Fuori Da Ogni Possibile Mito – Recensione a Matteo Marchesini, Sala D’aspetto (Valigie rosse, Livorno 2010)

di Alex Caselli

Già da diverso tempo Matteo Marchesini (classe 1979) si muove con rara perizia critica e maturità espressiva nei territori non facili della critica culturale e militante, della letteratura tout court e del giornalismo. Come poeta ha congelato il meglio di sé in Marcia nuziale, libro del 2009 accolto nella collana diretta da Alfonso Berardinelli per Scheiwiller. Faceva d’appendice al volume un testo in cui egli rifletteva sulle occasioni (letture, incontri, scambi intellettuali e affettivi) che avevano colpito, fin dalle origini, la sua fantasia tentacolare di poeta e nello stesso tempo di osservatore e critico militante delle nuove generazioni di scrittori; (Marchesini ha dedicato saggi e articoli illuminanti ai letterati italiani degli ultimi decenni). Anche senza volerlo, il lettore, a chiusura di un testo così robusto e condito criticamente, non poteva evitare di porsi con curiosità in attesa delle prove future.Lo ritroviamo così, Matteo Marchesini, in questa plaquette (con cui ha vinto il Premio Ciampi “Valigie rosse” 2010). Non inganni il numero esiguo di testi (appena quattordici poesie) e la snella silhouette dell’opera. Siamo di fronte all’ingresso di un cunicolo profondamente scavato, e in cui non sono ripetuti stancamente vecchi motivi. C’è, insomma, una nuova materia che preme in questi versi.

In Sala d’aspetto ci troviamo tra due fuochi: il territorio indefinito dei Vent’anni (che si affaccia in ricordi elettrici) e il più solido, tetro, scenario dei Trenta. Nel mezzo d’una crisi personale che non cede a facili rispecchiamenti pubblici, ma tra ossessioni che cercano conferme dall’esterno, fino alla distorsione, alla mania ipocondriaca. Il poeta sceglie di immortalarsi, con spietata acribia, di parlare al presente, magari in terza persona: «Non ha un gesto: le palpebre socchiuse / e tremolanti di chi finge il sonno, / (…)». E quella messa in scena da Marchesini è una terra di nessuno – dove un uomo solo parla ad altri uomini soli –, un «mondo insensato» che si riflette nell’ostilità addomesticata della Natura.

Paolo Maccari, nella sua calibrata e acuta post-fazione, ha riconosciuto il motore dialettico di queste poesie nella «lotta senza esclusione di colpi tra le ragioni dell’immobilità e quelle del movimento: ovvero tra il lavorio della mente inebriata dalla lucentezza ipnotica dei suoi meccanismi masochistici e la calda vita che le oppone se stessa (…)».

Questa «calda vita» ha per Marchesini lo scarto di una rivelazione (si veda la poesia Passi in Emilia) e il sapore di un’iniziazione ad una compiuta maturità. La musica di questi versi tende a farsi una sordina inestricabile, seppur nella fluidità di un discorso che sceglie volutamente di essere personale, quanto poi finisce per diventare più potenzialmente collettivo. I versi sembrano nascere da un malessere tangibile, scultoreo, toccabile quasi con mano. Dove l’impossibilità – riconosciuta nella poesia d’apertura – di cedere all’abbraccio degli oggetti o delle persone assume la tragicità di un peccato originale da scontare. Sono creature feroci e innocenti (bambini/animali) a giudicare il poeta, a rigettare sulla sua stanca figura una non troppo muta condanna; finendo per avvisare, «a latrati», chi cede alla bugia dell’untore, del cattivo maestro.

Nulla sfugge all’occhio analitico, razionale, di Marchesini. Nemmeno il ritrarsi degl’altri dalla peste feroce di cui si crede infestato. Il lessico della vita finisce così per svuotarsi dei suoi nomi fittizi, e in questo spazio di verità l’alito del nemico o del maestro alitano con «uguale / ragione, uguale vita».

Nella seconda sezione, Due, è il numero impossibile della coppia a fornire la materia (già fredda) per l’ispirazione. Nella poesia di Marchesini è costante la presenza di un tu amoroso, ma se questo nel passato tendeva ad articolarsi in sequenze più ampie, in vere e proprie stazioni di cronaca (colte a caldo), qui è la frammentarietà a prevalere. La donna appare e scompare nello spazio di pochi versi, lasciando tuttavia una traccia indelebile: «Poi venne lei, parlò di unioni / possibili, partì: e lasciò la scimmia / senza modelli, / pazza d’ansia e nuda / come un bambino in una stanza buia». Quello che rimane è una dote non spendibile che finisce solamente per rintuzzare «ogni stupidità / d’istinto e intelligenza». Stupidità, si direbbe, venuta da lontano, incisa in una primaria ferita.

Per restituire questi contenuti la poesia di Marchesini tende a comprimersi nella forma breve o in una plastica fluidità linguistica che non esita a volte a frangersi in contrappunti spettrali. Da l’empasse, enunciata in una sintassi mobile – ma stordita, di quando in quando, da versi che si torcono come viti, là dove la materia si fa impietosa – sembra farsi luce una possibile, finale, salvezza: «la salvezza / sta solo nel mutare / ogni gesto del giorno in esercizio». Nell’utilizzare, cioè, gli oggetti per quello che sono. Oggetti svuotati, dunque, di ogni superiore rimando simbolico. Il compito che Marchesini sembra assegnarsi nel mondo, tolstojanamente, diventa quello di condurre in porto e assolvere, con continuata meticolosità, il proprio, quotidiano, dovere. Tra esercizi, ripetizioni e prassi è forse possibile trovare quella pace che manca, finendo per naufragare nel quasi tautologico «amare, respirare», distante dalla vertigine dell’infinito, ma nella realtà di un mondo in cui le cose sono prese come sono.

Marchesini, tuttavia, rinuncia ad ogni facile archiviazione, ad ogni collocamento studiato dei ricordi (che sarebbe già mito), ma decide di muoversi tra i pericoli di un «bosco senza simboli», fino all’anonima selva in cui spersonalizzarsi (come amava fare Saba nei luoghi pubblici per trovare la sua personale felicità). Abbandonando parzialmente le forme chiuse, o comunque concedendo più spiragli al suo canto scomposto e imprevedibile, Marchesini si svela, si giudica, si condanna. Senza furore, senza invocare o sperare pietà. Soltanto con la capacità, davvero commovente, di un intellettuale e di un uomo che sa comprendersi, che sa restituirsi agli altri nel suo umano cammino.

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