Il Gineceo

John Frederick Lewis, Scena di harem, Costantinopoli, 1875 (part.)

« CHI FA OPERA CARNALE FA UN’ELEMOSINA »

[…] tale fu, Gayuk, un innamorato delle donne, un loro cantore appassionato, metafisico quanto si vuole però mai staccato dal corpo, dalla sua debolezza e tristezza di punito.
___Nella poesia d’Occidente di questo secolo l’Eros eterosessuale – con la sola, violenta eccezione di Miguel Hernàndez – è tiepido, complicato, filtrato, ermetico, perfino ascetico; Gayuk è intenso, rovente, i suoi versi attestano un’irriducibile inclinazione per l’irritabile specie muliebre, un lungo svolazzare di insetto attorno alla misteriosa lampada carnivora.
___Quantunque nato all’epoca del Gineceo – pozzo di crimini – sultaniale e della più chiodata separazione dei sessi, tutto questo non è nei Poemi che un riferimento metaforico, fondale allusivo di un regno simbolico trascendente, da non pigliare per la sostanza autentica di questa poesia.
___Quando si dice Gineceo nei versi di Gayuk s’intendono per lo più le donne in universale (non sono molte, nel mondo, quelle segnate dall’Eros, in grado di accendere fuochi di poesia e di desiderio): le donne in cui l’eterno Modello s’incarna, «né d’Oriente né d’Occidente » come l’ulivo del versetto della Luce (Cor. 24, 35), lo Yin che calamita passioni, lo sticchiu increato delle Divinità-madri…
___E il noi mascolino dei Poemi sogna incessantemente corpi vietati, tasta muraglie immense, si dispera davanti a porte inesorabili, impotente a vedere si sforza d’indovinare. Ma il movimento del tempo davanti ai suoi occhi aperti srotola profughi, deportati, gente condannata, che la pietà visionaria dell’arte vede esclusivamente come donne in fuga, braccate, prede e vittime femminili della ferocia.
___Le donne rinchiuse a vita nel Gineceo bisbigliano e sommessamente cantano tristi musiche; le donne proiettate all’esterno, scaraventate nel tempo storico, sono raffiche d’ululo.
___Difficile, misterioso, inafferrabile Gayuk. Le movenze del suo sognare ritmano lo spostarsi incessante del Gineceo. Sempre viaggia, sempre si tramuta, sempre svicola e si sottrae il Gineceo: gli uomini penetrano in stanze vuote, svuotate e morte, odono voci attirarli e nessuno appare. Allora dove saranno mai le donne? Perché così irreali? Chi mai le avrà vedute davvero, toccate, prese? I palombari dell’inconoscibile profondità del sesso sempre risaliranno con mani impigliate d’ombre.
___Sono tutte Euridici, le donne del Gineceo. In questa nera friggitoria che è la vita: del nulla martire, del nulla crocifisso – le donne. Del nulla musicale, in specie, nella meditazione di Gayuk: arpa eolia che un vento fa, di dolore, risuonare.
___All’interno dello spazio gineceale che si è prescritto, fa defluire in una ristretta piscina acque di universo, concentra tutto l’umano, senza confini, che il proprio ‘ayn al-qalb (« occhio del cuore ») di artista ha trattenuto. Il Gineceo da luogo delle donne a loro, e di tutti, non luogo. Spazio tra due linee del grande Occhio triangolare per l’evocazione della luce che discende ex Alto. C’è da dubitare fortemente che sia un semplice eccesso di godimento erotico il miele del Gineceo « che arde in gola » a chi di ragione e raziocinii muore (II, 13-14) e che nel distico precedente si alluda a un incesto. Quando può, la poesia ha per legge non scritta di servirsi anche nei modi più sfrontati delle possibilità carnali per introdurre qualche frammento di luogo ( maqàm) trascendente, e nell’ombelicale centralità dell’Eros la grazia di un soprasensibile ordine di realtà che brame e pruriti del finito, tutte quelle fricate che fanno gli angeli sorridere, mostra in crogiuolo di dissoluzione alchemica: « il più guardato arcano del Gineceo » è finestra su questo.
___Grande è il hadith del Profeta, che Gayuk certamente sentì come propria rivelazione ed ebbe per guida: « Chi fa opera carnale fa un’elemosina ». Impossibile limitarne la portata: apre le porte di tutti i ginecei e nega ai feroci egoismi e ai reclusori familiari, tribali e sociali ogni parvenza, ogni simulazionedi diritto e di generosità. E Gayuk, a tale visione, accede: da queste sue poesie dove l’opera carnale si fa per mezzo del verbo catturatore di ogni realtà possibile e attraverso uno sfilare di enigmatici manichini che sanguinano, la mano mendicante riceve (bisogna, per questo anch’io ho lavorato, che riceva!) una esauriente elemosina.

