Max – Seconda Parte

di Francesca Aprea

Qui la prima parte

Il viale era deserto verso le sette di sera, Max smontava per andare a comprare un panino, portandosi dietro i suoi averi: le carte.
Passavo di lì e non per caso, la curiosità verso quel cartomante mi indusse a scendere un’ora prima da quella che per una settimana all’anno considero casa, Max non era lì.
Sedetti sulle scale di un portico, perdendomi nel vuoto attorno: non avevo mai davvero osservato quella strada, eppure ci ero passata migliaia di volte, mai mi ero accorta della pietra sotto il piede, del calore che esala a fine giornata, mai m’ero fermata a notare la bellezza del raggio di sole che filtra al tramonto tra l’edera selvaggia, e pende il bocciolo, incurvando lo stelo e la corolla, come una lacrima da una guancia smagrita. E fa specchio al sole tramontino come riflesso di luce andata , e filtra tra il ramo e il filato come di Penelope la tela.
In lontananza vidi avvicinarsi un esile corpo, a passi lenti, incrociando un piede davanti all’altro, le gambe inarcate, la schiena protesa in avanti a fare una leggera gobba, il braccio gracile reggeva un tavolinetto di ferro piegato nero e rosso per le visibili scaglie di ruggine, per quel cellophane che teneva fisso il panno damascato e faceva da copertura. Il peso sembrava gravare il braccio di Max che ingrossava il bicipite sollevando in un gesto poco disinvolto il ferro su fino al petto, gonfiando le vene alle tempie, arrossando la faccia, stringendo i denti ed emettendo un suono tra il sillabato e l’urlato.
Si fermò, mi rivolse le spalle, sistemò a terra il tavolinetto e si sedette come ad attendere qualcuno: gli occhi persi nel vuoto, il volto serio, le mani incrociate a mostrare un grosso anello sull’anulare, una pietra ambrata che di per sé irradiava una luce misteriosa, come uno spiraglio che trafigge l’oscurità.
Il grigiore, che il giorno lascia portando con sé l’ultimo chiarore, avvolgeva Max in un’aura di sospensione, a gambe incrociate pareva tenersi ad un metro da terra, nessuna forza di gravità che insistesse, appeso a fili che dal cielo a qui giù lo tenevano in volo, ad ali chiuse nel vento a beccare il ramoscello, a stuzzicare il menestrello di turno, cibandosi del pesce che in acque tranquille riposa, del verme che nella terra alberga, in lotta continua con il malvagio, spianando le mani a mo di supersayan.
Non ho mai creduto ai ciarlatani da tivvù commerciali, che mercificano debolezza e fede, fiacchezza e ingenuità, preghiere e disagi con l’inganno.
Max non era un ciarlatano.
C’è un tempo per meravigliare, ed uno per demolire, per entrambi il fondamento è la verosimiglianza. La sua verità, seppur condita d’un pizzico di finzione,che dava quel po’ d’essenza piccante, e di quell’esibizionismo comune a chi s’intende di magismo, fragranza come mai indispensabile, era da considerarsi tutto sommato onesta.
Di bugie vere e proprie non ne aveva mai dette, e si tutelava, con quell’intuito che gli era proprio, dall’ascoltarle.

Mi avvicinai con aria scettica, pronta a smentire ogni superstiziosa credenza, ogni verità postulata, eppure macchiandomi della medesima presunzione: tornare al contrario ogni cosa per il puro piacere di contraddire.
La mia non era che una indisposizione verso la fede, e non una reale mancanza di fede.
Max alzò il volto e mi invitò a sedere.

Mischiò il mazzo, mischiò ancora, ancora, ancora. Le carte hanno un verso, una direzione, un segno: quello del destino.
Si fermò a guardarmi (la prima volta) e mi disse:

– Tu credi e non sai di credere, – (un’aura luminosa apparve intorno al suo volto) – tu sei e non sai di essere, diffidi per schermarti dal nemico ma finisci per diffidare anche della tua intelligenza, finisci per pensarti stupida, vivi ricoverata e non ti accorgi prigioniera. –
Restai intontita da quelle parole, mi risuonavano come eco nella testa. Non capivo quale gesto avessi mai fatto per fargli intuire già tutto di me. Mi fece paura.
Alzai la faccia, sfrontata dissi: – E questo chi lo dice? Un poveraccio che gioca a fare il ciarlatano? Lei crede che io sia così ingenua da bermi le sue frottole? Lei non può sapere, lei non sa. – ( I muscoli della bocca si contraevano in un moto che stentavo a controllare)
Pacato come chi possiede ogni certezza mi rispose:
– Io so come nasce il sole, da dove proviene il vento e l’acqua, la terra e il frutto, io so la materia delle stelle, le viscere degli animali, la mente umana. – ( E intanto portava le braccia in alto, i palmi verso il cielo.) – C’è un segreto in ogni cosa e lo si può comprendere nell’ascolto. Ascolta il frusciare delle foglie, il cinguettio degli uccelli, lo schiaffeggio dell’onda sulla battigia. Ah se solo voi umani aveste buon orecchio, allora sì, che le vostre sventatezze sarebbero, certo, dimezzate. E tu, che davanti a me, ti ostini a non credere ( o fingi…) non sei forse avventata? E ti adiri se ti tocco la ferita, sbraiti per il dolore, ti si irrigidisce il viso e ti proteggi da me che non voglio farti male, e mi chiami poveraccio: quello che vedo, di certo, non mi dà torto! Non è mia la povertà, io, che non ho da che difendermi.
Non seppi cos’altro dire se non : – Allora vediamo cosa dicono le tue carte.
Mischiò il mazzo, mischiò ancora, ancora, ancora.
Lo poggiò sul tavolino e mi disse: – Scegli tre carte.

