Gigi Marzullo intervista Marco Aragno

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Ci siamo anche questa notte cari amici della notte di Raiuno, per chi è ancora sveglio, per chi non ha voglia o non può dormire, per chi vuole sapere di più questa notte di Marco Aragno, poeta, mugnaio, collega. Ci sono attimi che sembrano eternità e altri che lo diventano. A proposito di tempo, signor Aragno, a ricordare troppo si dimentica di vivere il presente?*

Credo proprio di no. Ha presente la teoria di Einstein? Non esiste la contemporaneità di un evento rispetto a due osservatori posti in due punti diversi dello spazio. Ciò che per uno è presente, per l’altro è già passato, o viceversa. Il ricordo, nella mia personalissima visione, agisce come la luce. Ogni evento che si spiega attraverso la luce nello spazio arriverà sempre in ritardo rispetto al punto da cui si è generato. Quando arriva, è gia ricordo di sé. Quindi credo che la memoria non sia una dimensione alla quale si può volontariamente rinunciare in nome di un’edonistica visione dell’attimo, proprio perché fa parte della nostra condizione umana, ci appartiene. Viviamo, per così dire, in un ricordo permanente del mondo. E’ dalla luce del passato che si genera il presente. Ogni gesto, ogni parola viene dal passato, filtra attraverso le cose che sono già state, giunge fino a noi. Rinvio, comunque, alla lettura del mio testo Illusioni Notturne. A volte una poesia dice più di tante spiegazioni.

Gli anni rappresentano una condanna o una conquista?

Sa, ultimamente mi sveglio bruscamente nella notte. A svegliarmi non è la canicola di questi giorni o la luna piena. E’ un’ansia, o meglio, un’ansietà. Qualcosa che mi rincorre dal passato, si accumula nella mente e mi opprime nel sonno. Lei si chiederà: il peso degli anni? Non credo, non ho vissuto abbastanza. A farmi rigirare nel letto è, invece, la riduzione dei mondi possibili. E’ come se andando avanti, giorno dopo giorno, le possibilità della mia esistenza, anziché moltiplicarsi, si riducessero sempre più. Più passano gli anni, più la vita imbocca una strada evitandone altre. Il giardino dei sentieri che si biforcano di J.L.Borges, conosce? Qualcosa di simile. Quindi gli anni, il tempo in sé, sono una condanna che conduce, ahimé, all’unica possibilità che ci accomuna indipendentemente da qualsiasi scelta: la morte.

Si vive più per quello che si fa o per quello che si farà?

Per quello che si farà, indubbiamente. Come diceva Heidegger, l’uomo è l’essere-per-la-morte, è progettualità vivente, proiezione verso eventi futuri. A differenza degli animali, l’essere umano è l’unico, almeno a livello conscio, a sapere della sua morte. Gli animali, in preda agli istinti, vivono in un presente perpetuo, mentre gli uomini sono immersi in una condizione temporale che li pone a contatto con tre dimensioni differenti. Agostinianamente parlando: passato, presente e futuro. Sospinto dal passato, e assalito dalla propria condizione di finitudine, l’uomo si proietta verso il futuro, si forma ed evolve pensando a quello che farà domani fino all’attimo che precede la sua morte. La conservazione di sé si misura, non solo biologicamente nell’atto sessuale, ma esistenzialmente nel provocare il ricordo di sé in uno spazio collettivo. Questa consapevolezza genera automaticamente il pensiero del futuro. E, se vogliamo, anche l’arte. Cioè, voglio dire, l’arte è la proiezione dell’io verso l’altro da sé, verso l’altro che non è tempo di sé. (Si è fatta folla, troppi sé…)

I pessimisti sono quelli che amano di più la vita?

