***

di francesca aprea

https://i0.wp.com/img205.imageshack.us/img205/1773/cantiga1rf7.jpg

Ci fu un motivetto canterino
suonò per quell’aria, là, dal mattino
e una campana fece da stornello
compagno vicino del ritornello

e nel suono vidi il bel visino
d’un pallore come di biancospino
ricordando ritorno matterello
e sospiro sotto un ramoscello

il maggio mite mi fu testimone
m’avvicinai con il cuore aperto
cantando senza senno né ragione

il motivo della bella canzone
un colpo al mento allor sofferto
mi lasciò a terra un po’ sornione

30 commenti

  1. leggo qui un testo degno dei trovatori provenzali, per atmosfera, vicenda e lingua, lascerei ai filologi vari la disquisizione sul rovesciamento dell’ironia finale, ai più fini metricisti invece la definizione dello schema metrico, magari sonetto al bacio, al bacio in riferimento alla rima baciata delle quartine ed alla misura metrica che sembra stata scompaginata proprio dall’emozione di un bacio creando dodecasillabi, novenari e altri nuovi versi che si liberano di secolari imposizioni dai nomi desueti come sinalefe e sineresi

  2. francescaprea · · Rispondi

    Una volta IL SIGNOR PETRARCA in uno dei nostri incontri immaginari(ed io gioco di fantasia e follia che dir si voglia) mi disse che un poeta deve servirsi delle regole metriche così come meglio necessita l’occasione.
    Tutto sommato i versi non mi sembrano così scorretti.
    Ad ogni modo il bacio delle prime due quartine è, come dire, una contravvenzione alla regola, come lo è il rovesciamento finale.
    Insomma ottavio vogliamo fare il fatto o fare il nuovo?
    e non è legittimo rifare il fatto?
    è giusto attenersi alla regola, ma non è del tutto sbagliato distaccarsene.
    “se un poeta rompe la regola, allora ci dire qualcosa”(v.caputo) ahahahah!!!!

    quello che volevo fare era quello che ho fatto!! e mi sono pure divertita!!
    ti saluto francesca.

  3. per quanto riguarda lo schema rimico dell’ottava tutto ok, sono pienamente d’accordo.
    Il problema è l’endecasillabo, l’endecasillabo è infatti il verso principe della letteratura italiana perchè suona benissimo in successione. Se agli endecasillabi si alternano altri versi di metro diverso(esclusi i settenari per lunghi motivi che sai) o ancor peggio di numero di sillabe pari non suona più un bel niente e la musicalità va a donnine…

  4. flashes e dediche · · Rispondi

    Non so, a me sembra tanto scorretto da essere addirittura musicale!!
    ….beh penso sia un gran piacere per la musicalitò(per dirla alla afragolese) andarsene a donnine…e per il verso poi..una goduria, e che invidia per i compagni altri versi!

  5. volume 8
    Francesco De Gregori scrive
    Fabrizio De Andrè canta:

    …ti offenderesti se qualcuno ti chiamasse un tentativo?

  6. marcaragno · · Rispondi

    Questa poesia è una sana provocazione sull’attualità di certe forme e sulla necessità o meno di desacralizzarle.
    L’endecasillabo e il settenario sono – di sicuro – i due metri più fortunati della nostra tradizione. Mi capita di utilizzarli, alternando ad essi anche decasillabi o novenari. Non è vero che la musicalità va a ‘donnine’. E’ anche una questione di accenti, come riesci a giostrarli lungo il verso. Questione di orecchio, insomma. Anche il verso libero può canonizzarsi senza insultare ritmo e metro.

