Debito pubblico, la parola che fa tremare l’Europa

Di Marco Aragno

Un fantasma si aggira per l’Europa. Ma, con buona pace di Marx, non è il comunismo. E’ qualcosa di più attuale che sta spodestando il gossip dai servizi del TG1 e sta facendo traballare la poltrona di Berlusconi più della diaspora dei finiani e delle alzate di testa della Lega. Il signore in questione ha un nome sinistro: si chiama debito pubblico. La sua popolarità, nelle ultime settimane, è in fortissima ascesa. Ed è sostenuta da un esercito di termini come ‘default’, ‘spread’, ‘deficit’, ‘recessione’, che stanno seminando il panico nei mercati finanziari di mezzo pianeta.

Di fronte a quest’invasione massiccia di parole straniere è d’obbligo partire dall’inizio: cos’è questo debito che ha rovinato le ferie dei parlamentari? E perché la sua tenuta pesa sul futuro di noi italiani? Per capirci qualcosa, proviamo a pensare allo Stato come ad una grande impresa che ogni anno si trova alle prese con un bilancio. Ebbene, le sue entrate sono principalmente rappresentate dal gettito fiscale, cioè dall’insieme delle risorse finanziarie che ottiene dalla riscossione dei tributi imposti ai cittadini-contribuenti (Ires, Iva, Irpef ecc.). Le sue uscite, invece, sono costituite dalle spese correnti (riferite a pubblici servizi come sanità, scuola, trasporti), e dalle spese in conto capitale (investimenti). Tutte cose senza le quali, per intenderci, noi cittadini non avremmo l’autobus per raggiungere ogni mattina il posto di lavoro, o la visita di controllo gratuita presso il nostro medico di base. Ora, se il saldo fra entrate e spese è negativo (deficit), vale a dire se lo Stato spende più di quanto incassa, sarà costretto a contrarre debiti per pagare le spese in eccesso. Come? Mediante l’emissione di titoli di varia durata (Bot, Btp, Cct) che vengono acquisiti da risparmiatori in cambio della promessa di restituire il capitale e di pagare un interesse. Per debito pubblico s’intende proprio il valore nominale di tutti i titoli di stato non ancora rimborsati in un certo periodo di tempo, cioè la somma algebrica di tutti i saldi di bilancio registrati nel corso del tempo.

Fatta questa premessa, veniamo all’Italia: negli ultimi decenni, il nostro debito pubblico si è spaventosamente moltiplicato. Gli anni nei quali le voci in uscita hanno iniziato a crescere sono i ’70. Ma l’impennata del debito si è registrata negli anni ’80. Dopo la recessione determinata dalla crisi petrolifera, i governi democristiani e socialisti, pur di non tagliare la spesa pubblica e non aumentare la pressione fiscale, fecero abbondante ricorso all’indebitamento in disaccordo con le politiche di austerity praticate da altri Paesi come l’Inghilterra di M. Thatcher o l’America di Reagan. Per farci un’idea, si potrebbe dire che le generazioni dei nostri padri vissero al di sopra delle loro possibilità: non si avviò un piano di liberalizzazioni, non si tagliò la spesa pubblica e l’evasione e la corruzione lievitarono alle stelle. Si lasciò, insomma, il conto da pagare alle generazioni future…Quel periodo di gozzoviglie e spese folli ci ha dato in eredità un debito pari nel ’94 al 121 % del Pil. Oggi si aggira intorno al 120 %: il più alto d’Europa. Ok, direte voi, siamo sempre alle prese con cifre e percentuali, ma che significa in concreto 120 % del Pil? Tradotto in soldoni, significa che il debito contratto dallo Stato ammonta a più di quanto il Belpaese produce ogni anno. Con un debito così elevato, diventa difficile uscire dalla crisi percorrendo la strada keynesiana degli investimenti pubblici come stanno provando a fare i cugini francesi o i vicini di casa tedeschi. Allo stesso tempo, tagli indifferenziati alla spesa pubblica, come ci suggerisce di fare l’Ue, minenerebbero la possibilità di una ripresa economica. Oggi l’Italia si trova quindi in un vicolo cieco, schiacciata fra la Scilla della stagnazione e la Cariddi del debito.

Come se non bastasse, la sostenibilità di questo fardello che frena la ripresa dipende ‘dagli umori’ dei mercati finanziari. Non è un caso che questa estate i veri protagonisti della scena economica siano stati loro. Perché hanno tanta importanza? Perché ogni Stato è sovrano sul proprio debito, ma non nella valutazione di esso. Se uno Stato è giudicato un debitore inaffidabile, viene declassato dalle agenzie di rating internazionali e i grandi investitori si sbarazzano dei suoi bond o non ne accettano di nuovi. Così lo Stato è costretto, per reperire nuove risorse, a vendere i propri titoli a tassi di interesse più alti, portando in questo modo la spesa pubblica – e di conseguenza il debito pubblico – a lievitare ancora di più. Proprio ciò che sta succedendo all’Italia. Se poi la situazione precipita e lo Stato non trova più finanziatori disposti a coprire il suo deficit, in mancanza di liquidità deve dichiarare bancarotta come fosse una qualsiasi azienda. Conseguenza: non avrà risorse per pagare pensioni, stipendi ed erogare servizi ai cittadini. In inglese lo chiamano ‘default’. Una vera tragedia greca.

