Punti di vista

di Nella Califano

Stavo per infilare la chiave dell’auto nella toppa, quando mi fermai a guardare la mia nuova utilitaria. Ero riuscita finalmente a comprarla, sebbene fosse stato difficile mettere da parte un considerevole gruzzoletto. Beh, non era male: piccola, agile, di un blu scuro lucente e non inquinante. Si, tutto sommato l’acquisto mi soddisfaceva. Vidi il mio viso riflesso nel vetro lindo del finestrino: era stranamente imbronciato. E in quel mentre ricordai un episodio accaduto un po’ di anni fa. Era un pomeriggio d’inverno, tornavo da lavoro nella mia macchina nuova, ero sulla strada di casa, quando cominciò a piovere a dirotto e, prima che potessi decidere di imboccare l’autostrada per abbreviare il percorso, mi circondarono decine e decine di auto; non ricordo da dove venissero, fu un attimo, quasi una magia. Rimasi imbottigliata in un intenso traffico per più di un’ora, il sole calò e fu già buio. Non ne potevo più di quei clacson, di quel fumo, della pioggia battente che riuscivo appena a spazzolare via dal parabrezza, così decisi di tornare indietro e cercare in qualche modo di raggiungere l’autostrada, che in quel momento agognavo come un’oasi nel deserto. Quando mi accorsi che dietro di me non c’erano altre auto, ingranai velocemente la retromarcia e spinsi l’acceleratore senza guardarmi indietro. Scoprii di non essere sola come credevo. L’urto fu tutt’altro che lieve e non lasciò spazio ad altre interpretazioni: il mio paraurti si era prepotentemente incastrato come il pezzo di un puzzle in quello del malcapitato. Cominciai ad agitarmi, feci un milione di gesti in pochissimi secondi: abbassai il finestrino, misi fuori la testa e urlai qualcosa, forse delle scuse, mi bagnai, così mi ritrassi subito, guardai in tutti gli specchietti a mia disposizione, tentai di scendere dall’auto, ma avevo la cintura di sicurezza, la tolsi e provai ad aprire la portiera, che però era bloccata dalle sicure, la sbloccai velocemente e scesi, ma pioveva, allora rientrai, cercai qualcosa per coprirmi e trovai un ombrello, finalmente ero fuori, scapigliata, affannata e mortificata. Vidi davanti a me la testa bagnata di un ragazzo che, senza ombrello, stava costatando i danni: era il proprietario dell’auto. Gli corsi subito incontro, lo riparai con il mio ombrello sgangherato e cominciai a balbettare delle scuse, a parlare della mia distrazione ingiustificata, che ero bloccata da un ora dal traffico e che volevo solo tornare a casa, che avrei ripagato tutti i danni e che non mi era mai capitata una cosa del genere, per cui non conoscevo la procedura. Il ragazzo aveva ascoltato tutto senza interrompermi e appena mi fermai sorrise mostrando una dentatura perfetta e candida (fu allora che mi accorsi dei suoi occhi grandi e belli); mi sorpresi del suo aspetto più che piacevole e soprattutto che quell’aspetto fosse sotto il mio ombrello!Sorrisi anch’io, stupidamente, poi tornai seria: avevo pur sempre creato quel disastro, dovevo avere un’espressione dispiaciuta. Lui notò il mio repentino cambiamento d’umore e il suo sorriso si allargò in una vera e propria risata. A quel punto mi spiegò il procedimento: “Stia tranquilla, posteggi la sua auto e venga con me a prendere una cioccolata calda prima che ci prenda un’influenza…”. Sorrise ancora e poi si esibì in un piccolo starnuto, conclusione che si accordava perfettamente al suo invito. Balbettai ancora, gli dissi di darmi del tu e che avrei accettato l’invito solo se avessimo preso la mia macchina (dovevo pur sdebitarmi in qualche modo, dato che non sembrava avere nessuna intenzione di farmi ripagare il danno!). Il ragazzo sorrise ancora e accettò subito di buon grado il mio gesto di gratitudine, posteggiò con rapide manovre la sua auto lungo un marciapiede e si diresse verso di me, entrò in macchina e mise la cintura di sicurezza. Entrai anch’io, mi sedetti accanto a lui e accesi il motore. Ero imbarazzatissima e fortemente meravigliata della sua tranquillità (eravamo pur sempre estranei!): non parlava, sorrideva soltanto e stranamente questo mi bastava. Si decise ad aprire bocca solo quando io gli proposi un bar lì vicino: “Io invece ne conosco uno molto carino a dieci o quindici minuti da qui, suonano musica jazz dalle 18 in poi, inoltre ci si può arrivare con una scorciatoia che ci caverebbe fuori da questo traffico”, disse. Annuii e seguii le sue indicazioni. In effetti arrivammo lì in quindici minuti, ma non ricordo come, ricordo solo tante curve; a un certo punto cominciai anche a temere che questo bar non esistesse e che mi fossi cacciata in un bel guaio!