I Volti della Decadenza

Attori clorotici, ci prepariamo a recitare parti da comprimari nelle repliche del tempo: il sipario dell’universo è tarmato, attraverso i suoi buchi non si vedono che maschere e fantasmi…

Una civiltà incomincia a decadere nel momento stesso in cui la Vita diventa la sua unica ossessione. Le epoche di apogeo coltivano i valori per se stessi: la vita non è che un mezzo per realizzarli; l’individuo non sa di vivere, vive – schiavo felice delle forme che genera, coltiva e idolatra. L’affettività lo domina e lo riempie. Non si dà creazione senza le risorse del «sentimento», che sono limitate; tuttavia, per chi ne avverte solo la ricchezza, esse sembrano inesauribili: questa illusione produce la storia. Nella decadenza, l’inaridimento affettivo permette solo due modi di sentire e di comprendere: la sensazione e l’idea. Ora, proprio in virtù dell’affettività ci si consacra al mondo dei valori, si proietta una vitalità nelle categorie e nelle norme. L’attività di una civiltà nei suoi momenti fecondi consiste nel far uscire le idee dalla loro astratta inconsistenza, nel trasformare i concetti in miti. Il passaggio dall’individuo anonimo all’individuo cosciente non si è ancora compiuto: eppure è inevitabile. Giudicate voi stessi: in Grecia, da Omero ai sofisti; a Roma, dall’antica Repubblica austera alle «saggezze» dell’Impero; nel mondo moderno, dalle cattedrali ai merletti del XVIII secolo.

