Dalla Foresta della Notte

the-b-ok

__Il circo Denckman, con il quale Nora restava in contatto anche quando non vi lavorava (alcuni degli artisti frequentavano casa sua), arrivò a New York nell’autunno del 1923. Nora ci andò sola. Entrò nel circolo dell’arena e si sedette in prima fila.
___Pagliacci in rosso, bianco e giallo, con i tradizionali sbaffi sul viso, si rotolavano sulla segatura come fossero nel ventre di una grande mamma dove ci fosse ancora posto per giocare. Un cavallo nero, ritto su tremanti zampe posteriori agitate dal timore degli zoccoli anteriori sollevati, la bella testa infiocchettata rivolta in basso verso la frusta del domatore, avanzava adagio, le zampe anteriori guizzanti alla frusta. Cagnetti minuscoli correvano qua e là atteggiandosi a cavalli; poi entrarono gli elefanti.
___Una ragazza accanto a Nora tirò fuori una sigaretta e l’accese; le tremavano le mani e Nora si voltò a guardarla; la guardò all’improvviso perché gli animali, girando tutt’intorno all’arena, in quel punto per poco non scavalcarono il parapetto. Non diedero segno di vedere la ragazza, ma non appena i loro occhi polverosi passarono oltre, l’orbita della loro luce parve puntare su di lei. In quel momento Nora si voltò.

