Pavese: Hai un sangue, un respiro.

cesare-pavese

Hai un sangue, un respiro.
Sei fatta di carne
di capelli di sguardi
anche tu. Terra e piante,
cielo di marzo, luce,
vibrano e ti somigliano –
il tuo riso e il tuo passo
come acque che sussultano –
la tua ruga fra gli occhi
come nubi raccolte –
il tuo tenero corpo
una zolla nel sole.
Hai un sangue, un respiro.
Vivi su questa terra.
Ne conosci i sapori
le stagioni i risvegli,
hai giocato nel sole,
hai parlato con noi.
Acqua chiara, virgulto
primaverile, terra,
germogliante silenzio,
tu hai giocato bambina
sotto un cielo diverso,
ne hai negli occhi il silenzio,
una nube, che sgorga
come polla dal fondo.
Ora ridi e sussulti
sopra questo silenzio.
Dolce frutto che vivi
sotto il cielo chiaro,
che respiri e vivi
questa nostra stagione,
nel tuo chiuso silenzio
è la tua forza. Come
erba viva nell’aria
rabbrividisci e ridi,
ma tu, tu sei terra.
Sei radice feroce.
Sei la terra che aspetta.

21 marzo 1950

Di Cesare Pavese, (da Verrà la morte e avrà i tuoi occhi)

33 commenti

  1. Pavese, grande poeta, che ha saputo leggere così profondamente dentro di sè.

  2. LVDC (il cui vero nome è Aristarco) x Anonimo · · Rispondi

    E’ un peccato che Pavese sia stato rovinato da un’attricetta di scarso successo, amante perpetua di personaggi importanti la quale abbandonò l’unico che l’aveva amata veramente. Il suo suicidio ha negato alla letteratura del Novecento la possibilità di essere arricchita da chi aveva ancora da dire (e da dare) tanto.

  3. LVDC (il cui vero nome è Aristarco) · · Rispondi

    Continuo ad indirizzare ad un anonimo inesistente queste mie risposte.

  4. marcaragno · · Rispondi

    Può darsi pure che Pavese non avesse poi più tanto da dire.

  5. Non posso accettare che si liquidi in questo modo la figura di Pavese. E’ stato un personaggio straordinario della nostra letteratura che ci ha lasciato opere indimenticabili.
    Se ha deciso di morire non penso sia stato soltanto per il suo amore non corrisoposto. (Caro Aristarco non mi piace come descrivi la figura di Constance Dowling)
    Il suo malessere molto probabilmente aveva radici ben più profonde; la sua sensibilità artistica attraversò periodi bui della storia italiana e pagò in prima persona le sue scelte.
    Non dimentichiamo che Pavese fu tra le migliaia di iataliani che subirono il confino durante il fascismo.
    Non penso che non aveva più niente da dire, piuttosto mi piace pensare che in ogni sua opera abbia detto tutto.

  6. “La mia parte pubblica l’ho fatta — ciò che potevo. Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti […] Non scriverò più”.

    Mi pare che le ultime parole del sue diario (scritte poco prima del suicidio) siano eloquenti al riguardo. Pavese sentiva di aver dato al mondo e alla poesia tutto quello che poteva (e lui è uno che ha sperimentato molto).La sua parte l’aveva fatta. Il suicidio è il punto finale ad un’opera di per sè già conclusa.

  7. marcaragno · · Rispondi

    Ecco, questo volevo dire. Non è assolutamente mia intenzione screditare l’opera e il genio di Pavese. Semplicemente non sopporto i falsi rimpianti del tipo ‘chissà cosa avrebbe potuto ancora dare etc’. Godiamoci ed apprezziamo quello che ci ha lasciato in vita. Punto.