Ma chi è l’ottimista oggigiorno? Il falso edonista che aspetta il sabato sera per ubriacarsi in una discoteca e sniffare coca nel retro del locale? Berlusconi che predica ottimismo sul futuro anche quando la crisi mette in ginocchio aziende e famiglie? Il parroco del quartiere che consola i suoi fedeli con la promessa della vita eterna? Oppure Tonino Guerra con il profumo della vita? A me l’ottimismo fa paura, somiglia troppo ad una grande illusione collettiva. La vita, in fondo, non va amata. Va guardata in faccia. Ebbene il vero ottimismo nasce dall’acquisizione di una verità inattaccabile, dal pessimismo, anzi dal nichilismo più atroce: la vita non ha senso. Sono stordito dal nulla che mi circonda, scriveva Leopardi nello Zibaldone. Leopardi parte da questo dato inequivocabile e intona in un mondo destituito di senso la propria flebile voce di poeta. Dal canto poetico partorisce un mondo di significati relativi.  Chi infrange la rete delle grandi illusioni collettive, come la religione, ama davvero la vita, o meglio ne prende atto. Ci possiamo girare intorno come vogliamo, possiamo inventarci superstizioni e divinità, sovramondi e ultramondi, ma è così: non esiste un senso. Paradossalmente, quindi, l’unico ottimismo è quello che ci spinge ad inventare un senso relativo, anche negativo, partendo dal non-senso. Proprio come fanno i poeti.

Parliamo d’arte, allora. Quando si è artisti nell’arte, lo si è anche nella vita? E se sì, che cosa dire della contessa De Blanc?

L’arte è una condizione dell’essere, quindi senz’altro l’artista lo è anche nella vita, a meno che non sia vittima di uno sdoppiamento schizofrenico della personalità e viva una doppia esistenza varcando la soglia delle propria opera. Ma l’opera, in genere, è sempre una figlia, non è mai un semplice duplicato dell’artista. Il guaio è quando avviene il contrario, cioè quando, da buon esteta, l’artista vuol fare della propria vita un’opera d’arte. Pensi a D’Annunzio. Se non ricordo male, è un autore a lei molto caro…
La contessa Di Blanc? Chi è? Un amico travestito del calciatore francese?

D’Annunzio? Uno che si faceva i pompini da solo fa ridere anche i polli. D’invidia. Questo mi sovviene, pur senza un’apparente connessione: mentre noi ragazzi stavamo seduti a un tavolo del Bar Cammino, le ragazze di Avellino facevano le vasche. Allora si parlava di donne pensando al sesso. E quando qualcuno parlava di sesso, non pensavamo a quelle ragazze ma avevamo in mente una vitalità femminile ben lontana dalle eteree ed irraggiungibili signorine del corso Vittorio Emanuele. Si favoleggiava di straniere pronte a soccombere al fascino latino. Si alludeva a certi adescamenti di signore dall’apparenza irreprensibile. Si speculava su alcune compagne di classe. Per lei, signor Aragno, chi possiede veramente una donna: colui che la prende o colui che la contempla?

Confesso che non sono mai andato ad Avellino a farmi un bagno alle vasche del Bar Cammino. Cos’è precisamente? Un hammam all’avanguardia frequentato da massaggiatrici giapponesi? Comunque, sono fermamente convinto che la realtà sia un immenso ologramma, un modo più sofisticato e scientifico per dire un ‘sogno’. Pertanto il possesso fisico, anche sessuale, è un’esperienza della psiche più che un’esperienza reale. Come accade, per esempio, con le polluzioni notturne. Quindi la pura contemplazione non appagherà i nostri istinti, ma ci soddisferà pienamente sul piano dell’immaginario. Si può possedere una donna semplicemente guardandola. Entra negli occhi, si fa esperienza. (A microfoni spenti, durante l’interruzione pubblicitaria: ‘Ehm, può omettere questa parte dell’intervista? Avrei appuntamento con una ragazza per domani sera. Non vorrei che nel momento topico si lasci solo guardare e mi mozzi le mani…’). Ad un livello più profondo, però, credo persino che possedere sessualmente una donna sia un esercizio metafisico. E’ come se la penetrazione equivalesse alla visitazione del mistero femminile. La cavità vaginale diventa il luogo fisico che il maschio può esplorare autenticamente ed unicamente col proprio corpo. Regredendo ad una condizione pre-verbale ed animalesca, maschio e donna si esprimono con il linguaggio dei corpi e si congiungono fino a trascendersi nell’unità di un’altra vita. Come dire che il sesso è l’anatomia di un segreto. Sarò blasfemo, ma mi viene in mente la Trinità…

Niente è più blasfemo di Sandro Bondi. Quando si impara ad apprezzare il bello?