___Una nazione non può creare indefinitamente. È chiamata a dare senso ed espressione a una somma di valori che si esauriscono con l’anima che li ha generati. Il cittadino si risveglia da un’ipnosi produttiva: incomincia il regno della lucidità; le masse maneggiano ormai solo vuote categorie. I miti ridiventano concetti: è la decadenza. E le conseguenze si fanno sentire: l’individuo vuole vivere, converte la vita in finalità, si innalza al rango di piccola eccezione. Il bilancio di queste eccezioni, che costituisce il deficit di una civiltà, ne prefigura la scomparsa. Tutti giungono alla raffinatezza – ma non è proprio la radiosa stupidità dei semplici a realizzare l’opera delle grandi epoche?
___La scoperta della Vita annienta la vita. Quando un intero popolo, a livelli diversi, va a caccia di sensazioni rare; quando, con le sottigliezze del gusto, complica i propri riflessi, significa che è passato a un grado di superiorità fatale. La decadenza non è che l’istinto diventato impuro sotto l’azione della coscienza.
___Un popolo muore quando non ha più la forza di inventare nuovi dèi, nuovi miti, nuove assurdità; i suoi idoli impallidiscono e scompaiono; ne attinge altrove, e si sente solo di fronte a mostri sconosciuti. E ancora la decadenza. Se però uno di quei mostri prevale, un altro mondo si mette in moto, rozzo, oscuro, intollerante, fino a quando non esaurisce il suo dio e se ne affranca; perché l’uomo è libero – e sterile – solo nelle epoche in cui gli dèi muoiono; schiavo – e creatore – solo in quelle in cui – tiranni – essi prosperano.
___C’è una pienezza di declino in tutte le civiltà troppo mature. Gli istinti si indeboliscono; i piaceri si dilatano e non corrispondono più alla loro funzione biologica; la voluttà diventa fine a se stessa, il suo prolungamento un’arte, l’elusione dell’orgasmo una tecnica, la sessualità una scienza. Procedimenti e ispirazioni libreschi per moltiplicare le vie del desiderio, l’immaginazione torturata per variare i preliminari del godimento, lo spirito stesso applicato a un settore estraneo alla sua natura e sul quale non dovrebbe avere presa: ecco altrettanti sintomi di impoverimento del sangue e di intellettualizzazione morbosa della carne. L’amore concepito come rituale rende l’intelligenza sovrana nel regno della stupidità. Gli automatismi ne soffrono; ostacolati, perdono quell’impazienza di scatenare un’inconfessabile contorsione; i nervi diventano teatro di malesseri e di brividi chiaroveggenti, la sensazione infine si prolunga oltre la sua durata bruta grazie all’abilità di due torturatori della voluttà studiata. È l’individuo che inganna la specie, è il sangue troppo tiepido per poter ancora stordire lo spirito, è il sangue raffreddato e depauperato dalle idee, il sangue razionale…
___Gli istinti sono rosi dalla conversazione…
___Dal dialogo non è mai uscito niente di monumentale, di esplosivo, di «grande». Se l’umanità non si fosse divertita a discutere le proprie forze non avrebbe superato la visione e i modelli di Omero. Ma la dialettica, devastando la spontaneità dei riflessi e la freschezza dei miti, ha ridotto l’eroe a un esemplare vacillante. Gli Achille di oggi hanno ben più di un tallone da temere… La vulnerabilità, un tempo parziale e senza conseguenze, è diventata il privilegio maledetto, l’essenza di ogni essere umano. La coscienza è penetrata ovunque, e si è insediata fin dentro il midollo; perciò l’uomo non vive più nell’esistenza, ma nella teoria dell’esistenza…
___Colui che, lucido, si comprende, si spiega, si giustifica, e domina i propri atti, non farà mai un gesto memorabile. La psicologia è la tomba dell’eroe. Alcuni millenni di religione e di ragionamento hanno indebolito i muscoli, la decisione e l’impulso all’avventura. Come non disprezzare le imprese della gloria? Ogni atto al quale non presieda la luminosa maledizione dello spirito rappresenta un avanzo di stupidità ancestrale. Le ideologie furono inventate solo per dare lustro al fondo di barbarie che si mantiene attraverso i secoli, per coprire le inclinazioni omicide comuni a tutti gli uomini. Oggi si uccide in nome di qualcosa; non si osa più farlo spontaneamente, al punto che i boia stessi devono invocare delle motivazioni e, dato che l’eroismo è diventato desueto, colui che ne prova la tentazione più che consumare un sacrificio risolve un problema. Castrazione si è insinuata nella vita e nella morte; i «complessi» si impadroniscono dei piccoli e dei grandi. Dall’Iliade alla psicopatologia: in questa formula c’è tutta la strada percorsa dall’uomo…
___Nelle civiltà in declino il crepuscolo è il segno di una nobile punizione. Che deliziosa ironia devono  provare, queste civiltà, nel vedersi escluse dal divenire, dopo aver fissato per secoli le norme del potere e i criteri del gusto! Con ciascuna di esse si spegne un intero mondo. Ah, le sensazioni dell’ultimo greco, dell’ultimo romano! Come non invaghirsi dei grandi tramonti? Il fascino d’agonia che circonda una civiltà, dopo che ha affrontato tutti i problemi e li ha meravigliosamente falsati, offre maggiori attrattive dell’inviolata ignoranza con cui essa incominciò.
___Ogni civiltà configura una risposta alle domande che l’universo suscita; ma il mistero rimane intatto: altre civiltà, con nuove curiosità, vi si cimenteranno, altrettanto vanamente, dato che ciascuna è soltanto un sistema di errori…
___All’apogeo si generano valori; al crepuscolo, ormai logori e disfatti, li si abolisce. Fascinazione della decadenza – delle epoche in cui le verità non hanno più vita, in cui si ammucchiano come scheletri nell’anima pensosa e arida, nell’ossario dei sogni…
___Viviamo in un clima di sfinimento: l’atto di creare, di forgiare, di fabbricare, è meno significativo per se stesso che non per il vuoto, per la caduta che lo segue. Rispetto ai nostri sforzi, sempre e inevitabilmente compromessi, il fondo divino e inesauribile si situa fuori del campo dei nostri concetti e delle nostre sensazioni. L’uomo è nato con la vocazione alla stanchezza: quando adottò la stazione eretta e diminuì così le sue possibilità d’ appoggio, si condannò a debolezze sconosciute all’animale che era stato. Portare su due gambe tanta materia e tutti i disgusti che vi si connettono! Le generazioni accumulano la stanchezza e la trasmettono; i nostri padri ci lasciano in eredità un patrimonio di anemia, riserve di scoraggiamento, risorse di decomposizione e un impulso a morire che diventa più potente dei nostri istinti di vita. E così che l’abitudine a sparire, sostenuta dal nostro capitale di stanchezza, ci permetterà di realizzare, nella carne diffusa, la nevrastenia – la nostra essenza…
___Troppo maturi per altre aurore, e avendo compreso troppi secoli per desiderarne di nuovi, non ci resta che sguazzare nelle scorie delle civiltà. Il cammino del tempo seduce ormai solo gli imberbi e i fanatici…
___Siamo i grandi decrepiti, oppressi da antichi sogni, inetti per sempre all’utopia, tecnici delle spossatezze, affossatori del futuro, atterriti dalle reincarnazioni del vecchio Adamo. L’Albero della Vita non conoscerà più alcuna primavera: è legno secco; se ne faranno bare per le nostre ossa, per i nostri sogni e per i nostri dolori. La nostra carne ha ereditato il fetore delle belle carogne disseminate lungo i millenni. La loro gloria ci ha affascinati, e noi l’abbiamo esaurita.