  8. LVDC (il cui vero nome è Aristarco) · · Rispondi

    Se Pavese scrisse sull’ultima pagina del suo diario “Non scriverò più” è perché la vicenda amorosa con la Dowling l’aveva stravolto e, tipico di chi soffre per amore, era portato a vedere tutto sotto una prospettiva più negativa. Non perché si fosse reso conto di non avere più nulla da dire o di avere concluso il suo percorso letterario: il suicidio non troverebbe ragione dietro queste motivazioni spicciole.
    Per v3ltins: Pavese ha subito il confino durante il fascismo ma, come tu stesso hai osservato, è uno delle migliaia d’italiani, non l’unico: eppure, sarebbe stato uno dei pochi a suicidarsi per questa ragione. Del resto, il confino, come saprai meglio di me, era più apparente che reale: non è stato mandato ai lavori forzati in Siberia come Dostojevskij, ma nella ridente Brancaleone (dove, lui stesso ammette, è stato trattato nel migliore dei modi) e, perlopiù, per un anno scarso. E allora, Primo Levi che avrebbe dovuto fare, di ritorno dai campi di concentramento polacchi? Eppure, mi sembra che abbia resistito un bel quarantino d’anni prima di morire (e comunque la teoria del suicidio non è mai stata accertata).
    Per quanto riguarda la figura di Constance Dowling che tanto vuoi difendere, credi che sia migliore di come l’ho definita? Il fatto che sia stata amata da Pavese non implica che fosse un angelo sceso in terra! Non era altro che una puttana, opportunista ed egoista: s’innamorava perdutamente degli uomini (spesso sposati) che le servivano ad inseguire il suo sogno di diventare una grande attrice, ma li buttava nel dimenticatoio, sempre che non fosse stata buttata prima lei. Ma tutto questo non le servì a nulla: tutt’oggi la si conosce più per le sue relazioni che non per i suoi film… che io sappia, non ha mai recitato nemmeno un ruolo da protagonista e non la ricordo in un solo film di particolare successo. Inoltre, fatto alquanto anomalo: è una delle poche attrici hollywoodiane che si fosse “ridotta” a partecipare a produzioni italiane.

  9. L’amore non corrisposto,caro LVDC, sarà stato una spinta aggravante sulla la via del suicidio, di certo da non ignorare.
    Tuttavia stupisce anche me quanto tendi a limitare la questione. V3ltins parla di sensibilità di artista, e sono d’accordo con lei ad evidenziare questo elemento. Si tratta di sensibilità fuori dal comune, che “sentono” in maniera profonda e forte, più del comune.
    Quello di Pavese è un “male di vivere” che trova solo sfogo nel dolore per l’amore non corrisposto, non motivazione. Mi pare, per altro, un’intepretazione abbastanza evidente.
    Inoltre, trovo completamente errato alla radice l’ accostamento tra scrittori che hai tentato in modo così rozzo!
    Credo che sia anche superfluo sottolineare che se Primo Levi è sopravvissuto un quarantennio(come tu dici) al campo di concentramento, ciò non esclude che Pavese,da parta sua, abbia vissuto l’esilio a Brancaleone in modo molto doloroso.
    Su, cerchiamo di alzare un po’ il livello della discussione.

  10. LVDC (il cui vero nome è Aristarco) · · Rispondi

    E tu vorresti alzare il livello della discussione, adducendo, come v3ltins ha nascosto tra le righe, la motivazione del suicidio anche nel confino a Brancaleone? Roba da ridere. E comunque non ci vedo nulla di rozzo nell’accostare Primo Levi a Pavese (por favor, non offendere… rozzo mi sembra chi dà per “evidenti” ed “eloquenti” cose che non lo sono per niente): sono due modi diversi di reagire a esperienze tutto sommato simili (nelle forme, ma non nell’intensità… al confronto, Pavese è stato ospite per un anno del Grand Hotel de Paris). Infine, non mi sembra una ragione valida il “male di vivere” pavesiano, come dimostrato dal diverso destino che hanno avuto tanti altri letterati che quel male di vivere se lo sono portati dietro per tutta la vita ed anche in maniera più pesante.

  11. Beh, non sono d’accordo con le tue posizioni. E,sì,mi sembrano rozze.
    Mi sembra non molto intelligente ricondurre i motivi del suicidio di un uomo dalla profonda sensibilità a quello che al massimo può esserne l’elemento scatenante(e, sì, è evidente!), nè tantomeno sono d’accordo con la tua carrellata di autori in gara a chi aveva più ragioni di soffrire l’esilio e chi no!
    Sono posizioni. Se vorrai replicare otterrai l’ultima parola(per quanto vale..), per me il confronto finisce qui.
    Ciao.