  7. LVDC (il cui vero nome è Aristarco) · · Rispondi

    Mi si perdoni l’intromissione, ma non posso astenermi dall’intervenire. Dei trovatori provenzali ci vedo ben poco, a partire dall’assenza della lingua occitana, la quale non è (come il nutrito gruppo degli avvocati difensori dei “poeti” del sito sarebbe sicuramente pronto ad obiettarmi) soltanto un retaggio della tradizione trobadorica: la lingua d’oc assumeva delle cadenze che, al solo ascoltarle, suggerivano all’udito le atmosfere tipiche di quel genere che questo sonetto (o almeno presenta la struttura del sonetto) potrebbe (e sottolineo) ricordare solo con la vista (=lettura). Se fosse stata una mera scelta di lingua (una vale l’altra), avrebbero composto nel latino che tanto andava di moda a quei tempi. Per non parlare della forma del sonetto, totalmente sconosciuta ai trovatori (o comunque da loro non adottata), visto che amavano scrivere perlopiù utilizzando lo schema della canzone. Ma si tratta soltanto di un particolare, giusto per archiviare l’argomento-trobairitz.
    Per quanto riguarda la questione della metrica, non è assolutamente un caso che l’endecasillabo sia stato il metro più fortunato, per ricollegarmi a marcaragno, della storia della poesia italiana (quella attenta alla metrica, quindi tralasciando, senza per questo sminuirla d’importanza, la lunga tradizione del verso libero). La ragione è chiara e va cercata nel modo in cui è impostata la nostra lingua. Se proprio si vuole cercare d’ottenere un risultato parimenti musicale, bisogna saper dosare gli accenti… cosa che, naturalmente, in questo caso non è stata fatta per niente. E, d’altronde, non basta scrivere in undici sillabe per ottenerla, questa benedetta musicalità. Ergo, inutile sforzarsi di raggiungerla se non si ha la voglia di cercarla. Per quanto riguarda i dodecasillabi rintracciati da 8avio, mi sembra che qui si vada dal novenario all’endecasillabo, senza sconfinare nelle dodici sillabe (stai più attento).
    Concludo con un giudizio generale sui contenuti e su quello che, tra metrica, musicalità ed il resto, ne è uscito fuori. Suona, soprattutto nella parte finale, come un indovinello da “pagina della Sfinge” de “La settimana enigmistica”. E ho detto tutto.

  8. francescaprea · · Rispondi

    l’esperto provenzalista ha forse dimenticato che la nostra tradizione ha le sue radici nella poesia occitana( si dice che Uc de sant Circ abbia provveduto alla sistemazione storico-lettereria (divorzio dall’oralità e passaggio al testo scritto) della tradizione occitana presso la corte di Ezzelino da romano,signore della marca trevigiana, e che questi abbia incontrato presso la sua corte Federico II di svevia avvicinantosi,in tal modo, alla poesia d’oltralpe,è possibile che federico abbia ricevuto in dono,in quell’occasione,un canzoniere,del resto la traduzione fatta da Giacomo da lentini in Madonna dir vo voglio di una canzone attribuita a Folquet de Marselha, che apre il canzoniere vaticano latino 3793, presuppone un lavoro poetico condotto su un testo scritto non una ripresa a memoria dopo l’esecuzione di un giullare)
    Allora chi ha inventato il sonetto? giacomo da lentini.
    sulla scia di quale tradizione? quella occitana
    Come ho già detto il nuovo va costruito sul già fatto ma apportandovi delle innovazioni.
    Il sonetto non è la brutta copia di ciò che i provenzali avevano già compiuto( visto che non lo conoscevano affatto), è ciò che è scaturito di nuovo dalla nostra tradizione,essendo essa un’originale ripresa di quella occitana e avendo le sue basi proprio in quella.
    Dire che un componimento non appartiene ad una tradizione specifica perchè non usato nella lingua natia sarebbe come dire che il sonetto, poichè nasce in italia, non possa essere maneggiato da altre lingue o tradizioni( vedi sonetti di shakspeare)
    E se “fosse stata una mera scelta di lingua avrebbero composto nel latino che tanto andava di moda a quei tempi”
    Forse l’esperto tuttologo trascura che l’uso di una lingua(e parlo soprattutto del passaggio latino-lingue romanze) non dipende solo da meri effetti fonici, ma è il rispecchio di un’intera situazione storico-sociale(che non sto troppo a spiegare)
    In merito al mio componinento non ho bisogno di dire altro rispetto a quanto già detto nei commenti precedenti. in ogni caso sottolineo: era che un semplice divertissement, con qualche punta di provocazione.

