Il Cavaliere Inesistente, un’ipotesi di lettura

di Ottavio Sellitti

[Questo blog è nato ormai qualche anno fa come un laboratorio di libera ricerca, ed in quanto tale, essendosi dato poche regole, è stato contenitore dei più vari esperimenti: da “prove” di scrittura di mano degli autori stessi del blog, a presentazioni di prove altrui, “pietre miliari” della conoscenza, fino a riflessioni varie sulla vita, l’universo e tutto quanto.

Da un po’ di tempo questo sito langue di interventi, noi autori siamo andati avanti, e imboccando strade diverse, ce ne siamo in una qualche maniera allontanati; con questo post spero di ridare un po’ di vita a questo luogo.

Il testo che segue è un estratto della mia tesi di laurea triennale in Lettere Moderne del 2010, ho lavorato sul rapporto tra Calvino e Stendhal sotto la guida del Professor Giovanni Maffei, e durante il mio percorso mi sono trovato piuttosto a riflettere su quanto Calvino sia cambiato tra i suoi primi testi e gli ultimi, ho ipotizzato che la “svolta” si trovi all’altezza de Il Cavaliere inesistente, nel 1959, e cerco di spiegare le mie motivazioni in queste righe. Attualmente sono in Francia a proseguire i miei studi in italianistica, che all’estero ha un sapore ed un’importanza tutta diversa che in Italia, ed ho scelto, come Mémoire del primo anno di Master (un nome altisonante per la nostra specialistica), di approfondire la mia analisi del mutamento di Calvino attraverso uno studio più approfondito del Cavaliere.

Pubblico qui questo testo sperando in qualche commento, critica o stroncatura, che ridia il valore di officina a questo spazio virtuale.]

 Il cavaliere inesistente, ipotesi di lettura.

57725255Leggendo le storie della letteratura, capita a volte di trovarsi di fronte a un autore che cambia durante il suo percorso artistico, che matura una poetica diversa da quella che ha seguito in precedenza e crea dei lavori differenti. In molti casi ciò accade dopo lunghi periodi di silenzio, dopo riflessioni più o meno travagliate sulle modalità da seguire e le finalità da perseguire con i propri scritti. Calvino nel 1959, dopo l’esperienza de La speculazione edilizia e de La nuvola di smog, torna a dedicarsi alla letteratura fantastica e completa la trilogia de I nostri antenati pubblicando Il cavaliere inesistente. Questo libro è un caso raro perché documenta con precisione il cambiamento dello scrittore nel suo compiersi, un testo che si po’ leggere come un ‘romanzo di formazione’ non per i personaggi ma per l’autore: assistiamo al passaggio di Calvino da una letteratura tesa a creare avventure, ad una letteratura che è avventura per lo scrittore, avventura della scrittura.Il tema, pur cambiando ancora le ambientazioni e i modi del racconto, rimane lo stesso affrontato nelle ultime opere: Calvino cerca di capire quale sia il posto dell’individuo, più precisamente dell’«individualità», nella società a lui contemporanea:

È chiaro che oggi viviamo in un mondo […] di persone cui la più semplice individualità è negata, tanto sono ridotte a una astratta somma di comportamenti prestabiliti. Il problema oggi non è ormai nella perdita d’una parte di se stessi, è della perdita totale, del non esserci per nulla.

Dall’uomo primitivo che, essendo tutt’uno con l’universo, poteva esser detto ancora inesistente perché indifferenziato dalla materia organica, siamo lentamente arrivati all’uomo artificiale che, essendo un tutt’uno coi prodotti e con le situazioni, è inesistente perché non fa più attrito con nulla, non ha più rapporto (lotta e attraverso la lotta armonia) con ciò che (natura e storia) gli sta intorno, ma solo astrattamente «funziona»[1].

In effetti una parte di questo romanzo esaurisce questo tema: la vicenda di Agilulfo, armatura vuota.

Agilulfo, il guerriero che non esiste, prese i lineamenti psicologici d’un tipo umano molto diffuso in tutti gli ambienti della società; il mio lavoro con questo personaggio si presentò subito facile. […] Agilulfo (inesistenza munita di volontà e coscienza)[2].

