Poeti del Secondo Novecento – Luciano Erba

lerba

di Marco Aragno

Luciano Erba nasce a Milano il 1922. Il dato anagrafico, come per molti poeti, è quanto mai significativo. Anzitutto la sua generazione di appartenenza, necessariamente post-montaliana, ha dovuto confrontarsi con le ipoteche dell’ermetismo, quindi con il rischio di lasciarsi risucchiare, da un lato, dalle tentazioni di epigonismo letterario e, dall’altro lato, dalle smanie di rottura antitradizionalistica tipiche delle neovanguardie. Ci soccorre, in questa riflessione, un altro dato:quello topografico. La sua Milano lo iscrive, a buon diritto, nell’alveo di quella decorosa linea poetica che ha proliferato tra derive e autoproclamazioni nel secondo novecento e che dalla critica degli anni ’50 fu battezzata ‘linea lombarda’(l’etichetta fu coniata, a dirla tutta, da Luciano Anceshi per titolare un’ antologia d’autori del ‘52). Questa linea ha raccolto spesso alla sua confluenza poetiche di diverse estrazione(Orelli, Sereni, Erba etc), ma è più giusto dire che il lombardismo non è né una corrente né un manifesto. E’ invece una cifra stilistico-poetica che con alterne fortune ha contagiato gran parte della produzione italiana degli ultimi cinquant’anni. Essa si diffuse ben presto oltre i suoi confini geografici, e si caratterizzò, sin dalle origini, per la nitidezza, l’ incisività del dettato, l’implosione dei rigurgiti patetici entro gli orizzonti dell’oggettività, spesso dell’ironia più garbata. Una poetica in re, quindi, contrapposta a quella ante rem, metafisica e astrale, di cui si nutriva la simbologia ermetica più spinta e a quella post-rem d’impronta neorealista(Pasolini).

A questa cifra minimalista e crepuscolare Luciano Erba può essere ricondotto  sin dalla sua plaquette d’esordio, Linea K(1951), confluita poi nella raccolta Il male minore(1960). Già dai primi testi si decifra ‘il prosciugamento del correlativo oggettivo montaliano’(Daniele Piccini),  quindi una presa di distanza dalla tradizione più recente, ma che non importava un’abdicazione coatta al montalismo di quegli anni. Anzi Erba si autoimpone un cauto allineamento alla tradizione, che non gli vieta di ricercare in piena autonomia una personalissima cultura del segno in cui l’evidenza oggettuale possa rinviare ad oltranze metafisiche  senza mai smascherarle del tutto. Ed è proprio qui, nel Montale più ironico e disincantato, quello di Satura per meglio intenderci, che si sedimenta la gnoseologia di Erba e quell’ irriverenza formale con cui addomestica gli eccessi della materia lirica. In Nel parco di Versailles si legge ‘ all’umano mestiere di vivere/pause sub tegmine fagi/quante, o memoria?/a Versailles la carezza di una barca/sul liquido morto del bacino/mi lisciava la pelle. /I bordi, opus Lenotri/rispondevano in pallide curve/all’eco di morti paesi/(item un perso biplano/nel decoro di sfatta nuvolaglia)’: la carica semiotica delle immagini si raggruma, come se dovesse deflagrare nel lampo epifanico, nella nota rivelatrice di senso. Invece si raffredda aristocraticamente nella citazione dotta, nel divertissement letterario. E questo distacco rispetto alla materia trattata popola i suoi versi per poi frantumarsi sotto forma di interrogazioni inevase che scuotono bruscamente l’estraneità dello sguardo poetico(‘mi vedi avanzare come sai/nei quartieri senza ricordo?’, da Tabula Rasa; oppure ‘Sei una donna/che oggi tiene un naufrago paziente/dimmi tu/sei scoglio/o continente?’, da Senza Risposta). Erba parte quindi da un’acquisizione fondamentale, che è quella del fallimento di ogni proposito metafisico, di matrice ermetico-montaliana, e di ogni intelligibilità del segno.  Il poeta si limita a registrare la realtà con un gusto spiccatamente pittorico, tutto proteso alla riproposizione di dettagli, situazioni private e prospettive (si legga Altrove Padano), che incantano il lettore nella loro evidenza descrittiva. Questa acribia nomenclatoria nel descrivere le cose e nell’enumerarle, come accade per i capi di abbigliamento (si legga La grande Jeanne), oltre ad un recupero di ascendenze crepuscolari ed espressionistiche(Sinisgalli), sottintende un personale horror vacui, cioé un attaccamento salvifico alle cose quotidiane, come se il poeta fosse colto nell’atto di esorcizzare, attraverso il rito della vocatio, l’insignificanza del mondo. Ma gli oggetti evocati a volte restano soltanto dei  nomi, dei simulacri vuoti che riflettono la frustrazione del poeta e la difficoltà di dire il mondo in una cornice di senso.  Altre volte, invece,  la potenza delle immagini evocate, la luminosità dei frammenti memoriali, che improvvisamente guizzano dal torpore della scena poetica, riempiono i versi sino a colmare ogni vuoto, sino a conchiudere le parole in un cristallo di vita vissuta. Erba preferisce così interpretare il poeta anonimo, sprovvisto di ogni verità, che in una rituale sospensione di giudizio(epochè, direbbero i greci) rifugge ogni investitura profetica per immergersi da uomo ‘qualunque’ nella liquidità del reale(‘Ma non sono/che un uomo tra mille e centomila’, da Senza risposta; ancora ‘Passavi il filo spinato/senza scarpe rientravi al convento’, da Caino e le spine, dove il poeta arriva a parlare di se stesso in terza persona).