___Era stata montata la grande gabbia dei leoni, e le bestie uscivano dalle loro piccole casse robuste e scendevano nell’arena. Arrivavano massicce, impellicciate, le code allungate sul terreno, strascicate e pesanti, dando all’aria come una pienezza di forza trattenuta. Poi una vigorosa leonessa, giunta alla curva della gabbia, proprio di fronte alla ragazza, volse la gran testa furibonda con gli occhi gialli in fiamme e si accovacciò spingendo le zampe tra le sbarre, e mentre guardava la ragazza, come un fiume in cascata dietro un calore impenetrabile, i suoi occhi riversarono all’interno lacrime che non raggiunsero mai la superficie. Allora la ragazza si alzò di scatto. Nora le prese la mano. «Facciamola uscire di qui!» disse la ragazza, e, sempre tenendola per mano, Nora la portò fuori.
___Nell’atrio Nora disse: «Mi chiamo Nora Flood», e attese. Dopo una pausa la ragazza disse: «Sono Robin Vote». Si guardò intorno con angoscia. «Non voglio essere qui». Ma fu tutto quello che disse; non spiegò dove avrebbe voluto essere.
___Rimase da Nora fino a metà dell’inverno. Due spiriti s’agitavano in lei, l’amore e l’anonimato. Ma erano così «ossessionati» l’uno dall’altro che la separazione era impossibile.
___Nora chiuse casa. Andarono a Monaco, a Vienna, a Budapest e infine a Parigi. Robin raccontò poche cose della sua vita, ma in un modo o nell’altro continuava a ripetere il suo desiderio di avere una casa, come se temesse di perdersi ancora, come se si rendesse conto, senza averne coscienza, che apparteneva a Nora e che se Nora, con la sua forza, non avesse reso permanente questa appartenenza, lei avrebbe dimenticato.
___Nora comprò un appartamento in rue du Cherche-Midi. L’aveva scelto Robin. Dalle lunghe finestre si vedeva la statua di una fontana, un’alta donna di granito che si chinava in avanti con la testa levata, e teneva una mano all’altezza del pube come per ammonire un bambino che procede incauto.
___Nel trascorrere delle loro vite insieme ogni cosa del giardino, ogni oggetto della casa, ogni parola che dicevano attestava l’amore dell’una per l’altra, il combinarsi dei loro umori. C’erano sedie da circo, cavalli di legno di una vecchia giostra, lampadari veneziani comprati al mercato delle pulci, fondali trovati a Monaco, cherubini venuti da Vienna, parati ecclesiastici da Roma, una spinetta dall’Inghilterra e un’eterogenea collezione di carillons di molti paesi; tale era il museo del loro incontro, come la casa narrata a Felix era stata la testimonianza dell’epoca in cui suo padre era vissuto con sua madre.
___Quando giunse il tempo in cui rimaneva sola per quasi tutta la notte e parte del giorno, Nora soffrì della personalità della casa, la punizione di quelli che collezionano i segni della loro vita insieme. Inconsciamente, all’inizio, si muoveva badando a non toccare nulla; poi capì che i suoi movimenti lievi e attenti erano il prodotto di una paura irrazionale: se disturbava quell’ordine Robin si sarebbe forse confusa, avrebbe perduto la traccia di casa.
___L’amore diventa il sedimento del cuore, del tutto analogo ai «reperti» di una tomba. Come in questa si può tracciare il posto preso dal corpo, dalle vesti, dagli utensili necessari all’altra sua vita, così nel cuore dell’amante si ritrova, come un’ombra indelebile, l’impronta di ciò che ama. Nel cuore di Nora c’era il fossile di Robin, la gemma su cui era intagliata la sua identità, e tutt’intorno, per conservarla intatta, scorreva il sangue di Nora. Così il corpo di Robin non sarebbe mai stato disamato, corrotto o accantonato Robin era ormai al di là dei mutamenti temporali tranne che nel sangue che l’animava. La possibilità che ne venisse svuotata fissava l’immagine viva e vagante di Robin nella mente di Nora con terrificante apprensione: Robin sola, che traversava strade, in pericolo. La mente di Nora ne era così orripilata che, sotto l’azione della sua paura, Robin pareva ingigantire, paralizzarsi, tutte le catastrofi le correvano incontro attratte dalla sua precarietà; e gridando, Nora si svegliava dal sonno e riattraversava la marea di sogni nella quale l’aveva gettata la sua angoscia, portandovi giù con sé il corpo di Robin, come le creaturine del terreno con persistente minuzia, portano il cadavere dentro la terra lasciandone la sagoma sull’erba, quasi che nella loro discesa ricamassero.
___Ma ora, quando erano sole e felici, in disparte dal mondo nella loro valutazione del mondo, entrò con Robin una presenza insospettata. Talvolta risuonava chiara nelle canzoni che lei cantava, ora italiane, ora francesi o tedesche, canzoni del popolo, sordide e ossessive, canzoni che Nora non aveva mai sentito prima o che non aveva mai sentito in compagnia di Robin. Quando la cadenza cambiava, quando veniva ripetuta in una chiave più bassa, Nora sapeva che Robin cantava di una vita nella quale lei non aveva parte : frammenti di armonia rivelatori come gli averi di un viaggiatore arrivato da terre forestiere; canzoni come una puttana esperta che non rifiuta nessuno eccetto colui che l’ama. A volte Nora le cantava facendole eco, con la trepidazione di uno straniero che ripeta parole in una lingua sconosciuta, senza sapere bene che cosa possano significare. Altre volte, incapace di sopportare la melodia che diceva tanto e così poco, interrompeva Robin con una domanda. Più angoscioso ancora era il momento in cui, dopo una pausa, la canzone veniva ripresa da una stanza interna dove Robin, non vista, riandava un’eco della sua vita sconosciuta più intonata alla sua origine. Spesso la canzone cessava del tutto, finché distrattamente, proprio nell’atto di uscire, Robin la riprendeva, pregustando qualcosa, mutandone il suono da reminiscenza in attesa.
___Ma qualche volta, girando per casa, passando l’una accanto all’altra, cadevano in un abbraccio torturato, scrutandosi in faccia, le due teste nelle quattro mani, così tese e vicine che lo spazio che le divideva pareva separarle a forza. A volte, in questi attimi di dolore insormontabile, Robin faceva un gesto, usava uno strano giro di frase che non le era consueto, innocente del tradimento, ed esso informava Nora che Robin era venuta da un mondo al quale sarebbe ritornata. Per trattenerla (in Robin c’era questo tragico anelito a essere trattenuta, perché si sapeva smarrita) Nora capiva ormai che non c’era altro modo che la morte. Nella morte Robin sarebbe stata sua. La morte camminava con loro, insieme e da sole; e col tormento e la catastrofe, pensieri di resurrezione, del secondo duello.
___Guardando fuori nel sole evanescente del cielo invernale, contro il quale, proprio di fronte alla finestra della camera, si stagliava una torretta, Nora calcolava, dai suoni dei preparativi di Robin, l’esatto procedere della sua toilette : il tintinnio delle boccette di cosmetici e dei vasetti di creme, il tenue profumo dei capelli scaldati sotto i bigodini elettrici; e vedeva col pensiero i riccioli sulla fronte di Robin cambiar direzione, allontanarsi ora dalla sommità del capo per ricadere in curve rialzate sulla base del collo, la nuca piatta e diritta che parlava di un qualche terribile silenzio. Seminarcotizzata dai suoni e dalla consapevolezza che questi erano i preliminari della partenza, Nora diceva tra sé: «Nella resurrezione, quando ci leveremo e ci volgeremo a guardarci l’un l’altro, di tutta quella gente io riconoscerò te sola. Il mio orecchio ruoterà nel cavo della testa, i globi dei miei occhi scivoleranno fuori, quando io sarò nella ressa turbinosa della riscossione, e il mio piede scenderà caparbio sull’impronta della tua tomba». Sulla soglia c’era Robin. «Non aspettarmi» diceva.

da Djuna Barnes, La Foresta della Notte, trad. G. A. Mella, Milano, Bompiani, 1983.

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