  9. LVDC (il cui vero nome è Aristarco) x f.aprea · · Rispondi

    Hai fatto una confusione pazzesca. A parte il fatto che in futuro ti consiglio di rileggere sempre quello che scrivi (e parlo dei commenti e non delle “poesie”), perché è davvero difficile seguire il flusso dei tuoi ragionamenti. E premetto anche che non mi propugno esperto provenzalista, perché, per far bene certe cose, basta veramente poco. O comunque non meno di quanto tanti si propugnano “poeti” e “scrittori” al giorno d’oggi.
    Sempre dato per certo che sia stato Jacopo da Lentini ad inventare materialmente il sonetto (cosa che lascia molto scontenta buona parte della critica storiografico-letteraria italiana), non vedo cosa possa c’entrare nell’ambito della querelle in questione l’esempio di Shakespeare. Shakespeare, come te del resto (e il Bardo mi perdoni per l’accostamento), potrà scrivere come gli parrà, nella lingua che preferirà e facendo del sonetto quello che vorrà: l’importante è che nessuno si azzardi a commentarlo dicendo “leggo qui un testo degno degli stilnovisti” o chissà cos’altro.
    Tornando al discorso della lingua, poiché gentilmente mi hai esposto questo disastroso excursus sulla storia della poesia medievale, ti ricordo che Sordello da Goito, sicuramente il più importante trovatore ITALIANO (e nessuno l’ha mai definito provenzale), guarda caso, scriveva in lingua d’oc. Forse si pose il problema di non costringere la sua lingua madre, tra l’altro dai tratti ancora poco definiti, in una forma metrica che male si sarebbe sposata con essa?
    Potrei continuare per ore analizzando i buchi della storiella che hai raccontato (direi che è questo intruglio telenovelesco tra Giacomo da Lentini, Federico II, Uc de Saint Circ e Folquet di Marsiglia il vero divertissement della giornata), ma non voglio scocciare altrimenti. Ah, a proposito, il divertissement… dovrebbero divertirsi anche i lettori e non solo gli autori. E poi complimenti per la punta di provocazione nascosta così bene tra le righe che non si è avvertita.

  10. deusexmachina · · Rispondi

    troppi commenti superflui
    troppe parole
    troppe parole di troppo
    ma questo è un blog di poesia?
    scusate, non me n’ero accorto
    in effetti
    straripano concettoni e cavolfiori a iosa
    infondati
    scopiazzati
    pure male
    non meditati-maturati a fondo
    ohibò
    credo d’esser d’accordo con lvdc
    “un testo degno dei trovatori provenzali per atmosfera vicenda e lingua” non direi proprio
    non direi affatto
    8avio, hai fumato? bevuto?

    eppur la chiamano pòiesis…

    desolation, oh!

  11. non avevo fumato nè bevuto quando ho scritto il commento, semplicemente, ero stato a fare anticamera assieme all’autrice del pezzo all’esame di Filologia medievale sui Trovatori, il pensiero è andato lì inevitabilmente.
    E’ il lettore a scriver quel che vuole nella poesia ed a collocarla nel giardino dei poeti vicino a chi più gli piace!

  12. Aristarco wrote:
    >Potrei continuare per ore analizzando i buchi della storiella […] ma non voglio scocciare altrimenti

    No, no. Scoccia pure.

