Notturno(alla luna)

Senza titolo-1

di Ottavio Sellitti

Il muro del palazzo uno schermo, migliore del cinema chiuso, le auto il proiettore, si muovono nel bianco sporco le ombre dei lampioni spenti per l’ora tarda, spenti per risparmio.
___Oltre il muro del palazzo i panni stesi a prender l’umido notturno dicono:”persone”, una casa, quindi persone che dormono probabilmente e tantissimi oggetti, davvero più che le persone, una quantità impensabile e francamente esagerata, solo il comò ne conterrà nella quantità di svariate centinaia, soprammobili, lampade(spente) centrini ricamati, argenteria, polvere, documenti(carte), tovaglie lenzuola coperte stoffe del corredo strette nelle proprie pieghe da mesi, anni, usate, poco, nelle “occasioni”.
___Un’altra auto disegna una nuova scena, la casa è nella periferia della città, il traffico è scarso e le scene sono quelle di un film lento, estremamente introspettivo, il traffico è scarso e quando arriva viene annunciato da inquietanti urli di pneumatici su asfalto, le sgommate, le frenate agli incroci, il botto, aspettato, arriva a volte. I fari molto potenti dell’auto molto nuova stampano un episodio nuovo, un racconto che si racconta oltre i vetri poco appannati ed oltre i vetri poco appannati lo sussurra alla Luna, ormai questa è molte dita contate su labbra successiva a quella che ha ascoltato l’inizio del racconto, ma sembra comunque ascoltare attenta, almeno ora che è piena. Sa di avere poco tempo, poche notti per poche altre parole e poi non avrà più l’occhio ad ascoltarlo, sa che dovrà dire le storie alla falce e non concluderle, pena il non ritorno della luna, distilla la suspance nelle sue parole prima del buio.
___Il buio è la telefonata della luna che non verrà all’appuntamento, allora da quella notte inventa continuazioni che sono conclusioni e ri-inizi, li inventa guardando le scene stampate dalle auto sotto le stelle e guardando i disegni delle stelle. Le nuove storie per questo cominciano sempre piene di animali o di antichi miti che per lui sono greci, potrebbe un giorno imparare quelli che i cinesi hanno visto nel cielo brillante, rimpiange le storie e le immagini che non sono sfuggite agli spagnoli in terra sudamericana o agli usurpatori americani in terra pellerossa.
___Una volta il racconto per una rapida successione di auto(davano loro il movimento) partì nelle tante ombre slanciate, una foresta, un bosco, magari sacro a qualche dio minore non seduto sull’olimpo, nella penombra la corsa non era di due gambe ma di quattro zampe, era una piccola orsa, con un occhio fermo a nord, scappava tra cespugli, crepacci e alberi dal fusto rugoso pieno di muschio nella parte ruotata di un quarto di giro dal suo occhio.
___La fuga era accompagnata da una rincorsa, non di quattro zampe ma di due gambe, gambe un po’ umane un po’ figlie del dio del mare, Orione a grandi passi le era dietro, e davanti a lui l’orsa era un unico fascio di muscoli tesi al massimo per non divenire da inseguita preda e da preda trofeo, come era successo al leone di Nerea, copertura della schiena muscolosa di Eracle. Per quanto però i suoi muscoli si tendessero era sempre minore la distanza fra la spada mortale e la sua carne, le sue zampe erano il doppio di quelle dell’inseguitore ma l’inseguitore era un Uomo, era un Uomo e un figlio di un Dio, e come spesso accadeva gli uomini-figli-di-un-dio non avevano mota cura della natura e delle sue leggi, alcuni li chiamano miracoli, parlando di Orione si tratta di violenza, violenza concessa fino al limite della tracotanza, della ybris.
___Quando la fuga dell’orsa era ostacolata da un albero o da una roccia o una fonte l’animale doveva fare deviazioni lunghe e faticose, Orione alle sue spalle sfasciava gli alberi e disgregava le rupi, con il suo correre semidivino spezzava i ruscelli e disseccava le pozze, il suo andare avanti era innaturale, era una linea retta tesa ostinata verso l’animale.
___Nei boschi della Beozia si apriva così una ferita netta e profonda dagli angoli acuminati aperti fra boschi più antichi dei Titani, la terra, liberata nuda era bruciata dal sole e infertile per i secoli a venire, le montagne cui venivano inferti tagli nelle rocce franavano a valle travolgendo le fattezze di Gea, che avevano innamorato Urano quando fu generato Crono, le Ninfe poste a presidio dal proprio padre alle fonti sacre nulla potevano contro il proprio fratello, non concepivano il fratricidio, guardavano asciugarsi goccia a goccia le loro sedi e le loro lacrime non valevano a ricrearle.
