Sull’arte e sulla scrittura

Di Marco Aragno

Pubblico uno scambio di battute – a mio modesto parere, interessante – che ho avuto con Blue, utente della rete che avete già avuto modo di conoscere sul sito attraverso i suoi commenti. Si tratta di un dibattito sul senso dell’arte e in particolare della scrittura, scaturito dalla pubblicazione di un racconto. Non credo, tuttavia, che sia necessario pubblicare anche il racconto. Mi limito pertanto a riportare il ‘botta e risposta’ che abbiamo avuto, nella speranza di estendere la discussione anche agli altri utenti de Linutile.

..’E quando, nei recessi dell’oscura terra,
verrai alle case molto lacrimate dell’Ade,
mai – neppure morto – perderai la fama, ma sarai a cuore
agli uomini, avendo sempre un nome indistruttibile…’

(Teognide, versi a Cirno)

Marco: Attraverso questo testo, che fotografa tre modi diversi di vivere il ‘dopo’,  lasci intendere l’elaborazione di una ‘poetica’, o meglio di una visione del linguaggio. Un modo di intendere la scrittura, almeno quello che, per quanto abbastanza comune, gli attribuisci.
L’irrisione della fine. L’uomo è l’unico essere cosciente del ‘dopo’, cioé di quella dimensione proiettiva che dischiude l’universo dei possibilia e  ci rende progetti viventi,  ma si porta con sé  l’unica, atroce certezza di essere-per-la-morte(perdona Heidegger, so che a quest’ora della domenica non se ne scende facilmente).
Nonostante tutto, tu scrivi, perché scrivere significa provocare il ricordo di sé e degli altri, per-durare, immortalarsi.
Come tutti gli altri gli scrittori, t’inventi spazi laddove non ce ne sono, luoghi a-temporali, universi senza un dopo o un prima in cui le leggi della fisica sono sostituite da sintassi e verbi, da capoversi e rime, da ritmi tutti immaginari, idee. Fai dell’astratto il luogo in cui scampare la morte. Della scrittura la materia con cui compiere il sortilegio magnifico, l’esorcismo che sospende la realtà per stravolgerla come vuoi,  arbitrariamente, al di fuori della Necessità.
O forse no? O forse la scrittura è solo una finzione?
L’ennesima, umanissima superstizione?

Blue: A me sembra che scrivere, come tutte le Arti, sia anch’esso un modo di deporre le armi di fronte a questa ineluttabilità naturale.
Qui si dice: “Scrivo, poichè altro non posso fare”. Qui è l’artista a parlare. La scrittura però, rimane. Sopravvive all’effimera persona che le ha dato vita, come i figli – nei casi più fortunati e fortunatamente più frequenti – sopravvivono ai genitori.
Quindi, sì, la scrittura è un luogo senza tempo e senza spazio (assurdità che si può scrivere appunto solo di domenica notte). Ma non credo di potervi trovare io – in quanto Vittorio – rifugio dalla Morte. Qui il Narciso è già annegato nella sua immagine riflessa. Non ci sono più io, in quanto corpo, come non ci sei tu o chiunque altro.
Che lo vogliamo o no, l’Arte, al pari di un figlio, è la realizzazione del nostro istinto di sopravvivenza e per questo la Bellezza in terra. Questa ci supera, ci si rivolta contro, ci abbandona.
E’ questo processo, non uno dei due elementi, a sfidare la Morte. Morte che, ci tengo a precisare, non è vista qui nè in altri miei scritti come Signora del Male, anzi: come tutti gli elementi opposti e complementari, la negazione dell’uno è l’affermazione dell’altro e viceversa, come è vero che l’annullamento dell’uno è l’annullamento dell’altro.

Marco: Sì, sono d’accordo. Così come i figli rappresentano l’eredità genetica ed umana che ogni uomo lascia su questa terra, l’opera d’arte può rappresentare il deposito emozionale e figurativo lasciato al mondo. Ma cercavo di affrontare un discorso – forse solo alle apparenze – più sottile.
Per prima cosa, mi sembrava ovvio che quando parlavo della scrittura come luogo in cui scampare la Morte e non la morte(la prosopopea ha un significato proprio ideale, non fisico, e fai bene a sottolinearlo), non mi riferivo alla disintegrazione materiale, ma alla fine di Sè, della propria ‘rappresentazione’.
Poi, quando ho azzardato l’equazione scrittura – finzione o scrittura – superstizione, cercavo di spiegare come la scrittura, in quanto ‘trascendersi’, ‘proiettarsi’ oltre, possa essere un surrogato della religio-ne. Mentre nella religione l’uomo affida la propria trascendenza ad un’entità superiore, lo scrittore affida il superamento di sé alla parola, che sa attraversare i secoli senza invecchiare. Quindi il punto è questo: quanto realmente sopravvive di noi nella nostra scrittura? Qual è la distanza incolmabile tra il sé e la propria creazione? Quanta realtà la scrittura riesce effettivamente a catturare? Sopravvive solo la nostra finzione, una bolla iperuranica sospesa nel ciclo degli eventi, o una rappresentazione effettiva e fedele dell’ artista-uomo?
Per quanto mi riguarda, credo che la scrittura abbia tanti limiti. A sopravviverci  spesso è un ‘corpo’ estraneo, qualcosa che racconta poco di noi, affidato com’è all’interpretazione dei fruitori. Lo scrittore lascia solo una materia grezza, un libro, appunto, che ognugno legge come vuole. Dietro il nome non ci sei tu, c’è solo un alter ego.  Per questo la scrittura, come ogni forma d’arte, è un modo per illudersi,  per lasciare un nome, un flatus vocis che passi di bocca in bocca, di scritto in scritto. Sopravvive la propria creazione, ma nulla resta del creatore.