  12. LVDC (il cui vero nome è Aristarco) · · Rispondi

    E’ EVIDENTE che il confronto finisce qui: non accetti repliche, né tantomeno ti degni di mettere in discussione le tue “posizioni”, infantilmente stabilizzate su canoni di giudizio quali la “sensibilità” e altre stupidaggini simili. Se le motivazioni fossero quelle che porti avanti tu, Pavese si sarebbe suicidato molto tempo prima (almeno quindici anni prima, se vogliamo stabilire il point break, il punto di non ritorno, nel confino a Brancaleone). Poi è EVIDENTE che un’altra persona, con altri sistemi di valori, avrebbe potuto reagire diversamente ad una delusione sentimentale. Ma questa è un’indagine che né tu né io possiamo condurre. Faccio finta di non leggere la parte della “carrellata di autori in gara”: se ho fatto una cosa del genere è soltanto per dimostrarmi che non è assolutamente evidente che si reagisca in un certo modo, come invece tu, padrona delle chiavi della porta dei ragionamenti umani, credi di poter asserire. Distinti saluti.

  13. I-la-ria! I-la-ria! I-la-ria!

  14. Intervento non previsto: ringrazio il gentile anonimo per il caloroso appoggio!

  15. Caro Aristarco vedo proprio che siamo su sponde opposte; sciacquati la bocca prima di nominare “certi” argomenti, il confino fu privazione di libertà verso uomini la cui unica colpa fu la ricerca della libertà, anche solo quella di pensiero, e aggiungo che forse ora puoi essere quì a parlare delle tue idee così liberamente anche grazie al sacrificio di tanti sconosciuti, che ebbero mozza la loro vita.
    Ma vedo che è una tua caratteristica attaccarti a delle idee e a non voler accettare il confronto. Cosa sta dicendo Ilaria?
    Sta parlando di un grande scrittore che ci ha lasciato pagine bellissime,che molto probabilmente ama molto perchè è riuscito a trasmetterle sensazioni dentro.
    Amare l’arte, la letteratura è questo, permettere a se stessi di farsi permeare.

  16. LVDC (il cui vero nome è Aristarco) · · Rispondi

    Caro/a v3ltins, non capisco cosa c’entri questa tua risposta. Nessuno qui vuole sindacare sull’importanza o meno della letteratura, soprattutto in epoche controverse come il Ventennio fascista. Ricordati che tutto è partito da una mia manifestazione di apprezzamento nei confronti di Pavese che, per un motivo o per l’altro, ha scatenato questa polemica che, a quanto pare EVIDENTE, hai seguito poco e male, in quanto vuoi concluderla adducendo argomentazioni di cui siamo convinti sia io, sia (credo) Ilaria. Non hai fatto che dire “l’acqua fresca è più fresca di quella calda”, a mio avviso. Ma se ciò ti fa sentire importante, continua pure. Ti consiglio di aggiungere che 2 più 2 fa 4.

  17. Mi inserisco con un notevole ritardo in una discussione cui avrei voluto prender parte prima, cosa che non ho potuto fare per motivi “tecnici”.

    Per prima cosa vorrei manifestare il mio disaccordo con quanto detto da Aristarco e che ha scatenato il pandemonio; non credo sia possibile sindacare sull’amore di Pavese per Connie, siamo spettatori davvero troppo distanti per poter mettere bocca al riguardo, nè sappiamo in che misura questo amore o non-amore abbia contribuito all’atto finale dello Scrittore.

    Non penso (come anche Marco)che ci si possa mettere a criticare esperienze od atti della biografia di un autore ipotizzando diverse continuazioni o strade tangenti, credo che quel cha ci ha consegnato Pavese sia esattamente quel che era destinato a noi da Pavese stesso, possiamo rammaricarci per la perdita ma non indirizzare insulti gratuiti a una possibile concausa della sua maorte; in fondo è possibile anche il suo suicidio sia dovuto alla sua particolare sensibilità (non è una sciocchezza trascurabile caro LVDC), la stessa che gli ha permesso di scrivere le pagine che tanto ci sono care.