Stranamente con le successive raccolte, come il Nastro di Moebius(1980) e L’ippopotamo(1989), sebbene trascorrano circa vent’anni di silenzio, Erba resta indenne a tutte le turbolenze del gruppo 63 e rivendica la completa autonomia della sua poetica rispetto a ogni concessione neoavanguardista, sperimentando, di contro, una completa fedeltà alle sue linee portanti, cioè alla compostezza formale e ‘all’autoreferenzialità del segno’(Poesia Italiana-Novecento, La biblioteca di Repubblica). Eppure, lentamente, l’ironia erbiana – di cui l’anticlimax si fa figura preponderante – sembra assumere un’inflessione più drammatica, come testimonia la maggiore frammentarietà dei versi e l’accresciuto numero di interrogative. Una tragicità che resta sempre magistralmente mimetizzata nelle pieghe di un moderato antipatetismo di derivazione lombarda, sebbene in alcuni testi Erba non rifiuti ormai toni più intimistici e confessionali(‘com’è possibile/che tutto un mondo si colori di mattino/se vi tengo per mano’, da  Pastello; si legga anche Fine delle vacanze). Muovendosi in questa direzione, aumentano anche le influenze della poesia francese, da Apollinaire a Prévert, soprattutto ‘in certi scatti meno oggettivi e più cerebrali, intellettualistici, surreali nel loro iperrealismo fuori corda’(Daniele Piccini). Eppure i testi si racchiudono sempre entro quelle epifanie minime, quelle piccoli folgorazioni di vita quotidiana, che, pur restando inaccessibili nel loro guscio di indecifrabilità, non si spogliano di senso come tracce disincarnate e casuali, ma acquistano una ripetitività familiare a cui il poeta sembra rassegnarsi (Al risveglio rispunta il dubbio antico/se questa vita non sia evento del caso/e il nostro solo un povero monologo/di domande e risposte fatte in casa./Credo, non credo, quando credo vorrei/ portarmi all’al di là un po’ di qua/anche la cicatrice che mi segna/una gamba e mi fa compagnia./ Già, ma allora?sembra dica in excelsis/un’altra voce./ Altra?, da Il tranviere metafisico).

