Da De Sica a Garrone

Di Marco Aragno

Matteo Garrone è riuscito nell’impresa. Fatta incetta di premi europei, a 10 anni dalla Vita è bella di Benigni il suo film sbarca negli Usa alla conquista dell’Oscar. Dopo il terremoto mediatico scatenato dal libro di Saviano, non era facile riuscire a portare sul grande schermo un tema che balza da tempo agli onori della cronaca e di cui il cinema e la letteratura sembravano esser sazi. I rischi erano tanti. Scadere nella retorica; proporre una trasposizione cinematografica scarsamente attendibile; oppure creare un prodotto poco commerciale, destinato ad un pubblico da salotto. Invece no. Come raramente di questi tempi, la sesta prova del regista romano riesce a metter d’accordo tutti.
Ma come definire il film di Garrone? Documentario? Reportage? Film-denuncia? Opera tardoneorealista? Un po’ di tutto. Il prodotto che ne è esce è indubbiamente originale. E la ragione del successo probabilmente non risiede solo nel libro a cui si ispira o nello sfruttamento di un tema di facile presa come quello della camorra. Ma nella linea di continuità che Garrone è riuscito ad instaurare con la migliore tradizione del cinema italiano: in particolare il documentarismo di Francesco Rosi ed il neorealismo.
Se i film di Rosi suonavano spesso come delle feroci requisitorie politiche, delle vere e proprie denunce, qui però di politico c’è ben poco. C’è – al contrario – la messa in discussione di un intero sistema umano e sociale che fuoriesce dai semplici confini del potere. Non c’è una linea netta di demarcazione che separa la classe politica dalla gente comune, i giusti dai cattivi. Le responsabilità del disastro materiale in cui versa la Campania ed il popolo napoletano si estendono a tutti gli strati della società, risparmiando giudizi assolutori e possibilità di riscatto. La trama di connivenze delle istituzioni e degli imprenditori con la camorra è così fitta da restituirci l’impressione disarmante di un unico grande sistema affaristico e criminale, che coinvolge tanto il politico quanto il semplice ragazzino di strada. Se le pellicole di Rosi sembravano aprire un’ area di dibattito che individuava dall’altra parte un interlocutore – la classe politica, il potere – sui cui scaricare le responsabilità morali, in Gomorra non c’è dialogo, ma solo un unico, assordante monologo.
Si può senz’altro riconoscere che la cifra stilistica di Garrone si richiama alla tradizione neorealista degli anni ’40, quella che ha reso così popolare il nostro cinema sdoganandolo oltreoceano. A De Sica, ma anche a Rossellini e al primo Pasolini, appartengono sicuramente la tecnica registica del pedinamento – che ritrae l’azione dal basso, in maniera febbrile, a tratti convulsa -, la scelta di creare una storia corale, l’uso del dialetto. Ma mentre le sceneggiature di Zavattini riuscivano a smorzare la tragedia con i colori della fiaba e la leggerezza della poesia (Sciuscià, Ladri di biciclette), elementi attraverso i quali passavano le istanze di redenzione di un’umanità disfatta dalla guerra, in Gomorra Garrone registra invece una realtà dalle tinte torbide, tragicamente ed inevitabilmente cupe, come già ci aveva abituato con la fotografia noir de L’Imbalsamatore. Come se la dimensione estetica venisse a coincidere con quella etica: non ci sono eroi, né colori. Tutte le speranze si raccolgono intorno all’unico personaggio del film – Roberto, omonimo di Saviano – che ha il coraggio di voltare le spalle e andarsene, proiettandosi verso un futuro diverso. Anche se non per questo meno oscuro.