  13. p.s.
    aiutatemi perché non mi ci raccapezzo più. F.A. non dice cose sbagliate, no!, e Aristarco ha scritto un papiello (e poi un altro) su un commento di Ottavio che fa un’associazione (per motivi diversi) solo per contestare la struttura della poesia (che a me, alla faccia di tutti, piace), poi viene il deusexmachina che bolla i gestori di questo sito come scopiazzatori da strapazzo con un gusto masochistico per i cavoli bolliti…bah…

  14. LVDC (il cui vero nome è Aristarco) · · Rispondi

    Ah, allora vi ho inquadrato, finalmente! Siete i classici “autori” senza né arte né parte che, dopo aver scoperto Kafka, cominciano a scrivere raccontini metaforici, fino a quando non leggono Dante, e scriveranno poesie in terzine, poi gli capiterà tra le mani un romanzo di garcìa marquez e diventeranno lievemente surreali (o realisti magici, se preferite), poi daranno per caso uno sguardo ai trovatori, e cominceranno a comporre sulla scia provenzale. Non si tratta di “nuovo costruito sul già fatto ma apportandovi un’innovazione”, bensì di un continuo “tentativo di emulazione scopiazzato spudoratamente sul già fatto”. Devo ammettere che il tarlo nel cervello al riguardo già ce l’avevo da un bel po’. Ora ne sono sicuro.
    P.S. (piccola precisazione): 8avio, hai ragionissima, riguardo al fatto che è “il lettore a scriver quel che vuole nella poesia ed a collocarla nel giardino dei poeti vicino a chi più gli piace”, però stiamo bene attenti a chi ci si fa entrare, in questo giardino di poeti, altrimenti gli ospiti millenari (e secolari, e decennali) del posto potrebbero rimanere disgustati da chi gli viene messo al fianco.
    P.S.2: cb, mi piace da morire come argomenti le tue teorie e le tue confutazioni. F.A. non scrive cose sbagliate (e la spiegazione di quest’affermazione è affidata ad un “no” reiterato poco dopo). E Aristarco (io) non ha scritto assolutamente un papiello SOLO per contestare la struttura della poesia.
    In conclusione, l’intervento risolutore di questo deus ex machina sul palcoscenico della nostra querelle ci voleva proprio: mi ha fatto capire che se qui sono l’unico contro cui si schierano sempre tutti e per la semplice ragione che siete tutti di parte, intenti a difendere le vostre scopiazzature. Bonne dimanche!

  15. guarda che io sono dalla tua parte, Aristarco. Quindi un alleato, in questo covo di deprezzatori della Lett…ehm…non son degno di nominarla, ce l’hai. Non a caso i tuoi commenti non mi annoiano, anzi, nel commento precedente al “p.s.” ti invito a confutare la “storiella”, così da poter migliorare la mia sicuramente inefficace conoscenza di certe materie. E nel p.s. non ho affatto scritto che hai scritto solo per contestare la poesia, bensì, in un accenno di filologia, o di fisica meccanica, ricercavo la causa del tuo intervento (definito, forse errando “papiello”)e la ritrovavo, la causa, nel primo commento ottavino in cui, Ottavio, contesta sottilmente la struttura del componimento apreano definendolo, tuttavia, apparentato per dinamiche psichiche ad uno scenario paraoccitanico: associazione che, l’autrice (che sottolinea il suo divertimento nell’aver scritto questo sonetto), ha tranquillamente ignorato, tu, Aristarco, no. Tuttavia, Aristarco, la tua facilità, direi quasi leggerezza, nel bollarmi come ‘scopiazzatore’ che segue il flusso delle proprie letture pagina dopo pagina, nel bollarci, anzi, come tali: forse lo fai solo per mostrarci i nostri errori, e per questo sei lodevole, ma un maestro non deve solamente deridere i ragazzetti che vede camuffarsi da teatresi per la strada. Oltretutto, per quel che riguarda il mio p.s. e il mio argomentare, nell’incipit è ben chiara la confusione dello scrivente, che in ragione di questo chiede aiuto, ricevendo, invece, una risata. Mi astengo per il momento da esprimere giudizi su LVDC, perché non ne faccio a cuor leggero, attendo una risposta che prosegua un thread dignitoso: accanto agli insulti, che ci stanno, Aristarco illuminami sugli errori filologici della storiella che su alcuni libri di Letteratura italiana è riportata.