E ancor più nelle raccolte della vecchiaia,  L’ipotesi Circense(1995),  La terra di mezzo(2000) e  Remi in barca(2004),  i dubbi esistenziali accennano a riscattarsi dalla drammaticità negativa delle prime raccolte per sciogliersi in una pacificazione interiore, nella ricomposizione di una realtà meno assurda, ciclicamente costellata  da situazioni domestiche ed esperienze umane. La natura, in particolare, sembra immettere il poeta nelle oscure trame del mistero, all’interno di un circuito cosmico di simboli e sentimenti universali che liberano il poeta dal peso ingombrante degli interrogativi e delle domande inevase (Si passano le stagioni/ a scavare il tronco di un albero/ per preparare la piroga/ su cui c’imbarcheremo in autunno, da la Piroga ; oppure ‘quando passa una nuvola bianca/nell’azzurro disoccupato/la pietra si copre di mistero’, da Castelmezzano Di Basilicata).  Così quell’ironia che ha saputo farsi paravento emotivo contro l’insensatezza dell’esistenza umana cede sempre più sotto il peso di una umanissima malinconia. Soprattutto nell’ultima raccolta, la dimensione della memoria e degli affetti domestici conquista un valore di verità relativa ma autentica, restituendo forse un senso anche alla morte, e illuminando un ‘varco’ ora possibile(‘il sospetto che l’al di là/non sia altro che una pia illusione/sono venuti meno in una stanza/d’ospedale a Campiglia Marittima/dove mi hanno sorriso i tuoi occhi/quando improvvisamente mi hai visto/prima di lasciarci per sempre’, da Al suo sorriso; oppure ‘eppure ricordarsene nel sonno/o al risveglio è una pena gentile/di quelle che fanno provare/qualcosa che ha dell’infinito/e fanno sentire meno amara/la fine, ogni fine a venire’, da E pur mi giova la ricordanza).

In conclusione, c’è da chiedersi quanto sia attuale l’eredità di un poeta come Luciano Erba, spesso liquidato sbrigativamente come l’ultimo degli ermetici. Egli ha portato alle estreme conseguenze il discorso montaliano e la crisi del poeta-vate del novecento, proiettandosi in una poetica personale tenacemente saldata alla tradizione, che si è ritagliata, nell’ambito dei poeti lombardi, una posizione di tutto rispetto. Sicuramente ciò che le giovani voci devono guardare in Luciano Erba è la sua funambolica capacità di destreggiarsi lungo un crinale tutto umano, sempre in bilico tra dramma ed autoironia, tra oggettività e inattingibilità metafisica.


La Grande Jeanne

La Grande Jeanne non faceva distinzioni
tra inglesi e francesi
purché avessero le mani fatte
come diceva lei
abitava il porto, suo fratello
lavorava con me
nel 1943.
Quando mi vide a Losanna
dove passavo in abito estivo
disse che io potevo salvarla
e che il suo mondo era lì, nelle mie mani
e nei miei denti che avevano mangiato lepre in alta montagna.

In fondo
avrebbe voluto la Grande Jeanne
diventare una signora per bene
aveva già un cappello
blu, largo, e con tre giri di tulle.

Un’equazione di primo grado

La tua camicetta nuova, Mercedes
di cotone mercerizzato
ha il respiro dei grandi magazzini
dove ci equipaggiavano di bianchi
larghissimi cappelli per il mare
cara provvista di ombra! per attendervi
in stazioni fiorite di petunie
padri biancovestiti! per amarvi
sulle strade ferrate fiori affranti
dolcemente dai merci decollati!
E domani, Mercedes
sfogliare pagine del tempo perduto
tra meringhe e sorbetti al Biffi Scala.

