La casa

Di Marco Aragno

La casa galleggia nel buio. Non so da quanto siamo qui, io e mio fratello. Ad ogni parola che pronunciamo, l’altro dimentica l’immagine che segue. Dimentichiamo facilmente, per la pochezza della luce. Per questo dormiamo sempre allo stesso lato del letto e al risveglio ci cerchiamo con le mani, ci tastiamo la faccia a vicenda. Eppure somigliamo sempre di più, siamo quasi uguali ormai, anche se non ricordiamo quanto eravamo diversi prima d’ora.

Abbiamo compiti precisi da assolvere ogni giorno. Dobbiamo controllare che tutti gli infissi siano chiusi, tutte le porte sigillate a dovere, e che dalla soffitta non provengano rumori di fondo.
Ad ogni imprevisto, poi, dobbiamo organizzarci in perfetta sincronia e stare sempre all’erta.
A volte, per esempio, nel silenzio del sonno si sente esplodere una lampadina e dobbiamo montarne una nuova, con l’aiuto di una vecchia scala di legno. Io mantengo la scala e mio fratello sale per minuti, a volte ore, fino a raggiungere la presa e sostituire la lampadina fulminata.
Altre volte invece le pareti tremano e a svegliarci è un boato esterno, simile ad una sirena d’allarme. Proviene da fuori a ritmi regolari, e a quel suono dobbiamo mettere i chiavistelli, accatastare masserizie davanti agli ingressi e alle porte principali.
A turno, durante quello che sembra il giorno, ci tocca infine montare la guardia sulle soglie della casa, sorvegliare il buio alle finestre. Accade allora che un lampo, un esplosione improvvisa di magnesio ci stupisca ancora. A volte invece è un sogno di fosfori ad ingannarci, come fossimo in una grotta, prossimi alla superficie, con qualche uscita traforata nel mezzo.
Un tempo, quando c’era il ricordo del fuoco, lanciavamo dalla finestra un bengala per capire cosa c’era intorno al primo rumore, al primo sospetto di una presenza. S’intravedevano altre cose, altre abitazioni con finestre squadrate e tetti esagonali.
Poi nulla.
Ma capivamo che in qualcosa di simile dovevamo essere pure noi. Così avevamo la speranza che un’ombra, una sagoma simile alla nostra rimbalzasse nella casa, desse un segno.
Io non so se occorra un abracadabra, una nuova intesa con le cose per uscire da qui. Forse ormai non ci interessa più di tanto perché non ricordiamo, in fondo, cosa ci fosse prima di tutto questo. Forse è sempre stato così. Continuiamo a ripetere la nostra immagine negli specchi, per la durata di luce che la scorta di lampadine ancora ci garantisce.
In questo preciso istante cerchiamo di risparmiare corrente, teniamo accesa solo la stanza dove ci troviamo ad ascoltare, seduti in cerchio, i fruscii di una vecchia radio.
Il resto delle stanze dorme in un silenzio minerale, diventa preda del buio.
Sopra di noi il soffitto pare allungarsi e la lampadina è fioca. Non abbiamo molto da opporre all’oscurità.
Con calma, come fosse l’ultima abitudine, recitiamo i nostri nomi.

Un commento

  1. atmosfera da day after, quasi rasenta il thriller (non tanto per il genere in sè quanto per la sensazione provocata nel lettore). Ancora qui, come ultimo avamposto (probabile o impossibile non è dato sapere), i gesti del “chiamare” “ripetere” “battezzare”.
    La collocherei come necessario prefatio a “Omegapsi”.

    AnnaR.

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