Le parole che cambiano il mondo

Di  Marco Aragno

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Quelli che ieri sera, tra le ventuno e le ventidue, hanno impugnato coraggiosamente il telecomando per sintonizzarsi su Raitre, hanno avuto la fortuna di assistere ad una lezione di vita e di letteratura, oltre che di giornalismo. Alla faccia dei reality e dei palinsesti televisivi. Di questi tempi, non è facile che la televisione metta da parte l’auditel per dedicare un’intera serata alle parole di Roberto Saviano, dando l’impressione, almeno per un po’, che la comunicazione televisiva abbia ancora la forza di bussare alle coscienze dei telespettatori. Una volta tanto, a solleticare le curiosità dell’ascoltatore non è solo la vita sottoscorta dello scrittore, la sua martirizzazione mediatica, i morti ammazzati sulle prime pagine dei giornali. Ma un volto inquadrato in primo piano. Uno di quelli che ti incolla al televisore per quasi due ore. Ti ipnotizza. Ogni parola pronunciata in studio si sospende nell’aria, vibra, entra in tensione col pubblico, occupa un silenzio durato troppo a lungo. Con questo silenzio si è seppellita ingiustamente una memoria. Come quella di Don Peppino Diana, o del carabiniere Nuvoletta, sconosciuto fino a ieri sera, che ha avuto solo la disgrazia di portare come una stimma insopportabile il cognome di un camorrista. E per rendere giustizia a tutti quegli eroi che silenziosamente hanno combattuto la camorra al prezzo della vita, bisogna anzitutto riportare a galla la verità, come fosse un cadavere scomodo. E lo si fa distinguendo le parole, di modo che la verità diventi un campo di battaglia dove si possano scontrare parole diverse. Da un lato le parole-menzogna che mitizzano folcloristicamente le gesta epiche dei boss, la loro fama di sciupafemmine, i loro gesti da grandi benefattori. E, dall’altra parte, le parole di Saviano, quelle che spiegano chi è stato veramente Don Diana, quelle che sdoganano la camorra, quelle che riempiono un suono fantasma  di fatti quotidiani, come le connivenze politiche, il pizzo, le gare di subappalto, le discariche abusive, la tragica ordinarietà del sospetto e del timore a cui sono condannati ogni giorno migliaia di cittadini campani. Allora il grande compito al quale è chiamato uno scrittore ed un vero giornalista come Saviano è vincere questa battaglia di parole, raccontare senza filtri ideologici e pregiudizi culturali, portare la luce della verità su quelle notizie che per indifferenza o connivenza sono state oscurate troppo a lungo. Perché i camorristi lo sanno bene. In un epoca globalizzata dove il consenso passa attraverso facebook, il loro potere non si regge soltanto sulla paura, ma soprattutto su una strategia comunicativa che sappia distorcere la realtà fino al punto tale da invertire le categorie del bene e del male, fino a far apparire Don Diana un prete connivente e Saviano un bastardo che sputtana la sua terra. In una sola parola, diffamando. C’è allora un elemento imprescindibile da difendere con le unghie almeno quanto la vita stessa, che è, come ci ricorda Enzo Biagi, la verità dei fatti. Quelli, almeno, non cambiano con le parole. Ed i fatti ci dicono che Don Peppino Diana è stato un eroe che ha avuto il coraggio di denunciare la camorra, che Saviano è al centro del mirino da tre anni per aver pubblicato un libro-denuncia sulla rete affaristica più grande e potente che un’organizzazione criminale abbia saputo costruire in Europa. Allora, a volte, le parole, come quelle di Gomorra, non offendono, ma difendono la verità. E mettono paura più loro di un commando di casalesi inferociti. Fanno tremare i pilastri del potere, materializzano agli occhi di tutti una realtà sino ad allora sconosciuta. Insinuano il dubbio. Spesso così l’unico modo per fermarle è sparare una pistola semiautomatica che riporti il silenzio col sangue. Come quella che ha ammazzato Don Peppino il 19 marzo di quindici anni fa. Ma una volta entrate in circolo le parole della verità non si controllano più, non si cambiano come il titolo di un giornale prezzolato.  Riaffiorano a distanza di anni, rimbalzano di bocca in bocca, s’attaccano sulla lingua, fino a diventare un patrimonio prezioso di tutti. E costruire un patrimonio di verità comuni, che tutti possano conoscere senza inganno, è il primo passo per guardare in faccia la camorra.  Per riconoscerla e dargli un nome, capendo da che parte sta il bene, da che parte il male. Se le parole di un libro o di un articolo sono capaci di rappresentare la realtà così com’è, sappiamo con quali parole dobbiamo schierarci. Sappiamo che con quelle possiamo cambiare il mondo.

2 commenti

  1. Condivido, le parole cambiano il mondo… ma vorrei aggiungere una postilla: Saviano non è un “vero giornalista”.
    Non fraintendermi: stimo, apprezzo e ammiro il nostro “eroe suo-malgrado”.
    Ma vivere a 30 anni sotto scorta e in maniera così pericolosa è qualcosa di più del giornalismo.
    Non è che i bravi professionisti son solo quelli che ci rimettono la pelle, sarebbe sufficiente non sfruttare la propria condizione e raccontare “la verità dei fatti”.
    Ma quando questa verità supera il limite e diventa mortale e micidiale… ecco: allora si è superato il limite della professionalità.
    (biograficamente il giovane napoletano non l’ha cercato… è saltato all’occhio dei cattivi solo perché tutti gli altri non dicono, non denunciano… non lo biasimerei se, potendo tornare indietro, non lo rifacesse).
    Cassandra

  2. marcaragno · · Rispondi

    Io invece credo che sia un Giornalista. Come lo era Enzo Biagi o come lo è Marco Travaglio. Ha la forza di raccontare verità scomode, sfidando i poteri forti. Credo che il vero giornalismo, a questi livelli, abbia sempre una componente – più o meno incosapevole – di eroismo. O quantomeno di coraggio. La Menzogna è sempre un molok totalitario, di volta in volta impersonato da entità culturali o istituzionali diverse. Affrontarlo è un gesto di grande importanza. Dare la verità è uno dei più alti servigi che si possa rendere alla democrazia e alla civiltà in generale.

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