Libri aperti a caso 1

Alberto Moravia, Agostino, Tascabili Bompiani per L’Espresso, pg. 33

e ingenuo, a destare il suo animo, mentre ora, in questa nuova e crudele chiarezza, quest’affetto pur senza venir meno, si trovava in parte sostituito da una curiosità acre e disamorata, a cui quei primi leggeri indizi parevano insufficienti e insipidi. Se prima ogni parola, ogni gesto che gli fossero sembrati stonati l’avevano offeso senza illuminarlo e quasi aveva desiderato di non accorgersene, ora invece che le teneva gli occhi addosso, quelle goffaggini e quelle stonature che prima l’avevano tanto scandalizzato, gli sembravano poca cosa e quasi si augurava di sorprenderla in quegli atteggiamenti di scoperta e invereconda naturalezza di cui il Saro e i ragazzi gli avevano poco avanti fornito la nozione.

A dire il vero, non gli sarebbe forse venuto così presto il desiderio di spiare e sorvegliare sua madre con il preciso proposito di distruggere l’aura di dignità e di rispetto che l’aveva sin’allora avvolta ai suoi occhi, se il caso non l’avesse quello stesso giorno messo con violenza su quella strada. Tornati a casa, madre e figlio pranzarono quasi senza parlarsi. La madre pareva distratta; e Agostino, tutto ai suoi nuovi e per  lui incredibili pensieri, contro il solito era taciturno. Ma poi, dopopranzo, venne ad un tratto ad Agostino un desiderio irresistibile di uscire di casa e raggiungere la banda dei ragazzi. Gli avevano detto che si riunivano allo stabilimento Vespucci nelle prime ore del pomeriggio per decidere le scorrivande e le prodezze della giornata; e, passato il primo sentimento di ripugnanza e di timore, quella compagnia brutale e umiliante tornava ad esercitare nel suo animo un’oscura attrattiva. Egli era nella sua stanza, disteso sopra il letto, nella penombra rada e calda delle persiane accostate; e giocava come soleva, supino e con gli occhi rivolti al soffitto, con la pereta di legno della luce elettrica. Di fuori giungevano solo pochi rumori, rotolare di ruote di carrozza solitaria, acciottolio di piatti e di bicchieri nelle scale, aperte sulla strada, di una pensione che stava di fronte alla casa; per contrasto con questo silenzio del pomeriggio estivo, i rumori della casa si trovavano come isolati e resi più distinti. Udì così la madre entrare nella stanza accanto, e poi camminare con i tacchi sonori sulle mattonele del pavimento. Ella andava e veniva, apriva e chiudeva cassetti, smuoveva seggiole, toccava oggetti. “Ora si corica,” egli pensò ad un tratto riscotendosi dal torpore che l’aveva pian piano investito, “e allora non potrò più avvertirla che voglio andarmene sulla spiaggia.” Spaventato, si levò dal letto e uscì dalla stanza. La sua camera dava sopra il ballatoio, di fronte alla scala;

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