…poi finalmente ci ritrovammo di fronte ad un edificio in legno con una piccola insegna luminosa: “BYECAR MUSIC”. Il luogo era davvero carino come diceva il ragazzo, di cui ancora non avevo appreso il nome, l’unico inconveniente riguardava il posteggio dell’auto: il bar era sulla strada e lo sconosciuto mi disse che non era possibile lasciare l’auto se non davanti ad un cancello privato, fin quando il padrone non fosse uscito o rientrato, e che non dovevo preoccuparmi dal momento che lui lo faceva sempre e non aveva mai avuto problemi. Mi lasciai convincere. La musica jazz usciva fuori dalla porticina in legno in modo suadente e, avvolta dai quei suoni morbidi, mi ritrovai seduta su una poltroncina rossa a sorseggiare cioccolato caldo. Il locale, a differenza di quanto era possibile intuire dall’esterno, era molto grande, un unico ambiente che aveva tutta l’aria di un loft. A terra un parquet lucido interrotto qua e là da robusti pilastri in mattoncini, credo (le luci erano molto basse, tanto che non riuscivo a vedere nitidamente neppure il viso del ragazzo che mi stava di fronte). C’erano poltroncine singole o veri e propri divani, tavolini in legno bassi ed alti, pouf e qualche tappeto. Sulla destra un lungo bancone, in fondo, sulla sinistra, un piccolo palco sul quale si stavano esibendo quattro uomini non giovanissimi.
Parlammo a lungo io e Claudio (così si chiamava), mi scusai ancora, gli dissi che poteva, anzi, doveva darmi del tu e lo ringrazia per la gentilezza che mi aveva riservato; lui mi parlò della sua passione per il jazz e per la cioccolata. Ci guardammo negli occhi e sorridemmo, poi si sentì un lungo suono di clacson e Claudio, sempre con gli occhi puntati nei miei, cambiò espressione, non sorrideva più, impallidì. Pensai che il suono improvviso lo avesse spaventato e trattenni una risata. Mi disse che sicuramente si trattava del padrone del cancello privato, così si offrì di spostare la mia auto ed io gli consegnai le chiavi ringraziandolo per la cortesia. Lui le afferrò e le sfilò via delicatamente dalle mie mani, mi guardo a lungo negli occhi, lasciò che la sua candida dentatura si affacciasse timida tra le carni delle sue labbra e si allontanò. Prima di uscire scambiò due battute con il barista e andò via. Lo seguii con lo sguardo, decisamente inebetita, poi presi la mia agendina e tutta eccitata scrissi: “Sta per succedere qualcosa di straordinario”. Ero felicissima, non avevo mai conosciuto una persona come Claudio e poi in così insolite circostanze! Sembrava una fiaba, mi sentivo una principessa, una fata, una persona speciale…. Non mi accorsi che fantasticavo ormai da venti minuti e Claudio non era ancora tornato. Appeso ad una parete l’orologio di legno che aveva la forma di una bocca femminile dalle labbra rosse segnava quasi le venti e il locale cominciava a riempirsi dei clienti abituali della sera: si sedevano chiacchierando, ordinavano panini, birre. Mi chiesi dove mai avessero posteggiato e quando sentii parlare di un grande parcheggio sul retro (c’era un retro?!) uscii di corsa dal bar. Claudio non c’era e nemmeno la mia auto. Mi fiondai nel parcheggio sul retro, ma neppure lì vidi né l’uno né l’altra. Non potevo crederci, presi d’istinto la mia agendina, scrissi lentamente un rigo, la richiusi. Mi spostai verso la cassa con molta calma, feci per pagare il conto, ma il barista mi disse che se n’era già occupato il ragazzo che era seduto al mio tavolo, poi mi consegnò un bigliettino, era da parte di Claudio: “Mi dispiace”. Lessi, lo ripiegai e lo misi in borsa. Chiesi al barista dove fossimo e se avrei potuto servirmi di un bus per tornare a casa, così mentre asciugava un boccale mi informò di una fermata distante cento metri dal locale. Uscii, lasciai lì il mio ombrello e dopo circa quarantacinque minuti fui sotto casa. Il traffico si era dileguato e con esso la pioggia, il cielo era nero. Non avevo più la mia macchina.
Comprai delle sigarette, ne accesi una, tossii e feci subito dopo un piccolo starnuto, poi mi fermai, mi sedetti su una panchina umida e guardai il fumo fondersi con la luce gialla del lampione che illuminava la mia testa. Diedi ancora una boccata, tossii, guardai la gente passare. Pensai ad un milione di cose, meno che alla mia auto. Mi sentivo incredibilmente piena e felice. Altra boccata, altro colpo di tosse: non avevo mai fumato. Mi tirai su dalla panchina fredda, spensi la sigaretta gettandola in una pozzanghera e pensai che non avrei mai più fumato. Tornai a casa.
Quando smisi di fantasticare il mio viso riflesso nel finestrino era sereno. Ritrassi la chiave, la misi in borsa e andai a piedi a lavoro.