Dalla Prefazione di Guido Ceronetti

_____________I

In perpetua afflizione giriamo attorno
Alle mura altissime del Gineceo

Tra le donne qualcuna c’è che canta
Indoviniamo le loro abluzioni di lacrime

I loro occhi dalle grate ci spiano
Le loro mani ci gettano ritagli d’unghie

Torsoli di mela monete dentini guasti
Gusci di arachide ditali fili

Pezzetti di carta con macchie e graffi
Dove nulla è leggibile e dove tutto
Illumina

_____________IV

C’erano gli occhi di tutte le donne
Con la fatica impressa, l’ammutolita delizia
In quella vasca azzurra e i Mongoli chiodati
Li calpestavano

Intestini bruciati, roghi di piedi uditi,
Gambe annerite, fossili, ancora con ali
Di profumo, ascelle col cavo arso,

Buchi di carne orfani, preghiere
Appese alle bianche labbra come fichi d’Izmir
Per l’orecchio che non si curva, di Dio e dell’uomo,
Sulle sedie e i cuscini

Ah i Mongoli! Sono venuti, hanno accecato il sogno!
Ma il Sogno tuttora rotea la rotta scimitarra
Davanti all’incendiata, canaglie, sacra
Porta del Gineceo

_____________VI

Quando finalmente riuscimmo ad entrarci
e scoprimmo che il Gineceo era vuoto,
senza più voci e grida, senza più suono
di amanti, di sorelle, di esposte, di veroniche,
e che a terra e sui letti disfatti erano sparse
come uno sbaragliato almagesto le loro collane,
ci prese il panico e ci precipitammo
verso la porta, ma la trovammo chiusa
e da allora siamo costretti a dimorare da esclusi
in quel due volte triste labirinto di stanze
trasformato da noi in una bestemmiante caserma
di àscari mai lavati eppure impregnato sempre
del profumo di tutte quelle donne dileguate
che non per voto amammo ma per destino
la cui immagine cesserà tra breve di dominarci
e questo, insieme a fiotti repentini
di voci che ci sembra a volte di riudire,
ci fa piangere contro i muri e quasi del tutto
perdere la ragione.

_____________VIII

Cinquanta noi eravamo e così ardente
la nostra fame che perdutamente
ci buttammo a succhiare i capezzolini
del Gineceo che in tutto erano cento
e dalle prime luci al cadere del buio
navetta ininterrotta delle labbra
in una musica d’insetti dentro ai calici
scoppiati, al di là di ogni misura
civile o barbara, Dio è grande, li succhiammo…
« Non fatelo! » gridò più volte
una voce di tuono che pareva
nella caverna dei Sette Dormienti
emessa dai loro fiati: « Non fatelo! ».
Nessuno smise di succhiare (mozzarci la testa
bisognava, che sarebbe però pur così mozza
rimasta attaccata ai seni). La voce tacque.
Alla fine di quella sublime giornata
le donne videro con spavento
i loro seni mutili e sfioriti, colpevole
l’eccesso del nostro ardore
senza vergogna. E risuonò ancora
la stessa voce e diceva: « Torneranno!
ehi, donne, ritorneranno! ». Spiegaci meglio,
le donne replicarono, ritorneranno
i capezzoli nostri o questi uomini
che incarnano così terribilmente
la fame che incendia i mondi?
La voce era rientrata nei Dormienti

_____________IX

In un mortale spasmo, in un calore di fusione
Ci avvicendammo ai fori fatti nel muro

In silenzio. Di là era una pioggia di bisbigli
Il bramito dell’anima che abbrucia