  16. marcaragno · · Rispondi

    A volte mi chiedo se non siano tutti la stessa persona, cioè quelli che scrivono, che commentano, che litigano, che starnazzano, che si rispondono, che si azzuffano, che si difendono, che si tradiscono etc
    Sarebbe una folle – e per questo geniale – pochade.
    Come il più divino dei lettori(-spettatori), mi godo lo spettacolo dall’alto.

  17. LVDC (il cui vero nome è Aristarco) · · Rispondi

    Ok, proviamo a stabilire questo “thread dignitoso”, questa “pochade” pseudo-intellettualoide. Per farlo, accantono momentaneamente in un angolino le mie idee sulla “scopiazzatura” e mi concentro su ciò che interessa il buon CB (tanto, ormai, siamo diventati tutti delle sigle), ossia quella che poc’anzi ho definito “storiella”. Più si va indietro nella storia e più le fonti diminuiscono. Basti pensare alla pur florida tradizione ittita o sumera: a testimoniarla poche documentazioni, per lo più successive (e si parla di secoli dopo, non di mesi). Allora avviene che in più d’un occasione ci si domandi (giusto per dirne una): e se “alea iacta est” fosse stata soltanto una frase inventata da Svetonio, magari per creare pathos, nel suo “De vita Caesarum” (tant’è vero che Giulio Cesare non la utilizza mai nemmeno nel suo “De bello civili”), mentre ancora oggi non c’è documentario su Cesare o discorso a lui inerente che non porti a pronunciarla? E se il celebre “Obbedisco” proferito da Garibaldi fosse stato soltanto l’invenzione di qualche biografo fin troppo enfatico? Basti pensare alla costruzione a posteriori che gli storiografi alquanto mitologici latini hanno fatto dei primi secoli di Roma. E allora sorge (almeno a chi non prende per oro colato tutto quello che legge, che ascolta, che sente dire) il dubbio che tante “storielle” tuttora ripetute a cantilena nelle scuole e nelle università siano state inventate ad arte da chi di quelle storielle aveva bisogno per darsi un’importanza. La pur tramandata da più fonti telenovela tra Uc de Saint Circ, Federico II e Jacopo da Lentini (alias Brooke, Ridge ed Eric Forrester) mi sa tanto di storiella, poco documentata com’è. E, soprattutto, nulla dimostra che il signor Giacomo avesse “inventato” il sonetto (“invenzione” che da più parti gli è attribuita, ma da altrettante gli è negata) traendo spunto proprio dalla tradizione occitana; e non sembra una prova il fatto che Federico II, di cui Jacopo era il “notaro”, avesse casualmente (e probabilmente) conosciuto Uc de Saint Circ (o chiunque altro al posto suo) mentre si trovava in visita da Ezzelino da Romano. Con questo non è detto che sia come dico io, assolutamente. Magari avrò anche torto. Ma sta di fatto che la sig.na Aprea avrebbe potuto preoccuparsi di dare una maggiore strutturazione al suo raccontino che, invece, così com’è, appare lacunoso e male spiegato. E che, soprattutto, la “storiella”, seppure fosse fondata (ma ne dubito), non dimostrerebbe un bel niente, riguardo alla discussione improntata sulla canso trobadorica e sulla tradizione provenzale (a cui, grosso modo, Uc de Saint Circ, per quanto ne sappia, appartiene molto ma molto marginalmente).

  18. MARCARAGNO, MI UNISCO A TE.
    DA SPETTATRICE…

  19. LVDC (il cui vero nome è Aristarco) x Anonimo · · Rispondi

    Ti ringraziamo vivamente per averci fatto presente la tua partecipazione da “spettatrice”. Senza questa notizia non avremmo potuto continuare. Grazie infinite.

