Il ciccione

di Marco Aragno

Vi ucciderei tutti’ pensai. Erano fastidiosi come insetti.
Fuori dal locale si gelava, ma dentro faceva un caldo soffocante. Colpa del condizionatore.

Un tipo vicino al bancone, un omone ben vestito, sghignazzava e batteva le mani sul marmo per attirare l’attenzione di una ragazza bionda, indicando di tanto in tanto un cerotto sul naso.
Raccontava a voce alta – Guarda della Mercedes non me ne frega proprio. La lascio dove capita, pure sul marciapiede. Ma quel pomeriggio arriva lampeggiando un cazzone con una Fiat Uno. Scende dall’auto e alza la voce. Mica può scendere e dirmi cosa devo fare? Quando mi vede arrivare già deve farsi da parte. Così sono sceso, l’ho preso per la camicia e gli ho spaccato la testa dentro il finestrino dell’auto. Una scheggia del cazzo mi ha graffiato il naso! Ti rendi conto? –
La ragazza bionda portava i capelli perfettamente raccolti da un fermaglio d’argento. Masticava un chewing-gum e starnazzava ad ogni battuta del racconto con una fastidiosa vocetta nasale.
Io me ne stavo seduto in un angolo, a un tavolino, e studiavo le sue reazioni, spostando di tanto in tanto lo sguardo sulla mia tazza bianca.
Il caffè si era fatto freddo e non mi decidevo a berlo.

Una comitiva rumorosa, di soli ragazzi, si spostò dal bancone e si sedette sul tavolino di fianco al mio per ordinare, chiamando il cameriere con un fischio.
Uno di loro, una palla di grasso sudata, urtò goffamente il piede del mio tavolo e fece schizzare il caffè fuori dalla tazza.
– Prendo questa sedia, mica è occupata? – mi fece il ciccione e mi mostrò uno sguardo sornione, che a malapena usciva dalle gote rubiconde. Io annuii fingendo un sorriso.
Mi faceva schifo.
Non pensavo che in quella massa di lardo calda, che grondava sudore, potesse muoversi uno scheletro.
Quelle poche parole che aveva biascicato tra le labbra sembravano uscire stanche, rimpicciolite.
Il ciccione prese posto e cercò di infilarsi inutilmente tra i suoi compagni, che stavano già dettando al cameriere le ordinazioni: tre long island ed una coca -cola. Il ciccione non beveva alcolici.

– Mi ha fatto un succhiotto sul collo che mi è rimasto per una settimana! – Diceva il più alto della compagnia, che se ne stava sulla sedia di plastica con il suo bel cappotto di marca, esponendo orgogliosamente il segno delle labbra che ancora s’intravedeva sul collo, sopra il colletto della camicia.
– Dai, ma lo sanno tutti che è una troia. Io già me la sono scopata e tu ti fai fare ancora i succhiotti? – replicava un tipo rossiccio, che indossava dei calzoni di velluto attillati, con un viso lentigginoso ed una fisionomia da ebreo.
Lo riuscivo a inquadrare meglio degli altri, stando seduto proprio di fronte a lui.
– Che cazzo vai raccontando? Rosso, sei un bugiardo. Con la Rosetta non ci hai mai combinato nulla! Ti starai ancora a scopare la bambola di gomma che ti abbiamo regalato ai tuoi diciott’anni! –
E gli altri due componenti proruppero in una fragorosa risata, battendo l’anello che portavano all’indice sul vetro del tavolo.
Il ciccione sorrideva silenziosamente e si nascondeva dentro la sua enorme massa gelatinosa. Forse era vergine.
Strizzò gli occhi per un attimo e fece colare dalle tempie una goccia di sudore,
ma il ragazzo alto e bruno che aveva avviato la conversazione non lo degnò di uno sguardo.
E Il Rosso, urlando – Me la sono fatta sul serio! Che cazzo ne sai tu?
E quello alto – See see, come no. Ti conosco come le mie tasche, ormai… –
Il Rosso, indispettito, replicò alzando ancor di più la voce – Ma se mi sono preso il numero del cellulare davanti ai tuoi occhi! Due sabati fa ci sono uscito quando sei andato a Roma, qualcosa deve essere successo, no? –
E l’altro componente, un biondino di bell’aspetto con una barba rasa, curata, un sorriso bianchissimo che troneggiava sopra la sua sciarpetta di chasmere, si inserì nella conversazione sfottendo – Sì! deve essere successo che ti ha dato buca e sei tornato a casa a farti le seghe!  –
Il ciccione continuava a non parlare, a stare zitto, a schiacciarsi dentro il suo pullover verde come una tartaruga.
Il biondo, calcando la mano – E Rosetta con le scarpe che porti ai piedi non ti filerebbe mai! Ma dove te le vai comprando? –
Il Rosso con un gesto di stizza esclamò – Sono cazzi miei! –
Ma il biondo, con tutta calma, si accese una sigaretta, e aspirando la prima boccata disse – Vieni con me domani, no? Te le faccio comprare io le scarpe buone…-
E poi, rivolgendosi a tutti – …domani vado in negozio… Tengo pure un conto di mille euro da chiudere e ancora devo dire niente a pa’. Se il vecchio non sgancia sarò costretto a vendere erba all’università per una settimana. –
– Tu non farti beccare a vendere erba. Gira un sacco di polizia in questi giorni. Se ti scoprono, ti rompono il culo. Comunque non posso domani, sto all’università fino a tardi – Disse il ragazzo rossiccio ostentando, nonostante il commento dell’amico, i suoi costosi stivaletti con le tomaie di camoscio.
Quello alto, rigirando la cannuccia del bicchiere in bocca, biascicò – Ma che ci vai a fare all’università? Tanto l’esame te lo prendi lo stesso. Tuo padre infila la bustarella nella tasca del professore e ti levi il pensiero… –
Il Rosso replicò come se recitasse un copione scritto – Sì, ma devo almeno farmi prendere le presenze, altrimenti, fosse per me, me ne starei a dormire a casa –
Quello alto sputò la cannuccia sul tavolo e si rivolse al biondo – Ti accompagno io a prendere le scarpe al negozio. Devi muoverti però, dopo tengo da fare… –
Vedevo il ciccione che ascoltava pazientemente con la lattina fredda di coca-cola sulle ginocchia, nascondendosi le scarpe di gomma sotto il tavolino.

