Pavese, da: “Lessico famigliare” di Natalia Ginsburg

Balbo, quando smetteva un momento di discutere con quei suoi amici, esponeva a Pavese e a me le sue idee sul nostro modo di scrivere. Pavese lo ascoltava seduto in poltrona, sotto il lume, fumando la pipa, con un sorriso maligno: e di tutte le cose che Balbo gli diceva, lui diceva che già le sapeva da lunghissimo tempo.
Ascoltava, tuttavia, con vivo piacere. Aveva sempre,nei rapporti con noi suoi amici,un fondo ironico,e usava, noi suoi amici, commentarci e conoscerci con ironia; e questa ironia, che era forse tra le cose più belle che aveva, non sapeva mai portarla nelle cose che più gli stavano a cuore, non nei suoi rapporti con le donne di cui s’innamorava e, non nei suoi libri: la portava soltanto nell’amicizia, perché l’amicizia era, in lui, un sentimento naturale e in qualche modo sbadato, era cioè qualcosa a cui non dava un’eccessiva importanza. Nell’amore, e anche nello scrivere, si buttava con tale stato d’animo di febbre e di calcolo, da non saperne mai ridere,e da non esser mai per intero se stesso: e a volte, quando io ora penso a lui, la sua ironia è la cosa di lui che più ricordo e piango,perché non esiste più: non ce n’è ombra nei suoi libri, e non è dato ritrovarla altrove che nel baleno di quel suo maligno sorriso.

Un commento

  1. Queste parole così attente intrise di affetto profondo e malinconia tracciano in maniera mirabile la figura di Pavese. Csì pare che ognuno lo abbia conosciuto personalmente e soffre ancora al pensiero della sua perdita.

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