Le giovani coppie

Le giovani coppie del dopoquerra
pranzavano in spazi triangolari
in appartamenti vicini alla fiera
i vetri avevano cerchi alle tendine
i mobili erano lineari, con pochi libri
l’invitato che aveva portato del chianti
bevevamo in bicchieri di vetro verde
era il primo siciliano della mia vita
noi eravamo il suo modello di sviluppo.

Fine delle vacanze

Ero uno che sollevava la pietra
affondata nell’erba tra la malva
scoprendo un mondo di radicole bianche
di città color verde pisello;
ma partite le ultime ragazze
che ancora ieri erano ferme in bicicletta
nascoste da grandi foglie di settembre
alle sbarre del passaggio a livello
mi sento io stesso quella pietra.
Anche le nuvole sono basse sui campi di tennis
e il nome dell’hotel scritto sul muro
a nere, grandi lettere è tutto intriso di pioggia.

Un cosmo qualunque

Abitano mondi intermedi
spazi di fisica pura
le cose senza prestigio
gli oggetti senza design
la cravatta per il mio compleanno
le Trabant dei paesi dell’est.
Tèrbano, ma che vorrà dire?
Forse meglio di altri
esprimono una loro tensione
un’aura, si diceva una volta
verso quanto ci circonda.

Variar del verde

Quel campanile osservato dal treno

che fa una esse tra sambuchi e robinie
non è forse il miglior osservatorio
su altri verdi, di foreste ercinie?

Ecco un tipo di foglie che guadagna

se questo verde di alberi da frutta
so vedi contro un cielo minaccioso
di un temporale colore di lavagna.

Vi è poi un verde selvatico di forre
a mezza costa, sotto i santuari,
che scurisce nel colmo dell’estate:

il sole è alto, l’ombra fa miracoli,
serpeggia il verde da Fatima al Carmelo,
salgo in mezzo ai roveti, guardo il cielo.

Il tranviere metafisico

Ritorna a volte il sogno in cui mi avviene
di manovrare un tram senza rotaie
tra campi di patate e fichi verdi
nel coltivato le ruote non sprofondano
schivo spaventapasseri e capanni
vado incontro a settembre, verso ottobre
i passeggeri sono i miei defunti.
Al risveglio rispunta il dubbio antico
se questa vita non sia evento del caso
e il nostro solo un povero monologo
di domande e risposte fatte in casa.
Credo, non credo, quando credo vorrei
portarmi all’al di là un po’ di qua
anche la cicatrice che mi segna
una gamba e mi fa compagnia.
Già, ma allora? Sembra dica in excelsis
un’altra voce.
Altra?

Altrove Padano

Viaggiatore che guardi il tuo treno
in corsa tra le risaie
affacciato da un vagone di coda
in curva tra le robinie,
sei in fuga lungo un arco di spazio?

o immobile guardi lontano
più lontano, da una piega del tempo
se il sole che ora declina
(il verde è un trionfo di giallo)
si arresta ai tuoi occhi pavesi?

Viaggiatore di fine giornata
di collo magro, di fronte stempiata.

Tabula rasa?

E’ sera qualunque
traversata da tram semivuoti
in corsa a dissetarsi di vento.
Mi vedi avanzare come sai
nei quartieri senza ricordo?
Ho una cravatta crema, un vecchio peso
di desideri
attendo solo la morte
di ogni cosa che doveva toccarmi.

4 commenti

  1. E l’importanza di Gino Vattelapesca nell’ambito del crepuscolarismo nichilista a cavallo tra le due guerre mondiali dove la mettiamo?

  2. marcaragno · · Rispondi

    Caro wc, e a te dove ti mettiamo?

  3. A me mi mettiamo dove sto… cioé tra i commentatori (forse poco lucidi) di questo sito. A te ti mettiamo tra gli autori (forse particolarmente arguti o almeno lo spero per te) di questo sito. Io voglio sapere dove mettiamo Gino Vattelapesca e non me o te.

  4. sonnoelefante · · Rispondi

    grazie, bellissimo articolo

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