14 commenti

  1. LVDC (il cui vero nome è Aristarco) · · Rispondi

    Condivido a pieno, grosso modo, tutto quello che hai scritto. Condivido anche, paradossalmente, la scelta di “Gomorra” per rappresentare l’Italia agli Oscar. La condivido perché questo film è proprio, nudo e crudo, quello che all’Academy piace vedere nei nostri film. Nel dopoguerra si diceva che gli americani, che ci avevano appena liberati dallo spettro dell’occupazione (sempre che di occupazione si trattasse) nazifascista, c’immaginassero uguali spiccicati ai personaggi trasandati, trasognati, poveri, ed anche un po’ ignoranti, di “Roma città aperta” (ed è per questo che il film di Rossellini ricevette grande consenso all’estero, nonché un’infinita serie di riconoscimenti e, ancora oggi, è considerato dai critici d’oltreoceano, ma non da me, come uno dei migliori film mai partoriti dalla nostra produzione, se non IL migliore). Si diceva che il cinema italiano che gradivano maggiormente era quello cosiddetto “delle canottiere, delle spiagge, delle scarpe rotte, della miseria”: e questa considerazione spiega, col senno di poi, gli Oscar dati nel corso degli anni ai vari “Sciuscià”, “Ladri di biciclette”, “La strada”, “Ieri, oggi, domani”, “Nuovo Cinema Paradiso” e (in parte) “Mediterraneo”, mentre sono stati snobbati capolavori indiscussi (alcuni di levatura sicuramente maggiore a questi ultimi premiati) come “La grande guerra”, “La battaglia di Algeri”, “La leggenda del santo bevitore” e molti altri. In effetti, “Gomorra” è proprio quello che gli americani vogliono vedere: i titoli sulla monnezza e la guerra di camorra hanno campeggiato negli ultimi anni sulle prime pagine dei loro quotidiani e gli americani avrebbero disdegnato qualsiasi cosa che non avesse parlato di questo. Garrone ha parlato di entrambi nello stesso film in un connubio ad hoc perfetto. Per questo sono abbastanza convinto che il film di Garrone vincerà l’Oscar.
    Ma parlavo di paradosso perché, d’altra parte, sono tutt’altro che d’accordo nel dire che “Gomorra” sia il film italiano migliore del 2008. Certo, è almeno due spanne sopra ai lavoretti dell’asilo che abbiamo avuto l’ardire di presentare negli ultimi anni (robaccia come “La bestia nel cuore” e “Le chiavi di casa”) e rappresenta, almeno in parte, un superamento della convinzione per cui bisogna scegliere sempre i film dei registi che hanno già vinto in passato (qualcuno si è mai chiesto perché i vari Tornatore, Benigni e Salvatores continuino a venire selezionati anche quando girano filmetti come “La sconosciuta” o “Pinocchio”?). Ma, fatto salvo tutto questo, “Il Divo” è, a sua volta, altre due spanne sopra “Gomorra”. La critica l’ha riconosciuto, eppure, non ha scelto il film di Sorrentino ma quest’ultimo, evidentemente proprio per le ragioni che ho appena esposto.
    P.S.: mi si permetta una piccola osservazione, forse fuori luogo. Pochi anni fa fu scelto “Private” di Saverio Costanzo, ma dovette essere sostituito in extremis perché non era stato girato in lingua italiana. Eppure, se vogliamo, nemmeno “Gomorra” è parlato in italiano (astenersi lungaggini sul fatto che il dialetto napoletano appartenga al ceppo italiano etc. etc.), però l’hanno passato lo stesso. Forse che la tematica del film di Costanzo era troppo scomoda o che, più probabilmente, si sarebbe venduto poco negli States rispetto al pienone che farà Garrone? Mah, misteri della critica e/o distribuzione cinematografica.

  2. marcaragno · · Rispondi

    Indubbiamente fa riflettere che all’estero – sopratutto negli usa – i film italiani che riscuotono maggiore successo e fanno più incassi siano i film d’etichetta, insomma quelli che rappresentano gli stereotipi italiani più spendibili all’estero(pizza, mandolino e miseria). Lo dimostra, come hai già ricordato, la vittoria del tutto inaspettata di un film come ‘mediterraneo’ o ‘nuovo cinema paradiso’. Perché poi? Siamo davvero bravi a celebrare le nostre miserie? E’ un limite del cinema italiano che non riesce ad affrancarsi da certi cliché restandone prigioniero, oppure è colpa della critica e del pubblico esteri che si non riescono a guardare oltre e ad apprezzare opere come Il Divo? Il Divo, diciamocelo in tutta franchezza, è un’opera poco commerciale. Inanzitutto perchè è un film biografico, che, per quanto offra uno spaccato interessantissimo sulla storia politica nostrana, difficilmente riuscirebbe a suscitare l’interesse di un newyorkese. Gomorra invece ha il pregio di essere una denuncia – per così dire – universale. Qualunque spettatore straniero riconosce nelle periferie di Napoli e Caserta il deagrado di qualunque ‘favela’ e il dramma di qualunque paria che vive ai margini della società. Il processo di identificazione è un elemento vincente in tanti film e in tante opere di letteratura. A ciò si aggiunga l’etichetta del neorealismo e della mafia e lo stupore mediatico che ha accompagnato le recenti notizie di cronaca italiana all’estero: i video sull’immondizia napoletana sono state trasmesse persino dalle televisioni giapponesi. Con questo, però, non mi sento di dire che Gomorra è stata una furbata commerciale, nata sull’onda della cattiva pubblicità che ci siamo guadagnati negli ultimi mesi. Gomorra è un ottimo film, che davvero rende omaggio a quanto di meglio abbia saputo esprimere il nostro cinema. Il punto è un altro. Riuscire ad aprire nuovi orizzonti ed una nuova frontiera del cinema italiano che non speculi troppo sul solito neorealismo. Se guardiamo indietro troviamo degli ottimi esempi. Come Fellini, Antonioni, Pasolini etc Ma oggi?

