira a pieni polmoni
è il re del mondo
gela: i bronchi si fanno cristallo
gela la lingua
resta ritto, paralizzato: morto

un barlume di lucentezza squarcia
il buio della notte:
una stella nel blu intenso
la stessa che guardarono i miei avi
-chissà se le loro fantasie
sono anche le mie….-
mi sfiorò le labbra umide
sotto questa luce(che nulla ha di artificiale o artificioso)
c’addormentammo nella pace
dei nostri respiri all’unisono.

Al risveglio non eri più tu
(lo ricordo)
non eri più tu
ed io….. la stessa
m’hai divorato le carni
strappato la pelle con artigli
roventi,che ancora bruciano
e bruciano
l’alito mi soffi sul collo
ora
è il boia che affila la lama
e s’abbevera il vampiro del sangue
sangue che non va via
dalla camicia appena lavata
vorrei non averti incontrato
in questo folle percorso: vita
il soggiorno mi sarebbe stato più lieto.

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