Un risveglio a Pozzuoli

di Valentina Fiori

Mi sveglio, nel letto accanto a mia madre, non so che ora sia, c’è già molta luce che trapela tra le persiane. Mi sento strana, del resto è sempre così quando non dormo con mio marito, con un malessere fisico addosso. Ma dopo un po’ riesco ad alzarmi e mi sembra di barcollare, forse per un attimo ho la sensazione di una scossa di terremoto, vado in bagno e cerco di fare mente locale. Ma si! Deve essere stata quella birra di marca scadente che ho bevuto la sera prima. Guardo l’ora e sono solo le 6.45, se fossi stata a casa mia già mi sarei lanciata insieme a Micky, il mio cane, su per i sentieri tra gli olivi, ma qui nella casa dell’Ina Casa non posso farlo. Provo a rimettermi di nuovo a letto, ma non resisto, troppi ricordi vogliono entrare nella mia mente, e io in questo momento non li voglio. Mi alzo, vado nello studio, mi siedo, metto “Un’altra cosa che ho perso” degli Articolo 31 nelle orecchie e comincio a scrivere una lettera alla mia amica Rosa, anche lei scacciata via da questo strano paese che si chiama Pozzuoli. Le parole scorrono veloci insieme alla musica, attimi di felicità assoluta quasi fuori dal tempo. Dopo un po’ mi fermo, ritorno in camera da letto e vedo che mia madre è sveglia, andiamo così in cucina a fare il caffè, guardo mia madre prepararlo e già lo pregusto ma mi sento inquieta, guardo l’ora e sono solo le 7.45, bevo il caffè che mi scorre dentro rinfrancandomi i pensieri, e mi sento già meglio. Ho deciso: esco.

Ne parlo con mia madre, voglio andare alla chiesa di San Gennaro, dove ho frequentato la scuola quando ero bambina, ogni tanto mi viene un forte desiderio di tornarci; i ragazzi dormono ancora, prometto di tornare per le nove. Esco tra lo stupore e l’incredulità, nelle orecchie la stessa canzone che si ripete all’infinito, che vuole ricordarmi qualcosa che ho perso. Il sole c’è ma è nascosto dietro qualcosa di lattiginoso, mi accingo nel mio intento, la strada si snoda in salita su per la collina, è l’ultimo tratto verso Napoli dell’antica Via Domiziana, la musica mi da ritmo e macino veloce i metri sotto i miei piedi; ci sono già molte macchine in giro, ognuno già proiettato verso il lavoro o la scuola, e nessuno getta lo sguardo su ciò che è fuori dal finestrino. Io continuo a salire e mi sento diversa da tutti gli altri, quel tratto di strada che percorro è affollato di ricordi, tempi lontani quando il mio universo era tutto racchiuso lì, è la stessa strada che facevo per recarmi a scuola tutti i giorni. Getto lo sguardo, e vedo un pezzo di opus reticulatum, c’è ancora per fortuna, ma quel grande carrubo dalle rotonde foglie verde scuro al quale ero tanto affezionata è stato sacrificato per una esposizione di auto, purtroppo, io continuo e strappo e annuso un fiorellino bianco dal profumo di miele, quelli ci sono sempre.

Sono quasi alla Solfatara, ecco ora lo sguardo può allargarsi su tutto il piccolo golfo, una leggera foschia ne inghiotte i contorni, ma l’immagine è comunque bellissima e portatrice di serenità. Certo ci vuole fantasia per non vedere le brutture, ristoranti, insegne, case da aggiustare. Attraverso la strada per fare l’ultimo tratto, quello più solitario chiuso tra un muro e il ciglio della collina rimasto assolutamente identico. Prima getto uno sguardo sotto la strada, e vedo una villa signorile con un giardino curato con prato e palme in bella vista, ricordo ci abitava una mia amica, allora era una bella casa di campagna, il giardino era un orto multicolore dove scorrazzavano cani, gatti e galline. Continuo a salire, non posso soffermarmi troppo, cammino accanto ad un vecchio muro, c’è una casa abbastanza decadente con due finestre con le persine verdi, quasi decrepite, guardo a terra e spero di trovare qualche foglia di eucalipto, ricordo quanto mi piaceva la loro forma così perfetta e così piacevole al tatto, ma non ne trovo, l’albero che non ho mai saputo dove fosse devono averlo tagliato già da molto. Ecco ci sono, arrivo alla chiesa, il portone è aperto, percorro lo spiazzo antistante che da piccola mi appariva grande come una piazza, passo davanti l’edificio dove c’era la mia scuola che è stato ristrutturato, per fortuna ha conservato lo stesso aspetto, ma è vuoto e silenzioso, poiché non è più una scuola.