L’officina di furie – il Gineceo.
Vedemmo le passioni delle donne

La ferocia snudata delle membra
Il papavero ardente delle stigmate

L’intensa loro questua di catene
Di cui avviluppato il corpo emana

I trascesi stridori, il sonaglio che fu
Come una picca nei suoi fini oh pallide

Come un seme rabbioso conficcato.
Mentre di là volavano le piume

Di ogni unirsi per perdersi d’astrale
Nostra carne materna in noi si chiuse

Ai sentimenti il cuore; altro non parve
Adeguato all’incendio che il mirarlo

Nelle pasque del rosso, traboccando

_____________XI

« Travestiti da saltimbanchi lunari
Lo espugneremo! ». Tra tante assurde ciarle
Spiando dai vetri i gorghi della gola
Dove l’aquila stringe tra gli artigli
L’imprendibile sasso di Alamùt
Anche questa canzone ripetiamo
« E tutti i vuoti favi occuperemo
Delle donne, di fuchi noi laido sciame,
Da nessun desiderio intimoriti! ».
La ragazza che i suoi cecini tostati
Vende con grazia sotto il minareto
Sorride. « Ma voi mai sarete
Il fosco turbine dei verdi Ismailiti
E il pugnale di Al-Hasan-ibn-al-Sabbàh
Non vi balla celeste nelle brache,
Sognatori sdentati, fumose foglie
Del mandorlo incallito, corrosi chiodi
Che lascia cascare il buco… ».
« E tu perché a salarci così tacagna
La piaga, fascio di acumi
Che esercita un commercio di penurie?
Lasciaci senza denti lubricare
Di morsi dolorosi le karpùsie
Dietro persiane di molli pugnali! ».

_____________XVIII

« Il Gineceo ti lascia sulla soglia
Al termine dell’arco, senza nulla».

Così, al Reporter del Sunday Times
Che deposto l’ombrello ci poneva
La sua cruda domanda:
________________ « Che cos’è stato
Il Gineceo per voi, uomini presi
Nel nefas dell’arcana bisettrice
Di gambe divaricate: un crepuscolo
Di fiammelle discisse riscoperto
O con lutto di mandorla saturica
Il cinabro carpito dai sapienti? ».
Rispondemmo. E
« La verità del Gineceo è il nulla
Della materia che ci compone,
Emerge da uno sparo ».

Uomini in marcia. La guerra era al suo culmine
Il ticchettìo notturno la spargeva.

_____________________Luci smorte
Ci trassero così lontano da scomporle
(Un Marelli gridando il suo più triste
Guaire di rauchi crotali) in sezioni
Anatomiche e stigmate, le amate,
Di sofferenza unica dei mondi.

Ma a lui non lo dicemmo. Pietrame
La visione ammucchia sul dire
Di troppi patimenti. Bel lascito
Sarai trasmesso dritto.

_____________XX

« L’uomo forte, la Guida nostra, ci ha tolte
Da quelle immonde mura, ma il male vero
E l’obbligo scellerato di servire
Finché c’è carne il vostro Eros bestiale.
Nulla di nuovo, amici, per le donne
E si tenga la sua Politica Aristotele! ».
Oh Stagirita, innocente statua… Noi tuttavia
Chiniamo il capo: il Gineceo ha ragione.
Più demoliamo carceri più crescono.
Ma è il volere di Dio in cui tutto dura
Che dovunque c’è vita siate schiave.
Distese e monti d’Asia dateci fughe
Dateci ascolti di bocche sepolte
Cavi di albero locabili a celibi!
Su asini o cammelli o scassati sidecar,
Azzoppate cicogne, appiedate aquile,
In un’ebbrezza senza vita persi
Via da chirurghi e chiacchiere, la nostra guida
Sarà il cugino sul cavallo giallo.
Oltre i ponti di donne è il nostro Khyber!
Spettrale il Gineceo nel nostro eremo
Soffia nei càlami.

_____________XXV

E noi bandiere sventolanti al sole
E il Gineceo stipato in terza classe
Tramonto torrido di piedi nudi
Che riceveva dalle nostre mani
Un po’ di sera
Le barchine di carne sonnolenta
L’onda umana cullava senza fine
Baciando l’oro di unghiette e di calcagni
Tornavamo scolari che stupisce
Fusione di confini
La tomba, la scrittura
Il sapiente Nazim stacca dagli atti
Di dedizione strenua le disseccate
E alle donne parlando le comprende:
« Non per culmine d’incesto non per deliri
D’orgasmo o di veggenza,
Ma per crearci lampade cifrate
Dell’amaro dei fondi della vita
Drittamente ci date
Da bere la vostra urina ».

_____________XXVI

Tacquero.
Tacquero tutte. Spazzate come foglie,
A mucchietti nel rogo dei giacigli,
Gocce di estinte arse –
Occhi che vissero, già il ricordo langue
Tacquero. Le da sempre mutefatte,
Le amputate rituali che non svela
L’orbo Oriente dell’ Illustrateti London News,
Affossa una paletta cadenzata
Uomini, dove nessuno abita: nel timpano
Dell’orecchio di Dio applicato ai gemiti,
E guatiamo la colpa sui badili
A venire, capelli d’impigliata,
Celare il volto
Lausana dove sia noi l’ignoriamo.
Del treno che tritura
I trattati la tromba ci travolge

da Mehmet Gayuk (Guido Ceronetti), Il gineceo, A cura di G. Ceronetti, Milano, Adelphi 1998

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