Il bello è relativo, si ispira alla propria idea di perfezione e all’idea di perfezione che una cultura, in un dato momento storico e in un dato punto dello spazio, riesce ad elaborare. Il senso estetico, come suggerisce l’etimo della parola (aiestesis, sensazione), rinvia alla percezione del soggetto, quindi la sensazione del bello varia da persona a persona, da epoca ad epoca. L’uomo di Neanderthal vedeva il bello nelle raffigurazioni rupestri. Oggi, invece, c’è chi cade in estasi mistica ascoltando Gigi D’Alessio o leggendo una frase dei baci perugina. E’ c’è chi, come me, riesce a trovare il bello in una sequenza di Lynch o in una poesia di Celan.

Se non sono sposato è perché nessuna donna me l’ha chiesto. Il matrimonio è la vittoria dell’illusione sull’esperienza? E Madonna, allora?

Sì, penso proprio di sì. Non credo sinceramente nel matrimonio, anche se credo nell’unione fisica e mentale, nel magnetismo che può nascere tra un uomo e una donna. Il matrimonio, invece, è un istituto religioso e civile diffuso in ogni civiltà, si presenta sempre in forme differenti, pur nascendo da un’esigenza comune: garantire al maschio la certezza della prole con l’esclusività del rapporto sessuale e cementare i rapporti sociali e politici tra famiglie diverse. Ma dal momento che oggi l’adulterio non è più reato e ci tocca restare cornuti anche da sposati col rischio di ritrovarci un figlio che non è il nostro, la consacrazione formale del vincolo coniugale può essere, a mio avviso, sostituita benissimo dalla convivenza. A ciò aggiunga che, in una società iperindividualistica come la nostra, il matrimonio ha perso anche tutto il suo appeal sociale. Madonna, essendo anche un personaggio pubblico, con i suoi due matrimoni, ne è l’esempio più evidente.

Cosa assomiglia di più alla libertà: la dignità o la verità?

Entrambe. Non è libero l’operaio che lavora in nero lasciandosi sfruttare dal proprio datore di lavoro, così come non è libera la società oppressa da una dittatura che costringe la gente a vivere nell’oscurantismo e nell’ignoranza. La cosa più inquietante è che la libertà, intesa in entrambi i sensi, sia insidiata anche nei moderni regimi democratici dal controllo dell’informazione e dalla violazione dei diritti dell’uomo. Se, invece, per libertà intendiamo filosoficamente la pretesa di liberazione dell’uomo dal dubbio e l’assunzione di una verità superiore – semmai metafisica -, credo che, così intesa, correremo il rischio di perdere la nostra stessa condizione di uomini liberi fino a diventare schiavi di una Verità incarnata di volta in volta da persone ed entità differenti. Come avviene nelle teocrazie. La vera libertà, invece, consiste nel diritto di professare la propria verità, cioè la propria opinione, in uno spazio pubblico, senza doversi per forza riconoscere in una verità precostituita.

L’uomo politico è più carismatico se è temuto o se è amato?

Il fallimento dei totalitarismi e in generale dei sistemi dittatoriali, che, tranne rari casi, hanno sempre avuto vita breve, ci dimostra storicamente che l’uomo politico è carismatico se riesce a farsi amare. Ancor più se riesce a farsi adorare. Per questo è importante disseminare con cura, negli spazi televisivi e sulle pagine dei giornali, i feticci del leader, i templi di culto e gli idoli che replichino all’infinito la sua immagine. Il segreto, veda Berlusconi, è creare un modello narcisistico e ossessivo della propria figura che si associ automaticamente alle idee di ottimismo, eterna giovinezza, sicurezza, certezza del futuro. Dal volto di Berlusconi promana tutto questo. Se un leader riesce a vendere facilmente le proprie illusioni mascherando la verità dei fatti come riesce a mascherare i suoi settant’anni, la sua forza politica diventa inattaccabile.

Non la stavo ascoltando. La mia popolarità è al 62,3%, quindi me lo posso permettere. Ma andiamo avanti: essere innamorati è camminare sull’orlo del baratro?

