Max – Prima Parte

di francesca aprea

Estate, una delle tante, identiche nei ricordi di questi ultimi anni, scandite dalla calura attanagliante, fino alla gola che fatica a deglutire la saliva compatta pari ad un impiastro di calce, la bocca asciutta, impastata, la lingua penzoloni, le labbra spaccate dal sole e dall’umido, imbevute di quel poco che resta di burro cacao, il passo affaticato, il respiro asfissiato, la maglia intrisa di sudore e salsedine. Sempre uguale questo tempo vagabondo, tiranno nei modi, implacabile, irremovibile.
E questa vita che supplica di restare a marcire un altro giorno, solo uno, su questa terra senza fondamenta.
Max non pregava, non aveva un dio in cui credere, sbuffava al solo sentirne pronunciare il nome, credeva in sé solo, Max era dio.
Il suo non era un mestiere semplice (neppure dal guadagno facile, com’è opinione diffusissima), si considerava il curatore delle anime. Una delle sue virtù era l’ascolto, restava in silenzio (tempo di percezione) a prestare l’orecchio, senza crucciare il sopracciglio, né concedersi uno sbadiglio, né abbassare l’occhio pigro e stufato. Neppure realmente la sentiva la noia, non credo fosse un sentimento che conoscesse fino in fondo, neppure lo gravavano i macigni scrollati dalle spalle del mondo e precipitati sulle sue gracili e ossute, silurati come schegge di fuoco da bocche indolenzite.
Lo sguardo affossato nelle borse gonfie e livide, fissate sotto gli occhi, e a ridosso degli zigomi pronunciati, incuteva un timore inaspettato, involontario. Dritto fissava il suo interlocutore, scrutandone le movenze minime e distratte, gesti incondizionati che lui chiamava spirituali. Così che l’osservazione minuziosa gli fu utile nell’intuire i segreti della notte, i misteri degli astri.
C’ è un tempo d’attenzione, il tempo dell’ indagine: le parole altrui (fondamento del tempo di percezione, oltre alla volontà di accostare l’orecchio alla voce parlante) sono come messe a macerare in una vasca d’aceto e poi esposte al sole mattiniero, rese molli affinché poi acquistino la durezza d’un callo, ispezionate da punti di vista inconciliabili, sottoposte ad un confronto interminabile con la verità (o la bugia) di cui sono portatrici.
Questo è il tempo che sbarda.
Il viso spigoloso, le guance smagrite, dalla forma quasi concava per mancanza di due molari, la pelle di un colore oliva, il volto barbuto, il naso aquilino di frequente in una mossa arricciata a fare una piega a lato, le labbra sottili e la bocca di un tantino aperta a mostrare i denti ingialliti, la fronte spaziosa segnata da un solco centrale, come a rendere manifesta l’incessante attività del pensiero: un’espressione costante cupa ed arcana. Questo era Max: l’enigma per molti, la rassicurazione per altri.
Max era il suo volto, le sue mani, il suo corpo, la sua apparenza ma soprattutto era un’anima, scandita da tempi che poco coincidono col tic tac delle lancette: tempi fisici e metafisici insieme.
La conta delle ore gli era estranea , la notte è tempo di attività sconosciute al giorno, la notte è del lupo che ulula alla luna, la notte è il gemito del solitario, la notte è il linguaggio dell’irragionato, il richiamo del corpo, la notte è il sonno, e il giorno è la luce che rischiara le passate tenebre, il giorno è la scienza, è la fatica. Max aveva imparato il ciclo del tempo dalle carte, questa era la sua religione, e lui ne era il custode.
Max era insonne, per lui la notte era identica al giorno, solo più taciturna. Amava ascoltarne il silenzio, l’unico che parlasse all’anima e che ne accogliesse i sospiri, i tremiti. E la luna, madre degli astri, lo guardava austera, quasi a volerlo ammonire, ma pronta a confortarlo.
E lui, che se ne sentiva un po’ figlio un po’ marito, non rifuggiva lo sguardo, non si riparava dietro una rupe per farsi ombra, (così beffava il sole), la contemplava ogni notte come fosse la prima, e dal solo ammirarla ne divenne amante geloso. Max non era un dio generoso.
Il ciclo delle stagioni conosceva, non come lo s’intende comunemente, per Max non era il caldo e il freddo, le giornate via via più lunghe o più brevi, il cambio dei vestiti d’un guardaroba a distinguere estate, inverno e stagioni di mezzo, non erano i solstizi, per Max era il vento che tutto trascina, il vento che si ode, il vento che porta cambiamenti.
Il vento, come il tempo, è vagabondo, e il suo spirare è pari ad un sospiro umano. Si sposta, cambia direzione, e le sue gambe nomadi lo seguivano.
Impacchettava tavolino e mazzi di tarocchi e s’incamminava assieme al vento riposandosi solo quando questo si quietava. E su quei colli romani ci aveva messo tenda solo per un inverno, e così via dal giorno della sua nascita fino ad allora, aveva girato il mondo, senza curarsi di nulla, provvedendo a sé con il suo segreto.

Estate, cercavo l’ombra come una disperata, in corsa su scalini fino in cima, m’arrestai per il fiato mozzato, incrociai per caso lo sguardo di Max, mi fissò, sparì l’intorno: i turisti a piedi nudi affollarsi, i loro accenti ostici al mio orecchio, i bancarellari che li adescavano con mezze parole anglosassoni dal marcato accento campano, mostrando merce e prezzi, cercando di vendere o di fregare per tirare avanti almeno fino a sera, i borseggiatori appropinquati agli angoli del viottolo per accalappiare la preda e sfilarle il portafogli, l’orologio, la catenina d’oro.
Così colsi l’ombra negli occhi neri di Max.

Continua

Un commento

  1. […] Qui la prima parte […]

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