    Per quanto riguarda le parole che sono state spese sull’esperienza del confino (in generale) mi è parso che Aristarco abbia liquidato la cosa con troppa leggerezza, come è stato già detto la negazione della libertà è un atto distruttivo nei confronti di un uomo, aldilà di come questa venga messa in atto.
    Come ti è stato detto LVDC, al riguardo sciacquati la bocca.

    saluti

    8avio

  18. LVDC (il cui vero nome è Aristarco) · · Rispondi

    Non vedo perché m’ingiungiate di sciacquarmi la bocca. Dire che “la negazione della libertà è un atto distruttivo nei confronti dell’uomo” mi sembra una considerazione oltremodo qualunquista. Non sempre è così. Soprattutto per un letterato profondo come Pavese, essere costretto tra quattro mura non mi sembra il peggio. Anche perché, poi, diciamola tutta: essere confinato a Brancaleone non rappresentava per lui nulla di peggio che l’essere stato per tutto quel tempo a casa per via della pleurite. La pleurite non l’ha sconvolto particolarmente, mi sembra. Cambia soltanto l’idea, ma la sostanza è la stessa. Anzi, nel caso del confino, aveva il vantaggio di stare in buona salute. Il domicilio forzato non è una cosa bella, sicuramente e nessuno vuole sostenere il contrario. Ma non è nemmeno qualcosa di particolarmente “distruttivo”. Con questo chiudo la mia partecipazione a questa discussione e vado a sciacquarmi la bocca.

  19. Penso che fai proprio un’ottima cosa!

  20. già, lvdc, fai proprio un’ ottima cosa!(2)
    p.s.: ma che cazzo ne sai tu della vita interiore di un uomo, prima che di uno scrittore?
    e se pure avessi letto la più fedele biografia della persona, ma come cazzo fai ad avanzare tesi, se non addirittura convinzioni, sulle motivazioni reali che hanno guidato l’ uomo fino al gesto più estremo???
    ma qua davvero diamo i numeri!!!
    e una parola è troppa e due so’ poche!

  21. già, lvdc, fai proprio un’ ottima cosa!(2)
    p.s.: ma che cazzo ne sai tu della vita interiore di un uomo, prima che di uno scrittore?
    e se pure avessi letto la più fedele biografia della persona, ma come cazzo fai ad avanzare tesi, se non addirittura convinzioni, sulle motivazioni reali che hanno guidato l’ uomo fino al gesto più estremo???
    ma qua davvero diamo i numeri!!!!
    e una parola è troppa e due so’ poche!

  22. LVDC (il cui vero nome è Aristarco) · · Rispondi

    Giusto per mantenermi in linea col tuo pensiero. Poniamo caso che io non possa saperne niente? E tu, allora? E v3ltins? E Ilaria? E 8avio?

  23. t’invito a rileggere con più attenzione i commenti.
    gli altri commentatori tentano un approccio analitico di tipo probabilistico, a differenza tua!
    mi pare che tu attribuisca ad altri un errore che tu stesso commetti quando apostrofi ilaria “padrona delle chiavi della porta dei ragionamenti umani”, peraltro una lunga apostrofe!
    dopotutto sono proprio le cose che ci stanno sotto al naso che più spesso non vediamo! vuoi per distrazione, vuoi per non curanza, vuoi per ottusità.
    mai sentito parlare di virginia woolf? (domanda retorica)
    e del suo suicidio, e delle “voci” che sentiva ossessivamente e la tormentavano?
    a cosa pensi di attribuire il suo suicidio?
    aveva un marito che l’amava molto, e lei lo corrispondeva pienamente, e soffriva molto per lui a causa delle sue crisi (depressive?) che inevitabilmente travolgevano la loro vita coniugale.
    in questo caso “mi pare” che i problemi di cuore si possano escludere.
    se non ricordo male è il non lontano 1940 quando lei ritiene che la sua fragilità ha sopportato fin troppo, e s’incammina verso il fiume …
    e che si faceva di bello nel 1940?
    si viveva nel pieno di una guerra mondiale. una seconda!
    se per te questo è poco o non è abbastanza…
    tranquillo, non ho perso di vista il punto d’avvio della discussione che è pavese.
    ho voluto mettere a confronto due SENSIBILITA’, grandi e appunto per questo fragili.
    e di conseguenza sostenere la tesi che si, per eccesso di sensibilità, si puo’ giungere al suicidio.
    di quella sensibilità non comune, quella sottile, quella tormentata, in virtù della quale il mondo esterno irrompe in modo cosi’ violento nel mondo interno, cosi’ totale, da rivelarsi disastroso!
    ecco tutto.
    spero di non averti annoiato.
    notte

  24. Complimenti ad Anonimo per le delucidazioni!

  25. Ilaria(padrona delle chiavi della porta dei ragionamenti umani) · · Rispondi

    A-no-ni-mo! A-no-ni-mo!!