___L’umanità, più vicina al suo epilogo che ai suoi inizi, ai propri figli non riserva altro che l’ardore disincantato davanti all’apocalisse…
___L’immaginazione concepisce facilmente un avvenire in cui gli uomini esclameranno in coro: «Noi siamo gli ultimi: stanchi del futuro, e ancor più di noi stessi, abbiamo spremuto il succo della terra e spogliato i cieli. Né la materia né lo spirito possono ancora nutrire i nostri sogni: questo universo è arido quanto i nostri cuori. Non c’è più sostanza da nessuna parte: i nostri antenati ci lasciarono in eredità la loro anima a brandelli e il loro midollo tarlato. L’avventura volge al termine; la coscienza muore; i nostri canti si sono dileguati.
___Se, per caso o per miracolo, le parole svanissero, sprofonderemmo in un’angoscia e in un’ebetudine intollerabili. Questo mutismo improvviso ci esporrebbe al supplizio più crudele. E l’uso del concetto che ci rende padroni dei nostri terrori. Noi diciamo: la Morte – e questa astrazione ci dispensa dal percepirne l’immensità e l’orrore. Battezzando le cose e gli eventi, eludiamo l’Inesplicabile: l’attività dello spirito è un imbroglio salutare, un gioco di prestigio; ci permette di circolare dentro una realtà addolcita, confortante e inesatta. Imparare a maneggiare i concetti – disimparare a guardare le cose… La riflessione nacque in un giorno di fuga; la pompa verbale ne fu la conseguenza. Ma quando si ritorna a sé e si è soli – senza la compagnia delle parole – si riscopre l’universo privo di qualificazioni, l’oggetto puro, l’evento nudo: dove attingere l’audacia di affrontarli? Non si specula più sulla morte, si è la morte; anziché decorare la vita e assegnarle degli scopi, le si toglie ogni ornamento e la si riduce al suo giusto significato: un eufemismo del Male. Le grandi parole: destino, sfortuna, sventura, si spogliano del loro splendore, ed è allora che si scorge la creatura alle prese con organi deboli, schiacciata da una materia prostrata e attonita. Togliete all’uomo la menzogna dell’Infelicità, dategli il potere di guardare dietro questo vocabolo: non potrebbe sopportare nemmeno per un istante la sua infelicità. Sono l’astrazione, le sonorità senza contenuto, prolisse e ridondanti, che gli hanno impedito di sprofondare, non le religioni e gli istinti.
___Quando Adamo fu cacciato dal paradiso, anziché vituperare il suo persecutore si affrettò a battezzare le cose: era l’unico modo di adattarvisi e di dimenticarle – le basi dell’idealismo erano state poste. E quello che fu un semplice gesto, una reazione di difesa nel primo balbuziente, divenne teoria in Platone, in Kant e in Hegel.
___Ciascuno di noi, attento più all’apparenza  immutabile del proprio nome che alla fragilità del proprio essere, si abbandona a un’illusione di immortalità; se l’articolazione verbale svanisse, saremmo completamente soli; il mistico che sposa il silenzio ha rinunciato alla sua condizione di creatura. Immaginiamolo, per di più, senza fede – mistico ni- civilista – e avremo il coronamento disastroso dell’avventura terrestre.
___… E fin troppo naturale pensare che l’uomo, stanco delle parole, stremato dal ripetersi insulso dei tempi, sbattezzerà le cose e getterà i loro nomi, insieme al proprio, in un grande autodafé in cui le sue speranze saranno inghiottite. Stiamo tutti correndo verso questo modello finale, verso l’uomo muto e nudo…
___Sento l’età della Vita, la sua vecchiaia, la sua decrepitezza. Da ere incalcolabili, essa scorre sulla superficie del globo grazie al miracolo di quella falsa immortalità che è l’inerzia; indugia ancora nei reumatismi del Tempo, di quel tempo più vecchio di lei, estenuato da un delirio senile, dalla monotona ripetizione dei suoi istanti, dalla sua durata vaneggiarne.
___E sento tutta la pesantezza della specie, e ne ho assunto tutta la solitudine. Se solo sparisse! Ma la sua agonia si prolunga verso un’eternità di putrefazione.
___Passata attraverso tutti i polmoni, l’aria non si rinnova più. Ogni giornata aborre il proprio domani e io mi sforzo inutilmente di immaginare il volto di un solo desiderio. Tutto mi è di peso: stremato come una bestia da soma che sia stata caricata della Materia, mi trascino dietro i pianeti.
___Mi si offra un altro universo – o soccomberò.
___Amo solo l’irrompere e lo sprofondare delle cose, il fuoco che le suscita e quello che le divora. La durata del mondo mi esaspera; la sua nascita e la sua scomparsa mi incantano. Vivere sotto la fascinazione del sole verginale e del sole decrepito; saltare le pulsazioni del tempo per afferrarne la prima e l’ultima; fantasticare sull’apparizione degli astri e sul loro dileguarsi; disdegnare la routine dell’essere e precipitarsi verso le due voragini che la minacciano; esaurirsi all’inizio e al termine degli istanti…

Da E. M. Cioran, Sommario di Decomposizione, Trad. M. A. Rigoni e T. Turolla, Milano, Adelphi 2009

Un commento

  1. Anonimo · · Rispondi

    copia verborum – Cioran, l’inamabile amato, precipita nello stesso ingorgo che affresca – è uomo di decadenza, almeno a quel che qui posso leggere. Tuttavia, Adamo non diede nome alle cose dopo essere stato cacciato, ma prima. Dopo essere stato cacciato, non vituperò, non nominò le cose, ma rinominò la compagna, quindi tacque. (Poi si racconta delle nascite di Caino e Abele, cioè che avvenne la copula – poi sarebbe venuta la morte: per omicidio. Cioran scambia i tempi, ma ne legge e trattiene le tragedie) Il centro dal quale muove Cioran è nel primo paragrafo, discendendo poi verso la masticazione della putrefazione: detto nel primo, sarebbe bastato, poi il compiacimento. Ma scrive bene, salva la pagina dalla noia.

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