  3. LVDC (il cui vero nome è Aristarco) · · Rispondi

    Sono d’accordo con te. “Gomorra” non è un’operazione commerciale, almeno nella misura in cui non può esserlo la trasposizione cinematografica di un libro sulla cresta dell’onda (ma c’è di peggio). E’ la SCELTA di “Gomorra” per rappresentare l’Italia agli Oscar che è un’operazione commerciale (fatta dai distributori e dalla critica, di certo non dagli autori). Tutto sommato, è comunque un bel film.
    P.S.: Stanotte sono stati assegnati i Golden Globes. Purtroppo, il film di Garrone ha incontrato sulla sua strada un film che tratta argomenti di cronaca più scottanti e preminenti dei suoi: tal “Valzer con Bashir”, film che vorrei vedere da quando ne sentii parlare la prima volta ma che è uscito nelle solite 2 o 3 sale in tutta Italia (almeno per ora).

  4. Giuliano · · Rispondi

    Io faccio le proporzioni:
    berlusconi : mondadori = saviano : gomorra
    massmedia : berlusconi = editoria : saviano
    dopo che dico anche:
    controllare le menti : gomorra = svelare la verità : Divo
    Per ora è tutto

  5. LVDC (il cui vero nome è Aristarco) · · Rispondi

    Puoi spiegarti meglio? Cioé, grosso modo ho capito cosa vuoi dire, ma puoi aiutarmi a metterlo in relazione col discorso che si stava facendo? E poi, partendo dal presupposto che neanch’io sono un grande estimatore di Roberto Saviano, né tantomeno della sua opera omnia, e ancor meno del film che ne è stato tratto, mi spieghi in che modo addirittura controllerebbero le menti libro e film? Anche perché, sai, è vero che il libro è edito da Mondadori, ma il film è stato prodotto da Fandango (il cui proprietario unico è Domenico Procacci) e distribuito dalla 01 Distribution, che con Berlusconi non c’entrano proprio nulla.
    P.S.: ho fatto solo una domanda, come potrebbe farla un alunno al proprio docente; se non vuoi rispondere a me, fingi che te l’abbia posta qualcun altro.

  6. Giuliano · · Rispondi

    rispondo: Berlusconi detiene ogni pezzetto di informazione: è lui ad avere avuto il progetto come dire: intrattenitore_ facciamo vedere al mondo cosa succede quì mentre non facciamo niente per risolverlo(basta distrarci, come P2)ok?

  7. LVDC (il cui vero nome è Aristarco) · · Rispondi

    Un’operazione del genere (dire “non facciamo niente per risolverlo”) mi sembra alquanto controproducente per l’immagine del governo agli occhi del mondo e degli italiani stessi. La strategia di P2 era molto diversa da quello che hai immaginato, cioé creare uno stato di tensione generale in cui poter perpetrare più facilmente un eventuale colpo di stato. Che poi Berlusconi detenga ogni pezzetto d’informazione (cosa abbastanza vera), c’entra poco con la produzione di un film (anche se ha avuto il finanziamento del Ministero dei Beni culturali) e con il successivo invio a Los Angeles. L’operazione che c’è dietro al film è parimenti macchinosa, ma Berlusconi ne è fuori. Ti ripeto, sarebbe molto controproducente per un premier fare una cosa del genere. Non ci vedo interessi dietro, ma soltanto effetti negativi.

  8. Giuliano · · Rispondi

    Pensa come vuoi. Indubbio è il fatto che tu sai sempre tutto e vedi meglio degli altri le cose come stanno. In ogni caso attento quando parli al telefono non vorrei che berlusconi ti faccia partecipe del suo potere coercitivo. Potrebbe avere un’interesse per le tue idee ma le trasformerebbe in effetti negativi. Quando uscirà un tuo libro m’informerò bene su chi lo edita, così da riuscire a capire se credi nel potere del premier o se addirittura lo difendi.

  9. LVDC (il cui vero nome è Aristarco) · · Rispondi

    Potrei dire la stessa identica cosa di te (anche tu vedi meglio degli altri le cose come stanno, solamente che, a differenza mia, distruggi il dialogo). Quando parlo al telefono non ho da temere, poiché Berlusconi è il primo ad essere contro le intercettazioni (per ovvi motivi legati alla suo squallido modo d’agire). Inoltre, con Berlusconi hanno pubblicato molti comunisti e sinitrorsi incalliti (e potrei elencarti una sfilza infinita di nomi) per il semplice fatto che, a conti fatti, la sua è la più grande casa editrice italiana, a prescindere da chi ne sia l’attuale proprietario. Le cose che dovresti evitare di dire perché sono contrarie alle idee che vuoi portare avanti, le riesci sempre a dire tutte.

  10. Giuliano · · Rispondi

    hai perfettamente ragione ma non sono d’accordo con te

  11. LVDC (il cui vero nome è Aristarco) · · Rispondi

    Mmm…

  12. marcaragno · · Rispondi

    mah

  13. riaprite i manicomi per giuliano

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