11 commenti

  1. marcaragno · · Rispondi

    Insomma ogni tanto i mariuoli sanno anche essere gentili! Altro che rapine a mano armata.
    Ben scritto.

  2. LVDC (il cui vero nome è Aristarco) · · Rispondi

    Perché vogliamo per forza azzardarci a scambiarci complimenti l’un l’altro, anche quando siamo di fronte all’immondizia più pura? L’indulgenza di questo racconto è così eccessiva da far venire il voltastomaco.

  3. Non ho ancora avuto la possibilità di leggere il racconto, che sin dalle prime parole mi sembra molto intrigante; lo leggerò presto.
    E allora caro LDVC, dove è l’educazione di cui di vanti tanto di aver ricevuto? L’hai persa per strada forse?
    C’è modo e modo di fare un commento!

  4. LVDC (il cui vero nome è Aristarco) · · Rispondi

    Caro/a veltins, un conto è l’educazione (cercatela sul vocabolario, se non te ne torna il significato), un altro è prenderci e prendersi per i fondelli edulcorando a sproposito i propri commenti, soltanto per il timore infondato di dover dare un dispiacere a qualche amico o conoscente.

  5. marcaragno · · Rispondi

    Anzitutto non ho il piacere di conoscere l’autrice del racconto. Quindi già hai parlato a sproposito. Il racconto – lo ribadisco – mi sembra ben scritto. Spesso la letteratura ricicla gli stessi argomenti, ma conta molto come questi vengano espressi. Ho apprezzato la franchezza dei sentimenti e la semplicità dello stile, anche se in alcuni punti scade un po’ nella retorica, così come il linguaggio diventa più mieloso. Comunque non ho mai avuto difficoltà ad esprimere il mio dissenso o le mie opinioni anche più dure su questo sito, caro Wc, quindi sei pregato di non rivolgermi quest’accusa.

  6. LVDC (il cui vero nome è Aristarco) · · Rispondi

    Non mi sembra di aver mai avuto il (dis)piacere di leggere le tue “opinioni anche più dure su questo sito”. Ti prego di darmene un saggio.

  7. marcaragno · · Rispondi

    Beh, anzitutto dipende da cosa intendiamo per ‘opinioni dure’. Comunque non mi sembra di bruciare solo incenso, ho detto sempre quello che penso.

  8. A me è piaciuto molto il racconto, mi ha tenuta incollata fino alla fine.Che strane atmosfere.

  9. Vi ringrazio per i commenti, anche per quelli più duri (naturalmente mi fa molto piacere che a qualcuno il mio racconto sia piaciuto!)…in fondo pubblichiamo qui ciò che scriviamo per confrontarci,per aprire un dibattito,no? è per questo che sarei ben lieta di leggere le motivazioni che vi hanno spinto a questa serie di osservazioni, in modo da poter capire perchè si parla di “immondizia”, “riciclo di argomenti”, “strane atmosfere”, “indulgenza” e così via.Grazie e a presto.

  10. Cara Nella, mi scuso per l’estremo ritardo. Allora in poche parole cosa mi è piaciuto nei tuo racconto, ci ho trovato un’atmosfera coinvolgente che mi ha tenuta incollata fino alla fine con quel colpo di scena così riuscito. Forse il personaggio di Claudio è un po’ troppo stereotipato. Il racconto è un genere molto difficile,anche se non sembra, poichè in poche parole bisogna soddisfare il lettore, io trovo che tu ci riesci abbastanza bene.
    Pensa che Roald Dahl era sotto contratto con una casa editrice per scrivere due racconti l’anno, immagine sei mesi per scrivere un solo racconto!
    Comunque aspetto di leggere altri tuoi scritti.

  11. Anonimo · · Rispondi

    Il mio ritardo è addirittura imbarazzante…comunque ti ringrazio molto per avermi elencato pregi e difetti del racconto. C’è tanto lavoro da fare, ho tanto da imparare, ma è anche grazie a commenti come i tuoi che questo può accadere, perciò ho chiesto a coloro che hanno commentato il mio racconto di darmi spiegazioni e tu sei stata l’unica/o a farlo. Greazie. C’è bisogno di dibattito, non di affermazioni pungenti che lasciano il tempo che trovano, anche se ci si dovesse trovare di fronte a qualcosa di scritto male. Chi crede che ci siano testi che non meritino di essere letti possono anche ignorarli, altrimenti correlino le loro critiche amare (e non) di spiegazioni, in modo da non sprecare tempo. Grazie ancora, mi auguro che tu possa leggere presto qualche altro mio testo.

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