  20. ok, direi di terminarla qui: tanto, di nuovo non s’è aggiunto nulla, di dimostrazioni filologiche manco a parlarne, le fonti sono, appunto, miraggi nel deserto, e traralallallà. Se invece Aristarco è disponibile, volentieri riprendesse il discorso ‘scopiazzatura’. Grazie, buoni proseguimenti alieni

  21. LVDC (il cui vero nome è Aristarco) x Anonimo · · Rispondi

    Cb, ma, fammi capire… che ti aspettavi? Che elencassi una lunga e perversa sequela di titoli, testi che magari avresti poi reperito e confrontato con quelli in tuo possesso? O che, certosinamente, ti citassi passo passo tutti gli interventi dei maggiori filologi al riguardo? Dimostrazioni filologiche, come le chiami tu, non esistono: è insito nella natura stessa della Filologia, arte puramente disquisitoria animata non solo dalla comparazione di fonti, ma anche e soprattutto dalla conoscenza (e dalle tesi) dei filologi. La storia è del tutto slegata dalla filologia. Qui si discuteva non del reale significato della produzione di Uc de Saint Circ, né tantomeno della poetica di Giacomo da Lentini. Bensì al centro della polemica c’era la presunta influenza che il primo avrebbe potuto avere sul secondo, con connesso, dunque, un ipotetico precedente del sonetto italiano ravvisabile nelle canzoni trobadoriche (un rapporto di causa-effetto, individuato dall’Aprea sulla scorta di chissà quale seminario universitario, che, a mio avviso, non sussiste per niente). E’ del tutto fuori luogo la tua vistosa nota di delusione, condita dall’invito a ritornare a parlare di “scopiazzature”, come per liquidarmi. Sull’ars scopiazzandi c’è poco da aggiungere: esiste e, purtroppo, è una malattia di cui è affetta buona parte della generazione “letteraria” moderna.

  22. LVDC (il cui vero nome è Aristarco) · · Rispondi

    Continuo ad indirizzare a un anonimo inesistente queste mie risposte.

  23. deusexmachina · · Rispondi

    lvdc, forse volevi dire “buona parte della de-generazione letteraria moderna!”
    :-)

  24. TI RIFERISCI A ME, LVDC?

  25. LVDC (il cui vero nome è Aristarco) · · Rispondi

    Caro Illustre Anonimo, mi fai ridere: anonimo puoi essere tu e chiunque altro. Semplicemente, come ho tenuto a precisare, per sbaglio, ho continuato ad indirizzare a te (o chissà qual’altro Anonimo), le mie risposte, mentre soltanto la prima era rivolta a te. Per deusexmachina: il prefisso “de-” era implicito nella virgolettatura dell’aggettivo “letteraria”. Scopro con piacere che ci troviamo d’accordo nel dire che il virus degli autori moderni (e qui non è necessaria virgolettatura, in quanto autore è anche chi scrive un tema a scuola) è l’epigonismo represso, nonché l’ipertrofia produttiva.

  26. Filippo Ansieri · · Rispondi

    Occorrono i nomi freschi della moderna degenerazione letteraria…
    Per quanto riguarda l’ipertrofia produttiva: è un leitmotiv dei bacchettoni, quello di criticare uno scrittore che è in grado di scrivere un romanzo all’anno. Però sarebbe interessante, in questo posto che sa di muffa, se proseguiste sulla moderna de-generazione letteraria, e parlaste di autori moderni.