Con gioia e forse umiltà entro in chiesa e mi precipito nell’unico posto rimasto intatto, il resto della chiesa infatti appare rimodernata, ci sono anche dipinti e vetrate moderne. Ma ciò che considero il fulcro no, la cappella laterale che ospita da una parte il busto di San Gennaro e dall’altra la pietra dove la leggenda vuole che sia stato decapitato il santo e che il 19 settembre sembra apparire più rossa. Così mi trovo il busto del santo davanti, quanto mi è familiare quella fisionomia, lo guardo e mi sento rassicurata, ricordo che da bambina al mattino prima di entrare in classe mi recavo da lui a invocare benevolenze per le interrogazioni difficili o a chiedere perdono per qualche rimorso che mi rodeva la coscienza. Benevolo, pronto a perdonarti tutto, a volerti bene, ecco sono già più tranquilla, mi inchino umile dinanzi a quel busto, mi vede come quando ero innocente, solo una bambina, e per fortuna riesco ad essere ancora così o almeno anelo ad esserlo. Ma voglio qualcosa di più, cerco allora qualcuno che mi possa confessare, arriva un frate anziano con la barba e il saio, torno allora indietro agli anni della scuola, me li ricordo quei piccoli frati, mi avvicino allora speranzosa e gli dico che mi voglio confessare. Ci mettiamo in un angolo tranquillo, ci teniamo la mano, mi sento piccola e felice ma soprattutto innocente, lo sguardo vola al soffitto della chiesa, dove ci sono degli affreschi sulla vita di San Gennaro, ricordo che da piccola durante le lunghe omelie, mi perdevo in quelle immagini, mi sembrava di non avere più nessuno intorno, tutto era luce e suoni, ora li guardo e li vedo rovinati, hanno perso la luce, ma ciò che importa è che ci siano ancora. Racconto che ho frequentato la scuola lì, che quel luogo mi ha visto crescere, gli parlo di me e desidero ardentemente un balsamo al mio cuore malato, un segnale di speranza o di salvezza; chiedo notizie dei frati che conoscevo io e mi dice che uno di loro è ancora vivo, gli parlo dei miei figli, dell’incertezza della vita, della guerra lontana, delle difficoltà quotidiane allora lui parte con una filippica sui giovani e sulle discoteche, alzo le spalle, forse non ci siamo capiti, non sono riuscita a spiegargli la mia difficoltà, e non ho cuore di dirgli che la sera prima avevo portato i miei due figli adolescenti a un concerto. Mi dico “Va beh! “ e vado avanti e gli parlo della guerra, assolutamente fuori luogo in quella chiesa, e per questo ancor più dolorosa, e lui parte con un panegirico sul Ventennio, quando tutto andava bene, perché di sera la ronda girava coi mitra ed era tutto in ordine, parla, parla e le parole mi scivolano addosso, senza consistenza, ma provo amarezza e non ho cuore di dirgli che la mia famiglia fu rovinata dal fascismo, e guardo ancora gli affreschi sul soffitto, dove le immagini familiari mi danno pace. Mi congedo dopo aver avuto la benedizione, ritorno ancora da San Gennaro e invoco ancora la sua benevolenza certa della risposta. Esco con una certa esaltazione dentro, ho ancora un po’ di tempo per andare alla Rotonda, il belvedere da dove si vede tutta Pozzuoli, appena sopra la chiesa. Anche quello un luogo mitico per me, il piccolo golfo è tutto sotto i miei occhi, una linea dolce e tonda che da Via Napoli arriva a Capo Miseno, tutto familiare, ma anche tanto diverso, la musica riesce a renderlo ancora più suggestivo, m’invade la consapevolezza di quello che ho avuto, bellissimo, e getto lo sguardo oltre la ringhiera, sotto di me, il luogo prediletto dove guardare i tramonti, è tutto sporco, ingombro di