Il cielo si incupì a poco a poco, il buio calava sulla mia testa come una lama che porta il gelo del sangue di qualche fratello rivoluzionario morto per una causa che studio da anni solo nei libri di storia, che non conosco come mia, che non vivo come la mia, e che di mio ho poco o forse nulla, e che trascino stentato questo passo, e che non m’accorgo di camminare finché tu non mi inviti a guardare, finché non mi indichi la strada da percorrere, e quella che sto percorrendo da quando ho poggiato il piede sulla terra, e che non saprei che fosse strada se tu non mi avessi detto che strada si chiama, che una parola corrisponde ad un oggetto e che questa lingua di parole mi sarebbe servita per inquadrarmi nella realtà, per comunicare, per essere compresa, e tu mi rispondi se parlo, e io ti capisco se parli, eppure non ci capiamo mai, neppure per intesa, eppure sono sola, qui, in questo buio, in un angolo di spazio sconfinato, a terra seduta con il volto coperto.
Strappato a morsi quel brandello lercio che copre la faccia, sfigurata, poltrita da follicoli scoppiati, foggiati a guaina, e della guaina la bellezza innocente marcita perché mai nata, soffocata nel taglio che recide il passaggio al mondo che mai è esistito. E non è la libertà che mi libera, non lo è, non lo sarà.
Era questo che mi frullava in testa mentre sceglievo le tre carte.
Prima: il mondo. Seconda: la luna. Terza: l’appeso.
Max alzò gli occhi, repentini, voltò il viso verso sinistra, tirò un lungo sospiro e tornò a fissarmi.
– Non avere paura di quello che posso sapere di te, non avere paura di quello che posso dirti, non avere paura di te stessa. Ognuno è a proprio modo, e certe volte, si fa fatica a prendersi sul serio, certe volte si vorrebbe sparire per il solo motivo di esistere. Ma l’accettazione di sé, pur non essendo cosa semplice, è necessaria. – aggiunse, sospirando ancora un poco .

– C’è un tempo che chiamerei di conoscenza ed è un tempo sperimentale. I bambini appena nati non hanno esperienza delle forme, non conoscono neppure il proprio corpo. E si guardano senza riconoscersi, e si toccano fino a prenderne coscienza. E la tua fase sperimentale è nel pieno del suo sviluppo, non è completa come non lo sarà fino alla fine dei giorni. Certo imparerai molte cose vivendo, già conosci molte cose, acquisirai esperienza e ne farai ricchezza, ma non è tutto. Sei umana ed incompleta: la tensione verso l’inarrivabile è una virtù ed una condanna.
Le sue parole mi sembravano aeree, sciolte nell’intorno, accessibili come il respiro per i polmoni, irraggiungibili insieme come un soffio che non ha destinazione.
L’ascoltavo spaventata ed entusiasta.
– Il vero tempo, quello che distingue l’individuo, come soggetto pensante, e non come specie, come massa amorfa, è il tempo della riflessione. Devi essere consapevole della tua finitudine ma non perdere di vista le finalità a cui sei destinata. Ed è la riflessione che ti fa essere. Mille azioni (giuste o ingiuste) non sarebbero paragonabili ad un solo pensiero. Non è attraverso l’azione che sei.
I miei occhi si corrucciarono un poco, non capivo quello che intendesse dirmi, giudicavo il suo parlare vago o forse metaforico eppure Max era stato diretto. Gli chiesi, senza riserve: – Mi scusi se la interrompo mentre affronta un discorso che ha tutta l’aria di essere complesso, ma io vorrei capire qual’è la natura del pensiero? La logica è cosa oramai assodata.

Mi rispose, senza adirarsi: – Mia cara il pensiero non è né logico né illogico. Certo, ti avvali di ragionamenti, che sono sì la sintesi del pensiero, ma appunto solo una sintesi, fatta a misura di uomo. Bisognerebbe prescindere dalle distinzioni, le cose non sono né bianche né nere, né giuste né ingiuste, né buone né cattive, bisognerebbe compiere un passo in avanti, al di là del limite, concependo il limite eppure superarlo. Ma ora, non voglio dilungarmi troppo, non servirebbe. Torniamo alle carte, che di sicuro, dicono meglio di me.
– La tua è una condizione di transito, così come ogni cosa si trasforma, anche tu sei in divenire.
Il tuo mutare, così come indica l’appeso, è in sospensione: da un lato legata al passato, che non dimentichi e non fatichi a ricordare, dall’altro protesa verso l’avvenire che intimorisce e seduce insieme. Sospesa ad un filo di lana che non recidi, un cordone attraverso il quale ti nutri di cose accadute che finiranno per stagnarti. Sei come bloccata nel cambiamento, e questo stato non permetterà alcun cambiamento.
– Dovresti capire cosa non intendi recidere, compiere una sorta di selezione, ordinare l’ammasso, affinché il carico non finisca per schiacciarti come un masso una formica. Non credere di poter contenere ogni cosa, la mente umana ha bisogno anche di dimenticare.
– Il mondo è una carta eterogenea, che assume senso per compagnia: la luna ne è valida amante, ma la luna è madre e la madre è donna e tu pure sei donna. La ferinità mascolina che divide a metà il mondo prevarica se si specchia nel volto della donna.
– Il divenire maschio nell’incontro con la femmina non è nella realtà come invece è nell’inconscio. La discrepanza tra il volere e l’accadere è tale che frena il processo intero che si compie, tuttavia, solo per metà , resti così appesa.

E calpestai i sassi levigati in riva al mare.

Mi cerco nel fracasso dei miei pensieri.

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