Nel frattempo la coppia al bancone se ne stava uscendo dal locale. L’energumeno barcollava da perfetto ubriaco.
– Tu aspetta qui, vado a pre…prendere la macchina al parcheggio, non voglio che prendi freddo! – disse fissando la ragazza bionda con aria idiota. Pensava di fare una gentilezza.
La ragazza assentì con un sorriso, piegando il capo sulla spalla ed esibendo il chewing-gum tra i denti bianchi.

– Andiamo va’ che mi sono rotto i coglioni. Altrimenti al locale chiudono le liste e non ci fanno entrare più. Siamo abbastanza fatti per goderci la serata! Uuuuh – Fece il ragazzo alto agganciandosi l’ultimo bottone del cappotto.
Gli altri componenti si alzarono di scatto, come se obbedissero ad un ordine perentorio o avessero fatto tutti lo stesso pensiero, nello stesso istante.
Solo il ciccione faticò a capire e s’alzò con qualche difficoltà sollevandosi con le sue mani grasse, di cui non distinguevo le dita, sopra i braccioli della sedia.
Puzzava di sudore e s’asciugava il naso con i due pollici. S’accodò dietro i compagni e uscì dalla porta principale.
Attraverso i vetri vidi il gruppetto allontanarsi sul primo marciapiede per attraversare, ridendo di non so cosa.

Il bar finalmente si svuotò. S’impose intorno un piacevole silenzio. C’era solo la ragazza bionda che era in attesa di scorgere dal vetro della porta il muso della Mercedes.
Ero io, finalmente. Ero solo. Il bancone deserto. Il tavolo di fronte a me libero.
Guardai la mia tazza di caffé ancora intatto. Feci un sorso: era freddo. Lo sentivo scendere sul palato, per la gola.
Contrassi il viso in una smorfia di disgusto.
D’improvviso udii il rumore di una sterzata, uno schianto secco e poi un mezzo rantolo. La ragazza bionda emise un grido di stupore, indistinto.
Mi voltai alla finestra, verso il buio della strada, illuminato appena dall’insegna luminosa del bar.
Cercai di mettere a fuoco. Un nugolo di persone si dispose in cerchio intorno a qualcosa, diceva di chiamare un’ ambulanza.
Appena uno di loro si spostò con le gambe riconobbi il cofano ammaccato di una Mercedes. Gli anabbaglianti illuminavano un corpo accasciato  sulle strisce pedonali.
Era la palla di lardo, annegata in una pozza di sangue.

Così inutile, così grande.

5 commenti

  1. Raffaele Brio · · Rispondi

    Un bel racconto. Ci sarà una continuazione??

  2. marcaragno · · Rispondi

    Caro Raffaele, ti ringrazio. Intendi una continuazione al racconto o una continuazione alla mia attività di ‘narratore’? Ti dico subito questo è stato un racconto scritto un anno fa e, insieme ad un altro paio di cose, è l’unica cosa in prosa che ho scritto.

    Marco

  3. Raffaele Brio · · Rispondi

    Ciao Marcaragno, ti ricommento per chiederti solo se ci sarà una continuazione del racconto che mi è piaciuto.

  4. marcaragno · · Rispondi

    No, Raffaele. Anche perché col ciccione morto sull’asfalto è finito il mondo. Almeno quello del racconto.

  5. Raffaele Brio · · Rispondi

    Va bene anche se mi dispiace perchè è stato un bel racconto.

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