panni attaccati ai rami degli alberi, ma non mi ferisce tanto, sono felice è pur sempre tutto bello, getto uno sguardo sul convento, nel cui giardino ci sono degli alberelli in fiore, resterei lì in eterno ma devo andare, quei pochi attimi devono bastarmi, inizio la discesa, sostenuta ancora dal ritmo ininterrotto della musica. In un attimo mi trovo davanti la Solfatara, e come in un vortice mi ritrovo al curvone da dove si può guardare tutto intero il piccolo vulcano dalla forma circolare, sul ciglio opposto tra le spaccature di roccia si alza del fumo bianco che esce ininterrotto da migliaia di anni, gettando nell’aria vigorose zaffate di zolfo. Il sole che sorge da dietro gioca col fumo, in controluce vedo da lontano la sagoma dell’eucalipto sotto il quale è sepolto Timmy, un mio cagnolino tanto amato. Anche lì, tutto bello ma anche inquietante nella sua trascuratezza, e poi quel luogo è vuoto per me, più nessuno di tutti quelli che vi abitavano ci stanno più, sono lì da sola a testimoniare tutto ciò che c’era, ma anche tutto quello che c’è ancora, le robinie ad esempio sono ancora lì ricoperte di gemme, pronte a far fiorire i loro fragili fiori bianchi, il sole fa fatica ad uscire e continua ad essere tutto lattiginoso, ma non fa nulla, la mia luce è tutta dentro, sono contenta di essere lì. Scendo col sorriso nel cuore, passo davanti la casa della mia vecchia maestra dell’elementari leggo il suo nome, sono tentata di bussare, ma vado avanti, percorro la strada con passo veloce e le parole della canzone mi fanno sentire meno sola. C’è un signore che vende i fiori e compro delle fresie per mamma, sono coloratissime ma il profumo è appena accennato, un ultimo tratto di strada e sono a casa, le macchine percorrono numerose la via Domiziana e si recano verso Napoli, veloci svoltano ai semafori, è quasi pericoloso attraversare, la luce è delicata, i contorni del paesaggio sfumati, e mi sembra di essere l’unica in quel momento disposta a guardare la bellezza di quel luogo. Ho il cuore colmo di gioia per il tuffo nel passato e piena di riconoscenza per ciò che ancora riesco a trovare. Torno a casa, Ottavio e Claudio sono ormai svegli, ma sono ancora stanchi, ieri sera abbiamo fatto tardi al concerto, facciamo colazione e chiacchiero un po’ con Mamma e poi ci incamminiamo verso la Metropolitana. Mamma ci accompagna al treno, certo è strano stare qui con due figli adolescenti, in questi posti che mi hanno conosciuto bambina, mi sento quasi dissociata. In edicola compriamo il giornale, dove imperversano le notizie sulla guerra, salutiamo Mamma, contenta di averci avuto per un pochino a casa sua, e saliamo sul treno che ci porta via, sono le 10 e il sole ancora non è riuscito a bucare la cortina di nuvole, ma mi sento felice, mi sento rappacificata, con un tantino di incoscienza. Mentre il treno corre via guardo per un ultima volta il paesaggio e lo saluto e come dice Jovanotti scatto una fotografia e la sviluppo nel mio cuore. Il tutto con “Un’altra cosa che ho perso” e “Solo per te” degli Articolo 31. Ciao.

(marzo 2003)

[le immagini sono state prese qui e qui]

5 commenti

  1. Giuliana · · Rispondi

    Bello e denso.

  2. LVDC (il cui vero nome è Aristarco) x Valentina · · Rispondi

    Sarebbe stato più coerente pubblicarlo sul sito di “Turisti per caso”… sempre che ce ne sia uno.

  3. LVDC (il cui vero nome è Aristarco) · · Rispondi

    …ovviamente Valentina non c’entra niente.

  4. …ovviamente

  5. LVDC (il cui vero nome è Aristarco) · · Rispondi

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