Giardino – Alex Caselli (Ed. Confine, 2010)

Di  Marco Aragno

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Analizzando la raccolta d’esordio di Alex Caselli, la prima considerazione da cui bisogna muovere è la scelta del titolo. ”Giardino”. Un titolo innocuo, e, se vogliamo, scarsamente evocativo per una silloge di poesie, ma che nella sua essenzialità offre una chiave di lettura significativa per accedere all’universo poetico di Caselli. ”Giardino” richiama subito alla mente del lettore un microcosmo, brulicante di vita, di animali e di piante che evolve silenziosamente secondo leggi e meccanismi naturali invisibili all’occhio umano. Allo stesso tempo, il giardino è anche uno spazio perimetrato, contenuto entro confini artificiali che ingenerano sicurezza nell’osservatore garantendogli una visione completa su una singola porzione di realtà.

Eppure, a dispetto di queste premesse, la poesia di Caselli non si esaurisce in un restringimento di prospettiva finalizzato ad una semplice attività di catalogazione dei fenomeni naturali. Dietro l’osservazione della natura non c’è metodo, non c’è l’acribia dello scienziato che mette a nudo il mondo sotto la lente di ingrandimento. Come accadeva per il giardino del sign. Palomar, anche il Giardino di Caselli si rivela essere più complesso del singolo dettaglio messo a fuoco dall’autore. Anzi, più che un unico microcosmo, esso costituisce un insieme pullulante di microcosmi, ognuno con le sue regole ed i suoi ordini che nella loro (bio)diversità possono disorientare chiunque venga a contatto con essi come il bianco essere supremo che appare sulla soglia di Ferragosto. Lo scopo della poesia di Caselli sembra dunque quello di costringere il lettore a moltiplicare i suoi punti di vista, ad educare lo sguardo alla complessità del reale. Si va dalle carpe alle talpe, da un campo di pallone ad un condominio, da uno strato di fossili ad una discarica di periferia. Microcosmi che, pur rivelandosi spesso contigui, sembrano bastare a se stessi, resistendo ad ogni tentativo di riassorbimento entro una realtà unitaria che non sia quella primordiale, delle origini (l’acqua dell’origine ne Il tuo regno). Ma è bene mettere in chiaro, a scanso di equivoci, che il momento descrittivo in Caselli non offre mai il pretesto per allargare la prospettiva dal dato naturale a dimensioni più apertamente religiose o sacrali. La sua, prendendo a prestito l’espressione adottata da F. Bajec, è una spiritualità laica. La rappresentazione dei piccoli habitat, umani e animali, che l’autore sapientemente compie con pochi tratti di lapis, non legittima nessuna ipotesi in senso metafisico né sembra mascherare la retorica classica di un Eden ritrovato. Piuttosto, il costante abbassamento tonale e l’effetto attenuativo affidato al gioco delle rime – residui, questi, di un understatement tipicamente crepuscolare – sottraggono l’autore a questi rischi ed assolvono alla funzione di non innalzare le aspettative del lettore circa un possibile disvelamento di senso. Come a dire che Caselli offre solo una ricognizione de “le cose dell’aldiquà”, componendo, pagina dopo pagina, un mosaico di microcosmi che si staglia su uno sfondo universale ma pur sempre terrestre, creaturale.

Quello che al massimo si intravede nella raccolta è un fondo di pietas, in particolare nell’attenzione, a volte commovente, che l’autore mostra per i dettagli, per le condizioni di vita delle sue creature. Condizioni spesso di solitudine e di disfacimento, obbedienti ad un processo vitale tanto oscuro quanto inevitabile. Come la testuggine che aspetta soltanto la sua seconda fine, o la talpa che ammette in silenzio che sono eterne sotto terra le prigioni. In questo modo ogni microcosmo, compreso quello umano, svela al suo interno un ordine fragile, uno stato corruttibile di cose che non offre alcuna stabilità, alcuna certezza. D’altronde, come si afferma in uno degli ultimi componimenti della raccolta, l’equilibrio del giorno è la nostra unica risorsa, la nostra premonizione estrema. Così l’apparente amenità del paesaggio naturale può spesso nascondere insidie e momenti di profondo turbamento, come le carpe che lottano contro i fili incrociati. Solo il contatto fisico, come in Frontiera, o quella spinta ancora una volta pietistica di vedersi coi stessi occhi negli occhi d’altri riescono a restituire un senso di conforto, ad aprire un passaggio tra un mondo ed un altro, a colmare una distanza. Assecondando questa tendenza – in cui consiste, forse, la cifra più originale di Caselli – spesso l’attività più propriamente descrittiva lascia spazio ad un dialogo tutto umano, che vede per protagonisti un uomo ed una donna accomunati da un medesimo senso di disagio, di incertezza esistenziale. Altre volte, invece, l’oltrepassamento momentaneo dei confini favorisce la messa in comunicazione tra mondi diversi, come quello dell’infanzia e quello degli adulti. Elementi, questi, che comunque non mettono in crisi una tenuta emotiva che in Caselli conosce rari momenti di cedimento. I versi di Giardino infatti non sconfinano nell’elegia o nella lirica dell’io tout court. Ogni spinta patetica è sempre sapientemente controbilanciata da una lingua nitida, equilibrata ed assertiva, estranea a scatti ed impennate retoriche e prossima alla levità di un Saba, di un Caproni o, nei momenti di intensità, del Pascoli più bucolico. Ma è soprattutto a Bertolucci che Alex Caselli guarda con interesse, al modo sempre umile e discreto con cui il grande poeta parmense sapeva dare voce alla natura e alle creature che ne fanno parte. Né va trascurata, comunque, l’influenza di un certo Luzi, quello meno ermetico e più idillico, le cui tracce vanno sicuramente ricercate nella terza sezione della raccolta.

Resta da interrogarsi, in ultima istanza, sulle ragioni profonde che spingono un esordiente come Caselli a concentrare la sua ricerca poetica su un mondo ‘noioso’, come precisa ironicamente F. Bajec, fatto, per lo più, di animali, bambini ed oggetti apparentemente insignificanti. L’effetto principale a cui tende Caselli non è certo quello di riscattare dal silenzio poetico, con un intendimento ‘politico’ come quello dei crepuscolari, realtà dimesse e secondarie, quanto piuttosto quello di destabilizzare le convinzioni del lettore, di porlo di fronte all’essenzialità di una natura che possa mettere in crisi, almeno provvisoriamente, il sistema di abitudini e pregiudizi nel quale il lettore di oggi è sempre più invischiato. Come un invito ad allargare lo sguardo, perché la realtà non corrisponde ad una, ma a molteplici realtà, tanto diverse quanto maggiore è il coraggio di portarsi oltre i confini del proprio giardino.

Un commento

  1. Recensione limpida e misurata. Notevole la lettura dei microcosmi. Ho apprezzato molto.

    Anna R.

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