Peggio. E’ diventare oggetto altrui. L’innamoramento innesca un processo di reificazione che coinvolge entrambi i partners del rapporto amoroso: l’amante è al tempo stesso soggetto ed oggetto del desiderio. Vuole sadicamente possedere l’altro e lasciarsi masochisticamente possedere. Il segreto è alimentare il desiderio dell’altro restando soggetto attivo del rapporto, altrimenti si rischia di diventare un oggetto immolato all’amore del partner senza ricevere nulla in cambio. Sessualmente è la donna a doversi comportare così, proprio perché, per natura, è lei a diventare l’oggetto della penetrazione del maschio. Questo rapporto dualistico soggetto-oggetto è chiarissimo, per esempio, nel sesso orale.

Che cosa ci dà la voglia di vivere, a parte il sesso orale?

Dipende dal valore e dal senso – sì, ancora il fatto del senso – che ognuno di noi dà alla vita. C’è chi trova la voglia di vivere in una puntata dei Simpsons e in una bottiglia di Jack Daniels. Chi riesce a trovare la voglia di vivere pensando a una vacanza a Mondragone. Chi la trova in una vita condotta da asceta, stile Siddharta, sulle rive del fiume giallo. Personalmente, la prima opzione non mi spiacerebbe.

Mia madre era convinta che l’esistenza dei suoi figli sarebbe stata facilitata da una laurea in tasca e una brava moglie al braccio. La tragedia delle donne è che si credono esseri superiori?

La ‘tragedia’ delle donne è garantire la perpetuazione della specie. L’istinto materno spinge le donne a scegliersi il marito più facoltoso e biologicamente compatibile che possa garantirgli una buona prole. Lo stesso istinto spinge le madri a pensare al futuro dei propri figli. E oggi, in fondo, cosa ci si può augurare di meglio per un figlio se non una laurea e una moglie che garantisca la conservazione della specie? Sua madre, dal canto suo, obbedendo all’istinto comune alle donne, non aveva tutti i torti…

Aragno, c’è una canzone in particolare che vorrebbe sentir suonare dalla nostra bravissima pianista?

Se è possibile avere in studio l’orchestra filarmonica di Berlino, l’intermezzo della Cavalleria Rusticana di Mascagni. Altrimenti mi accontento di Caruso di Lucio Dalla.

[L’orchestra filarmonica di Berlino manganella la pianista. Poi, esegue l’inno di Forza Italia]

L’intelligenza libera o imprigiona?

Qui auget scientiam auget dolorem

Scusi, adesso metto via il vocabolario. Eccomi qua. Ehm, la televisione non solo racconta i fatti, ma li fa accadere?

Indubbiamente. La scatola televisiva agisce sulla nostra realtà, la plasma. Un tempo era la tivvù ad alimentarsi attraverso le idee dalla vita reale, oggi accade il contrario. Siamo diventati una generazione che ha acquisito gli schemi percettivi della televisione e legge la realtà con gli occhi dello schermo. La televisione è diventata un generatore di desideri collettivi e privati di cui non possiamo assolutamente fare a meno, è arrivata a stabilire l’etica del nostro agire quotidiano. Anche le battaglie politiche e il futuro delle nazioni si decidono ormai in un talk show. Il rischio ancora maggiore è che la dimensione televisiva non sia l’unico dei mondi possibili, in quanto il suo primato è insidiato sempre più dalla realtà virtuale di internet. Insomma, il quadro complessivo è una pluralità di universi paralleli che ci sdoppiano e ci replicano all’infinito. Siamo personalità scisse in mondi diversi. Adesso, per esempio, nel corso di questa intervista, non sto parlando in prima persona, ma in terza.

Si faccia una domanda e si dia una risposta.

Non ci riesco. Sono ateo.

*(Le domande sono un’idea del mio amico Blue)

2 commenti

  1. Io sono innamorata di Marzullo….(il vero però ehhh!)(ed ovviamente in senso ampiamente figurato!penso non si faccia uno shampoo da tempi indefinibili!) Anzi devo dedicargli un post sul mio blog, è tropp nu tip :)

  2. Lo vedi com’è Marco? Alla fine le ragazze me le frega tutte Gigi =) bellissima l’impaginazione, rende molto bene: occhio solamente alla domanda lunga che segue la battuta su D’Annunzio. Devi cambiare anche lì il tuo nick apostrofino. Un abbraccio dalla magika Bologna (sto preparando con Ritchie novità spettacolari per Apostrofo. Stai connesso)

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