Blue: A questo punto il discorso tende a farsi individuale, scelta più o meno ragionata del proprio modus. Tutto sommato, credere è una scelta anche se al giorno d’oggi sono in pochi a scegliere di credere (parlo delle religioni ufficiali occidentali); sarà la scelta dello scrittore (parliamo meglio di artista in quanto uomo) a dirci se ritiene la sua Arte una fede, qualcosa che ne proietti il corpo e l’immagine verso dimensioni ultraterrene, o piuttosto l’esercizio di una sua Necessità (possiamo dirlo? Fisiologica). Poi è senz’altro vero che la scrittura, come le altre Arti, non renda alla perfezione la realtà del momento; ma il prestarsi alle interpretazioni dei posteri non credi che sia un ulteriore sberleffo alla fine? Tutto sommato è la vita che si replica, seppure in forme diverse, nelle menti di chi legge. Leggevo il “Piacere” di D’Annunzio incuriosito da come in fondo, chi parla dell’umanità, rimanga attuale. Però, giustamente, chi ci può dire se TUTTO l’universo di Gabriele si sia condensato in quelle pagine? E se io leggendo quel libro non ne falsi le intenzioni originarie? A mio parere, l’Arte replica la vita, numerose vite in numerose età. Per questo non posso intenderla come superstizione, perchè ho il “sentore” che questo accada: come quando Biagi in fin di vita ricordò una famosa poesia di Ungaretti. L’uomo, d’accordo, è morto (ed è giusto e sano che sia così). La sua INTENZIONE, però, vive. E, secondo me, grazie al codice della scrittura, che è veicolo di un’idea superba (è il veicolo; come l’auto su cui siede Martina Stella non è Martina Stella. Ma è l’auto di Martina Stella. Vuoi mettere? Mi mangerei i sedili).

Marco: Certamente intervengono convinzioni e idee personali, tanto è vero che tengo sempre a premettere, quando espongo la mia, il ‘secondo me’ o il ‘a mio avviso’. Ma mi pareva molto interessante notare come da premesse piuttosto condivise potessero snodarsi due conclusioni diverse. La mia di gran lunga più pessimistica.
Purtroppo non esito a considerare il linguaggio – qualunque esso sia, pure quello artistico – una finzione, una sovradimensione, incapace di colmare la distanza rispetto all’oggetto espresso. Per me, la storia dell’arte è la storia di questa eterna tensione umana verso un’alterità che resta inafferabile materialmente, ma che può essere soddisfatta soltanto sul piano dell’astratto e del simbolico(‘simbolo’ in greco significa proprio congiungimento di due piani del reale). Trascendere la propria condizione di temporalità, di finitudine, per annullarsi nell’Altro, sarà possibile soltanto in questo modo.  In questo credo che l’arte abbia un aspetto innegabilmente divino, o meglio religioso. Credo che l’artista, nel momento in cui scrive, già si ponga in una dimensione ‘altra’, già si pensi in un futuro in cui non ci sarà più.
Concludo la mia idea: se il linguaggio – compreso quello scientifico – è interpretazione del mondo, l’arte non sfugge a questa definizione. Il lettore, a sua volta, interpreta un’interpretazione. Nonostante ciò l’artista ha il grande pregio di tradurre nel campo dell’umano ciò che prima errava fuori dal linguaggio, nel regno dell’assurdo. Un buon poeta o un buon musicista mette a battesimo sensazioni, idee, immagini, che prima non esistevano o vagavano nel limbo dell’inespresso. Dà voce alle emozioni. Allora confido nelle capacità comunicative dell’arte, non nel suo valore eternante, non nella capacità di immortalare il suo faber. La creazione avrà vita autonoma rispetto al creatore e potrà vivere, sotto forme diverse e attraverso interpretazioni tanto individuali quanto arbitrarie, nel tempo futuro degli uomini. ‘A mio parere, l’Arte replica la vita, numerose vite in numerose età’.  Faccio mia questa tua conclusione, aggiungendo che è il lettore a dargli vita, a svegliare inchiosto, frasi e verbi dal torpore delle pagine.

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