  26. LVDC (il cui vero nome è Aristarco) · · Rispondi

    Avete accusato me di proporre una “carrellata di autori in gara”. Eppure mi si pone l’esempio di Virginia Woolf. Pura contraddizione (anche se quell’accusa mi era stata mossa da altri, l’Anonimo aveva, col suo tifo, dimostrato d’essere pienamente d’accordo). Faccio finta di non aver letto “conosci virginia woolf? domanda retorica”. Quello che mi fa ridere di voi, e al tempo stesso mi fa convincere di stare perdendo soltanto del tempo a discutere con menti così grette, è che non rispondete limitandovi alla discussione. Bensì cercate di azzardare giudizi avventati sulla persona con cui discutete, di cui sapete poco o nulla. E questo fa di voi (mi riferisco, naturalmente, solo a chi è intervenuto con toni del genere) delle persone sicuramente più abiette di me. Perché, risposte del genere, sono tipiche di chi attacca l’interlocutore poiché non sa ribattere argomentando (altra uscita tipica è dare per “evidenti” ed “eloquenti” cose che non lo sono per niente). Divertitevi pure.

  27. penso che non te ne andrai così facilmente, caro lvdc!

  28. http://www.nazioneindiana.com/ · · Rispondi

    semplicemente mitiche le sorelle Dowling
    semplicemente suicida Cesare Pavese
    semplicemente terribile la sua scomparsa
    effeffe

  29. E Cesare perduto
    nella pioggia
    sta aspettando da sei ore
    il suo amore ballerina
    E rimane li’
    a bagnarsi ancora
    e il tram di mezzanotte
    se ne va
    ma tutto questo Alice
    non lo sa.