___L’Olimpo tutto guardava con preoccupazione al disastro che un capriccio di mortale portava nella terra immortale, molte erano le proteste presentate a Zeus, padre degli dei e degli uomini, e ogni protesta si poteva contare ruga sulla sua fronte.
___Orione era ormai a un passo dalla preda e il suo braccio possente della forza di uomo e di figlio di dio rapido aveva reciso sette peli del pelo fulvo della bestia con la sua lama portatrice di morte quando Zeus ascoltò il dolore di sua figlia Artemide e vide nei suoi occhi quelli di Latona che partorì su un’isola fuggendo anche la terra, Zeus adunatore di nubi concesse con un cenno a sua figlia la vendetta.
___Artemide scoccò la freccia dall’arco teso e la freccia veloce giunse in Beozia ed era diventata un’orsa, la madre della preda, l’amore materno si mostrò come odio feroce e i denti si mostrarono zanne affamate, Orione si accasciò a terra, con le carni dilaniate, i muscoli forti sfilacciati, il sangue divino a insozzare la terra, il cuore fermo e l’orrore ancora vivo nei suoi occhi, orrore di chi comprende tardi la colpa per il pentimento. Quella piccola orsa era sacra ad Artemide, nemmeno ai figli degli dei è concesso peccare contro gli dei.
___Il ragazzo sentiva l’attenzione e l’apprensione della Luna in cielo, quando la spada stava per uccidere la bestia aveva visto la Luna sparire per il dolore, e presto aveva fatto giustiziare Orione per timore che la sua ascoltatrice per lo sdegno non volesse più tornare.
___Orione giustiziato era finito anche lui in cielo come le due orse, era finito anche nell’aula della scuola argomento di una lezione, i ragazzi non lo degnavano d’attenzione, i ragazzi fra i banchi pensavano ai loro amori ed alle loro gioie, non capivano che anche Orione era gioia ed amore e potevano trovare in altri amori e gioie il loro stesso amore, la loro stessa gioia.
___Uno solo lo aveva capito e la notte ripeteva le storie alla Luna che amava, amava un po’ perché dona un po’ perché lo ascoltava, così attenta, senza commenti o richieste, fidandosi del suo narrare, sorridendo, spesso, o restando sorpresa spalancando la bocca o il suo occhio tondo, le prime volte restava male quando il sorriso diveniva sottile e splendente, e racchiudeva tutta la luce in un filo d’argento. Restava male perché la notte dopo il sorriso era sparito, era irrimediabilmente svanito e lui a sgolarsi, a urlare alle stelle, al buio ma la luna era sparita la luna, nel momento di massima gioia era sparita e lo lasciava tremante di aspettativa in ginocchio a pensare al sorriso sottile che temeva non sarebbe più tornato.
___Quando la speranza era ormai divenuta nulla e si era rassegnato a ricostruire la storie non alla Luna ma al suo cuore muto ecco una notte accadeva che la Luna tornava e si mostrava con lo stesso sorriso, splendido aspetto, sopra i palazzi illuminati a sprazzi da tardivi lavoratori o stanchi guardatori di vita altrui alla TV.
___Era una festa poter riprendere quel sorriso per mano e portarlo nelle proprie storie che la Luna di nuovo ascoltava e al contempo farsi raccontare dalla Luna la sua storia. Perché la Luna sapeva tutto, lo sapeva perché lo aveva visto, in tanti giri notturni aveva sbirciato e capito molte cose e molte ne raccontava al ragazzo alterando i propri contorni con nuvole o stormi di uccelli e il ragazzo annuiva e continuava i suoi propri racconti, che mai, proprio perché suoi, la Luna aveva visto e ogni volta allargava la propria bocca e spalancava ancora il proprio occhio alle parole mai udite e mai pronunciate che ascoltava dire al ragazzo, poi ancora sorrideva, poi ancora spariva e il buio era sul ragazzo che, come fosse un voto alla sua amata, passava la sua assenza a immaginare nuove parole per la bianca luna, disdegnando il Sole ormai e il mondo che si stendeva nella luce gialla diurna, attendeva il tramonto, odiava l’alba.

Un commento

  1. Spesso sono spiazzanti le immagini che crei dal nulla, accostandole fino a farle combaciare in maniera perfetta con altre appartenenti a campi semantici completamente diversi.

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