Quando crea questo personaggio e la sua storia, Calvino segna il punto più basso di un’ideale parabola che stia a rappresentare la sua fiducia nelle possibilità, come intellettuale, di influire sulla politica o sulla società del suo paese. Ogni tentativo d’azione in questo senso si riduce, per l’autore ligure, a un vuoto replicarsi di schemi precisamente regolati in modo da risolversi nel nulla: esattamente come accade ad Agilulfo nel secondo capitolo:

La notte calma era percorsa soltanto dal soffice volo di piccole ombre informi dalle ali silenziose, che si muovevano intorno senza una direzione nemmeno momentanea: i pipistrelli […]. Una rabbia indeterminata, che gli era cresciuta dentro, esplose tutt’a un tratto: trasse la spada dal fodero, l’afferrò a due mani, l’avventò in aria con tutte le forze contro ogni pipistrello che s’abbassava. Nulla: continuavano il loro volo […]. Agilulfo mulinava colpi su colpi; ormai non cercava nemmeno più di colpire i pipistrelli; e i suoi fendenti seguivano traiettorie più regolari, s’ordinavano secondo i modelli della scherma con lo spadone; ecco che Agilulfo aveva preso a fare gli esercizi come si stesse addestrando per il prossimo combattimento e sciorinava la teoria delle traverse, delle parate, delle finte[3].

Quest’immagine riassume ed esemplifica alla perfezione tanto il tema che l’autore si proponeva di indagare, quanto la condizione che si trovava a vivere. Il romanzo, tuttavia, per quanto potrebbe anche esaurirsi su questi atti vuoti ripetuti all’infinito, va avanti in un vorticoso avvicendarsi di storie e personaggi, rivelandoci il profondo mutamento avvenuto in Calvino.

La struttura de Il cavaliere inesistente è molto diversa rispetto a quella degli altri libri dello scrittore: la spinta avventurosa, per non esaurirsi nei gesti inutili di Agilulfo, non si muove più, come prima,  attorno a un asse portante definito. La successione lineare di eventi viene abbandonata per una trama più complessa, di ascendenza ariostesca, in cui numerosi personaggi portano avanti ciascuno la propria ricerca.

Questo scarto si verifica subito dopo l’episodio della lotta ai pipistrelli, quando appare

il vero protagonista di questa storia. Rambaldo, paladino stendhaliano, cerca le prove d’esserci, come tutti i giovani fanno. La verifica dell’essere è nel fare; Rambaldo sarà la morale della pratica, dell’esperienza, della storia[4].

Rambaldo all’inizio è deciso a farsi cavaliere per vendicare il padre, ucciso da un campione dell’esercito saraceno. Questa missione viene subito portata a termine, appena nel quarto capitolo: già durante la prima battaglia il ragazzo riesce a individuare il nemico e a provocarne la morte. Ecco che Calvino, nel giro di quattro brevi capitoli, ha già messo in scena due personaggi, due figure che potenzialmente potevano portare avanti la trama per tutta la durata del libro, eppure le loro ricerche paiono già concluse: Agilulfo si è presto rivelato un eroe ‘vuoto’, figura adatta più ad una compagnia di mimi che a una narrazione epico-cavalleresca; Rambaldo invece, il cui compito sarebbe potuto essere il fulcro di un romanzo d’avventura o anche il motore di un romanzo di formazione, ha già raggiunto il suo scopo e si inoltra, con la mente in subbuglio, nel caos della battaglia, senza più alcun fine se non quello immediato di prendervi parte. A questo punto il romanzo potrebbe andare avanti in qualsiasi modo: l’autore avrebbe potuto superare lo stallo e creare un’altra avventura rocambolesca, palco per eroi attivi, pronti ad affrontare ogni difficoltà con la loro volontà di trovarsi un posto nel mondo ed essere così esempio e sprone per i lettori a fare altrettanto; avrebbe potuto continuare a seguire Stendhal. Calvino non lo fa, compie invece una precisa scelta di campo: resosi conto di quanto la via indicata dallo scrittore francese non lo conduca da nessuna parte, si decide a indossare una nuova veste. Accoglie una scrittura molto diversa, dove le avventure, le infinite peripezie dei cavalieri ariosteschi avvengono non in quanto avventure, ma in quanto possibilità della scrittura stessa di creare. Questa volta la scrittura non viene messa in atto per  educare o indirizzare attraverso una visione critica della realtà sociale e storica, ma per esplorare se stessa e per indagare, tramite la narrazione, i vasti mondi che si aprono all’immaginazione umana.

L’importanza del cambiamento è tale che Calvino decide di rappresentare la scrittura direttamente nel testo, in più modi: la prima rappresentazione, la più evidente, è la creazione di un narratore destinato esclusivamente a questo ruolo, presentato proprio in apertura del quarto capitolo: «Io che racconto questa storia sono Suor Teodora, religiosa dell’ordine di San Colombano»[5].

[…] in tutte e tre le storie [che costituiscono la trilogia de I nostri antenati] ho avuto bisogno di un personaggio che dicesse «io» forse per correggere la freddezza oggettiva propria del raccontare favoloso con quest’elemento ravvicinatore e lirico, del quale la narrativa moderna pare non possa fare a meno. Ho scelto ogni volta un personaggio marginale o comunque senza una funzione nell’intreccio […]. Stavolta, nel Cavaliere inesistente, usai un «io» completamente fuori dalla narrazione[6].