    da Alice di Francesco De Gregori

  30. Giorgio Di Costanzo (Ischia) · · Rispondi

    Il 27 agosto del 1950, in una dimessa stanza dell’Hotel Roma di Torino, Cesare Pavese decise di togliersi la vita consegnando alla futura memoria di migliaia di lettori quel solitario e autodistruttivo simulacro che ancora oggi avvolge senza rimedio la sua figura artistica e umana.
    Un albergo che esiste tuttora – a due passi dalla stazione ferroviaria Porta Nuova – e che dopo quell’ultimo gesto non ha avuto molte difficoltà a tramutarsi in meta per devoti pellegrinaggi da parte di quanti in Pavese hanno voluto scoprire non solo l’artefice di romanzi e poesie intramontabili, ma anche l’essenza di un disperante e fanciullesco mito della letteratura mondiale. Ed è proprio nel luogo in cui l’autore piemontese si suicidò 58 anni fa che Francesco Forlani immagina l’incontro tra Angelo e François, romantico concierge notturno il primo, ossessivo e scrupoloso scrittore il secondo. I complici destini dei due si incrociano proprio lì, al bancone della stessa reception che più di mezzo secolo prima aveva accolto la firma di Pavese, e che ora insiste a collezionare il solito perpetuo avvicendarsi di viaggiatori senza meta, amanti clandestini, cameriere discrete e tanti altri mostri senza patria né nome. Ne scaturisce un lungo, fitto e altalenante dialogo in cui trovano spazio racconti di vita, sogni infranti, ricordi legati a esistenze errabonde fatte di migrazioni, fughe e segreti nascosti in anfratti oscuri; ma soprattutto, tra una parola e l’altra, continua a insinuarsi l’inquieto spettro di un’anima in pena, l’anima, per l’appunto, di un uomo morto sotto quello stesso tetto molti anni prima. Un uomo che spese ogni energia al servizio della scrittura, della cruciale affezione per le Lettere, e che tuttavia non riuscì a gestire la potenza dei furori amorosi, maligni e impietosi nemici capaci di vanificare un’esistenza in mezzo battito di ciglia. La fallimentare resa di Pavese, a quanto pare, ebbe (anche) un nome di donna, Costance Dowling, ed è dietro questo nome che vollero guadagnare spazio la forma e l’essenza dei suoi fallimenti, della sua morte. E’ il nome dolce e ammaliante dell’attrice americana che lo abbandonò dopo un intenso teatrino seduttivo, e la cui presenza, ai limiti della morbosità, è testimoniata da lettere, versi, e scomposte annotazioni tracciate nel celebre Mestiere di vivere . Impossibile non provare tenerezza di fronte a un sentimento tanto feroce, buio e irrimediabilmente impari, così come appare impensabile l’idea di scindere la costernazione esistenziale di Pavese dal dato biografico, o almeno da ciò che di esso trapela attraverso le cronache più intime e scabrose giunte fino a noi, proprio quei fastidiosi pettegolezzi, per inciso, che vennero chiamati in causa nell’ultimo messaggio d’addio scritto sul frontespizio dei Dialoghi con Leucò . Ma un’ossessione è un’ossessione, e come tale consente licenze che travalicano etica, scrupoli morali e remore, da cui ne consegue la necessità di osservare le cose nel loro complesso: ed è qui che inizia a farsi strada l’inevitabile confronto con gli scomodi scheletri nascosti nell’armadio del nostro anti-eroe, nell’irrefrenabile impulso che costringe i suoi esegeti a seguirne ogni traccia, ogni testimonianza, anche la più piccola, anche la più insignificante. Traccia che, nel caso di Forlani, gioca a esistere e a non esistere traducendosi in qualcosa di più, qualcosa che, almeno in potenza, supererebbe di gran lunga qualunque altro feticcio testimoniante; dettaglio ulteriore, tessera assente, ecco ciò che davvero manca alla ideale biografia di un simbolo eterno: la sua eterea, ultraterrena voce di uomo. Perché in una voce – come annota François a un certo punto – ci sono scariche elettriche, e quel che ti illumina di un discorso è proprio il tono con cui vengono dette le cose. Peccato che Pavese se ne sia andato prima che il progresso sistemasse telecamere in ogni dove, praticamente a due passi dalla nascita della televisione, degli archivi radiofonici e delle infinite tecnologie di incamerazione dati che giusto un attimo dopo iniziarono a proliferare come funghi fino a raggiungere i parossismi informatici dei giorni nostri. Insomma della sua voce pare non esista traccia, e tanto basta per far nascere nel cuore di François l’ansia per una ricerca bulimica e inaudita, con ogni probabilità votata a desolanti rese. Ma è pur vero che cercando qualcosa, alla fine si rischia di trovare altro, e ripercorrere i solchi scavati da una chimerica preda significa in qualche modo sfiorarla, starle comunque vicino, e infine assimilarne i gesti e grazie a loro incontrare nuovi mondi, altri fratelli, insperate amicizie come quella di un portiere notturno rintracciato per caso. Ed è forse questo il senso definitivo dell’oscura indagine disegnata in Autoreverse : comprendere che anche una voce perduta per sempre può ostinarsi a parlarci, a costruire avventure mai esistite, insomma a inventare altri pianeti, altre storie.

    Autoreverse
    Francesco Forlani,
    l’ancora del mediterraneo
    pp. 160, euro 13,50

    14/12/2008 – “Liberazione”

  31. LVDC (il cui vero nome è Aristarco) · · Rispondi

    Quando si fa “copia e incolla” bisognerebbe, per completezza, chiarire la fonte di provenienza. E, se non stato tu a farlo, dici alla tua amica Ade Zeno di farlo. Ciao, Giorgio.

  32. Giorgio Di Costanzo (Ischia) · · Rispondi

    La fonte è il supplemento culturale domenicale di “Liberazione” da me citato. vedi sopra.
    Ade Zeno è un maschio con l’uccello e non è una donna con o senza l’uccello.
    Molte ore dopo il mio copia incolla, verso sera, anche “La poesia e l’alcool” l’ha pubblicato.
    Ma perché così tanto livore?

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