Greca, sì. Perché, manco a farlo apposta, è proprio quanto è accaduto due anni fa al paese che con Pericle inventò la pratica dell’indebitamento statale e che oggi si è rimesso nelle mani dell’Unione Europea per ‘ristrutturare’ il proprio debito. Stiamo parlando della Grecia. La cura che è stata somministrata al malato terminale comprende principalmente tagli massicci alla spesa pubblica ed acquisto di titoli di stato da parte della Banca Centrale Europea. La Bce, nel ruolo di garante, sta facendo di tutto per rassicurare gli investitori sull’affidabilità del nuovo debito ellenico. Per alcuni analisti si tratta però di accanimento terapeutico su di un corpo già agonizzante; per altri di misure che risolvono il problema solo pro tempore.

Ma il problema, ahinoi, non è solo greco: dove ti giri ti giri, il debito pubblico è un fantasma scomodo che in molti cercano di scacciare. Sull’orlo del baratro si affacciano anche Portogallo e Irlanda, seguite a ruota da Spagna e dall’Italia…Per il nostro paese, pare però che il rischio ‘default’ sia basso. Almeno è quello ripetono in giro, adducendo di volta in volta le motivazioni più fantasiose: la solidità del nostro sistema bancario, la grande propensione al risparmio degli italiani ecc. Sarà vero? In realtà, dopo i dubbi sulla manovra finanziaria dello scorso luglio che, spalmata in quattro anni, prevedeva la riduzione della spesa in 47 miliardi di euro, l’attacco degli speculatori al nostro debito ha messo in evidenza tutta la vulnerabilità del nostro sistema economico: nel giro di pochi giorni è stato bruciato in interessi un terzo della manovra e lo ‘spread’ Bund tedeschi-Btp italiani – cioè il differenziale di rendimento fra i due titoli di stato decennali – ha toccato il record storico di 410 punti. Campanelli d’allarme che hanno messo subito in agitazione il Paese.

Ora ciò che conta, per scongiurare ulteriori attacchi speculativi e rischi di default, è riguadagnare credibilità agli occhi dei mercati. Berlusconi e compagnia bella ci stanno provando con l’ultimo decreto lacrime e sangue. Fra il 2012 e il 2013 Tremonti ha promesso a Bruxelles una sforbiciata da 45 miliardi. Da dove si prendono? La ricetta imposta dalla Bce è tagliare le spese correnti. Le cifre sono tutt’ora ballerine e la manovra ha conosciuto già cinque versioni diverse nel giro di due mesi. Ma ciò che dovrebbe essere certo è che, per far quadrare i conti e raggiungere il pareggio di bilancio nel 2014, verranno cancellate le Province, tagliati i fondi agli enti locali, bloccate le tredicesime, ritardati i Tfr, legittimati licenziamenti facili, aumentata l’aliquota Iva, imposta una tassa di solidarietà ai redditi superiori ai 300mila euro ed innalzata l’età pensionabile per le donne. Una volta che il decreto diverrà legge, previsioni alla mano, la pressione fiscale schizzerà intorno al 45 %. Una stangata che deprimerà crescita e consumi in un congiuntura in cui il ceto medio sta già facendo enormi sforzi per uscire dalla crisi.

Già, perché a pagare il conto dello Stato non saranno i paperoni che riescono a farla franca a colpi di condoni e scudi fiscali. E neanche la Chiesa, che per il tramite del Cardinal Bagnasco condanna l’evasione, salvo poi godere di miliardarie esenzioni Ici e riduzioni Ires sulle proprie attività commerciali. Ma i disgraziati padri di famiglia, ogni anno costretti a stringere la cinghia per pagare il mutuo della prima casa. Se è vero però che il debito è di tutto lo Stato, non è giusto che a pagare il peso maggiore del suo risanamento siano i lavoratori a reddito fisso e non gli evasori fiscali o una classe politica che ha moltiplicato nel tempo i suoi privilegi e le sue prebende. Su questo punto il debito cessa di essere un affare per economisti per diventare una questione di democrazia. E’ qui che destra, sinistra e parti sociali devono tornare a confrontarsi fra di loro per decidere il futuro di questo Paese. Ci riusciranno? I conti, mai come questa volta, sono apertissimi.

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