La Postfazione dà ancora qualche indizio sull’importanza tutta nuova che la ‘scrittura’ riveste in questo romanzo. L’autore spiega quali sono i ragionamenti alla base della struttura de Il cavaliere inesistente: dietro la moltitudine di personaggi che paiono affollare caoticamente il romanzo, espone il preciso schema di immagini contrapposte che si bilanciano a vicenda[7]; allo stesso modo, dietro una prosa che può apparire un «divertimento»[8], rivela quanto impegno sia necessario alla sua messa a punto, tanto da voler creare  un personaggio che ne mettesse a nudo tutto lo sforzo, costringendo quindi anche se stesso a riflettere con maggiore attenzione sulla scrittura:

La presenza di un «io» narratore-commentatore fece sì che parte della mia attenzione si spostasse dalla vicenda all’atto stesso dello scrivere, al rapporto tra la complessità della vita e il foglio su cui questa complessità si dispone sotto forma di segni alfabetici. A un certo punto era solo questo rapporto a interessarmi, la mia storia diventava soltanto la storia della penna dell’oca della monaca che correva sul foglio bianco[9].

La storia della corsa della penna viene quindi raccontata, al pari della storia che la penna sta scrivendo, in molti passi metaletterari in cui Calvino descrive, per bocca di Suor Teodora, l’azione che ha nome “scrittura”.

L’ultima forma che prende la scrittura si rivela solo nell’ultimo capitolo del romanzo, quando Suor Teodora annuncia di non essere altri che la guerriera Bradamante. Questa rivelazione non è semplicemente una «ultima giravolta narrativa»[10], infatti la guerriera è stata per tutto il romanzo l’oggetto d’amore del personaggio che Calvino ha indicato come il protagonista: Rambaldo. Questo giovane doveva ricercare, nelle intenzioni dell’autore, le prove dell’esserci nel fare[11]; le azioni che compie all’inizio del romanzo sono aderenti ai modelli cavallereschi, sono finalizzate a realizzarsi come cavaliere, ispirate anche dagli insegnamenti che trae dall’osservare Agilulfo. Tuttavia questa strada si rivela sterile, realizza invece se stesso inseguendo la sfuggente principessa-narratrice. È nell’ultima pagina del romanzo che si compie definitivamente la trasformazione di Calvino, uno scrittore che dopo aver a lungo inseguito l’azione e la volontà si innamora della scrittura, rendendosi conto di tutte le possibilità che essa può liberare. Il romanzo si chiude con un’ultima riflessione di Bradamante:

Dal raccontare al passato, e dal presente che mi prendeva la mano nei tratti concitati, ecco, o futuro sono salita in sella al tuo cavallo. Quali nuovi stendardi mi levi incontro dai pennoni delle torri di città non ancora fondate? Quali fumi di devastazioni dai castelli e dai giardini che amavo? Quali impreviste età dell’oro prepari, tu mal padroneggiato, tu foriero di tesori pagati a caro prezzo, tu mio regno da conquistare, futuro…[12]

Questa riflessione lascia intravedere le infinite declinazioni del possibile che Calvino si appresta a trattare, un materiale così vasto da tenerlo impegnato per il resto della vita.


[1] I. Calvino, Postfazione ai “Nostri Antenati” (Nota 1960), in Id., Romanzi e racconti, ed. diretta da C. Milanini, a cura di M. Barenghi e B. Falcetto, Milano, Mondadori 1991-1994, pp. 1215-1216.

[2] Ivi, p. 1216.

[3] Id., Il cavaliere inesistente, in Id., Romanzi e racconti, cit., p. 963.

[4] Id., Postfazione ai “Nostri Antenati” (Nota 1960), cit., p. 1217.

[5] Id., Il cavaliere inesistente, cit., p. 979.

[6] Id., Postfazione ai “Nostri Antenati” (Nota 1960), cit., p. 1218.

[7] Cfr. ivi, pp. 1216-1217.

[8] Qui da intendersi come il francese divertissement, ivi, p. 1217.

[9] Ivi, p. 1218.

[10] Ivi, p. 1219.

[11] Ivi, p. 1217.

[12] Id., Il cavaliere inesistente, cit., p. 1264.

Un commento

  1. gentile signor Ottavio Sellitti ho letto il suo scritto su calvino e il cavaliere inesistente. l’ho trovato molto bello. sto leggendo tramite audiolibro il cavaliere inesistente. Calvino è insieme a Pirandello uno dei miei autori preferiti.

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