  27. LVDC (il cui vero nome è Aristarco) · · Rispondi

    Non si tratta di criticare chi riesce a scrivere un romanzo all’anno (che, poi, guarda caso, raramente si erge al di sopra della media). Altrimenti non si spiegherebbe perché gente come Manzoni, Dante, Musil, Joyce abbiano dedicato tutta la loro vita a scrivere una o poche più altre grandi opere. E, comunque, quando parlo d’ipertrofia produttiva non mi riferisco agli scrittori che riescono a scrivere un romanzo all’anno. Bensì ai moderni poetastri da strapazzo che Internet ha avuto la “colpa” di far proliferare: persone che in preda alla malattia dalessiana pretendono di trarre un qualcosa da ogni più minimale esperienza arricchisca le loro vite. Persone che, ad ogni autore che scoprono, pretendono d’imitarlo. Persone che non possono nemmeno uscire di casa a fare la spesa, che dedicano poesiole e raccontini ai negri che fanno i parcheggiatori o alla società consumistica. A questo mi riferivo parlando d’ipertrofia produttiva.
    Parlare di autori moderni, e con questo mi ricollego alla seconda parte del tuo commento, è difficile, poiché sono davvero pochi quelli che meritano menzione: ed è certo poi che librucoli come “Il codice Da Vinci”, “Gomorra” (ed ora, su questo titolo, si solleveranno critiche a più non posso) o “La solitudine dei numeri primi” primeggino nelle librerie. Naturalmente, è anche una negligenza da parte dello standard medio dei lettori.

  28. Perché sarebbe una colpa la superfetazione poetica in internet? E quale danno fa chi esce di casa e ritorna con una poesia in testa? Quali sono gli autori moderni affetti da epigonismo represso? Insomma, qualche nome, così, davvero, per capire a chi e di cosa stai parlando: il riferimento a quelli che di casa escono e tornano con una poesia in testa mi fa pensare più alla blogosfera diaristica, che ai blog che si propongono come esperienza letteraria presa in considerazione dalla grossa Editoria.
    Proliferano anche i librucoli, ma, al di là di quelli che dalla torre butti giù, Aristarco, chi salveresti?
    A me, di buoni libri usciti negli ultimi anni ne vengono in mente alcuni, soprattutto italiani. Faccio, per quel che mi riguarda, un unico nome: Valerio Evangelisti, autore formidabile di romanzi, saggista lucissimo e direttore d’una rivista eccezionale.

  29. marcaragno · · Rispondi

    Aggiungo un altro esempio nato proprio da internet: Wu Ming.

  30. LVDC (il cui vero nome è Aristarco) · · Rispondi

    Caro CB, io, è vero, butto molti giù dalla torre. Ma, col mio discorso, assolutamente non intendo dire che internet è tutto immondizia. Anzi, per me blog come questo sono molto utili (al di là della sua denominazione) per instaurare un confronto culturale, che può essere particolarmente acceso, come lo fu a suo tempo la discussione inerente le elezioni politiche, o spassionato come in altri casi. Ho fatto riferimento ad internet come simbolo dell’ipertrofia produttiva dei nostri giorni.
    Autori moderni affetti da epigonismo represso ce ne sono tanti: e su questo sito ce n’è una bella carrellata. Vuoi sapere chi salverei degli autori contemporanei (o quasi contemporanei) dal salto della torre? Presto detto: in Italia sicuramente Umberto Eco, Edoardo Sanguineti, Indro Montanelli e forse Andrea Camilleri. All’estero l’elenco è lungo, da José Saramago a Gabriel Garcìa Marquez, da Charles Bukowski a Gunter Grass, da Tom Wolfe a Bret Easton Ellis. Alcuni, come Irvine Welsh e Chuck Palahniuk, hanno ben più di una cosa da salvare. Sono soltanto dei nomi, poiché me li hai chiesti: sicuramente non sono gli unici e sicuramente più di uno ha scritto, nell’arco della sua carriera, almeno qualcosa di salvabile. E, comunque, basterebbe anticipare il termine iniziale di qualche decennio e l’elenco si allargherebbe di parecchio. O vuoi qualche titolo uscito negli ultimi 2-3 anni da salvare?

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