notturna

di francesca aprea

I martiri del rigetto
misconosciuti
trainati appena, affatto
dall’andante di turno
dall’andato percorso a caso
trascinati fiacchi
su rive scoscese
un tempo amate, poi deserte
schifate, urlate, maledette
una desolazione che prosciuga
pure le lacrime,
che più non scavano
le fosse dell’occhio,
consumate, ignorate dalle rughe roche
della faccia a tratti pietosa,
indegna, supplichevole
e cedono le braccia ansianti
di amanti concessi, desiderosi
o ingannevoli, lontani
lo sguardo irrigidito, rimproveroso
è fuso sconosciuto.
Miserevole la corteccia
che frastaglia la faglia
pelle secca, copertura d’ossa
scheletro tumulato nel muro
come Rea da viva
deplorevole, abominevole il corpo
scomposto, deteriorato
dal verme
che affamato gravida
e cresce il vomito di bile verdognola
petrolio a prezzo stracciato
costa la vita molto meno
del carburante per motore,
costa ancor meno il ghigno inaspettato
appeso agli spigoli della faccia.
Ed è bastato voltarsi verso
lo specchio, una volta
per vedersi soli
e vomitare cibo tracannato appena
e vomitare bile, ancora
davanti ad uno specchio
davanti a sé.
Abbassa il volto cieco viaggiatore
cerca sé lontano
e cerca sé come cercare un raro
porto beato
una radura dove riposare
il fiato
e non saluta chi resta
si volta a chi lo trattiene
per il polso, ammaestrato
e percorre i mari
e scala i monti
che più non ha gambe
e più non ha cuore
e si cruccia per rimpianto
e smorfia il viso
e si dice: cos’è cambiato?

8 commenti

  1. Giovanna · · Rispondi

    Curiosamente -devo ammetterlo- son venuta qui a leggere altro di Suo.
    Immagino questa non sia una poesia di diletto, giusto?
    Eppure l’ho trovata proterva e “rimbombante” (non ridondante, chiarendo), a tratti “fauvista”. Sicuramente fredda e distante. E quando si accostano certi argomenti bisogna fare i conti con l’ispirazione e la non-ispirazione.
    Riassumendo: mi ha colpito molto di più la poesiola.
    Ma, riprendendo il discorso ispirazione-non/ispirazione, cosa L’ha spinta a scrivere di cio? Mi piacerebbe saperlo.
    La seguirò ancora.

    Giovanna

  2. francescaprea · · Rispondi

    ha ben immaginato…questa non è una poesiola, non è scritta per diletto,ma per esigenza, il che mi sembra già una risposta esauriente. Volendo essere più chiara devo necessariamente tornare sull’argomento ispirazione: le parole sono state, in quella notte, vomitate dal mio stomaco(forse in preda all’alcool), senza bisogno d’esser controllate. La mia unica responsabilità è quella di averle messe su carta. è probabile che lei mi giudichi come una specie di invasata,e che non sia affatto concorde con il mio pensiero, ma, mi creda, la distanza che lei ha sentito nei versi è forse l’esatto contrario di ciò che sento. Questa poesia la sento mia più di qualunque altra. Il rimbombo è l’eco di questi pensieri senza ordine che mi affollano la testa senza lasciarmi un attimo di quiete, e battono, e battono ancora, senza tregua. Non è questo un incontro, eccessivo forse, non lo metto in dubbio, di vita e poesia?
    Sulla “proterva” non so che dire,beh,il tono è di certo brutale, dissacratorio, devastante, ma sul protervo ho qualche dubbio, anzi la cosa mi lascia perplessa, e dispiaciuta e il naso mi si storce in un’ espressione che ha tutto di amaro.
    cosa mi ha spinto a scrivere cio? beh le potrei rispondere per intere pagine, ma volendo riassumere, si tratta probabilmente di una particolare disposizione dell’animo al momento della composizione, si tratta di quella sensazione di solitudine, di schifume, mi rabbia, di desolazione che provo io passeggiando su questa landa che non ode le mie urla e io, allora, urlo ancora fino a perdere la voce, pur sapendo che nulla cambierà, che la mia voce sarà forse per sempre inascoltata.
    Ora che la poesia possa o meno esserle piaciuta, è di certo una questione di gusto. Anche se le confesso, il suo commento mi ha solleticato una certa curiosità al punto da chiederle se il rimbombo dei miei versi sia davvero così inascoltabile o se lei non intende ascoltare?
    Spero di essere stata chiara e non troppo proterva.
    francesca aprea

  3. marcaragno · · Rispondi

    Mi permetto di intervenire per allargare il dibattito: quello che non mi piace di questa poesia è proprio il ritmo compulsivo, l’ingorgo verbale. Lo sfogo ‘vomitato’. Tutti – secondo me – possiamo ‘sfogarci’ in questo modo. Per questo anche io ho gradito più la ‘poesiola’ che ha un suo ordine, una sua ‘durata’. Qui, più che il tratto fauvista, ci vedo una scrittura automatica che abolisce la coscienza per ascoltare liberamente la frenetica dettatura dell’inconscio.

    Marco.

  4. francescaprea · · Rispondi

    caro marco, ordine e durata non sono che la faccia ipocrita di chi vuole stare al gioco del miglior offerente, della migliore offereta, e compro e vendo animo e sorriso, amarezza e rimpianto, io voglio urlare, voglio mordere, voglio scalciare, forse non hai sentito…..urlo ascolta, urlo ancora ascolta!!!!! non sono felice e contenta a tutti i costi,l’amarezza è forte, ma come sempre con te si parla di forma,e non di sentimenti investiti. Questa è la mia voce, si è la voce del mio inconscio e mi aiuti a dire di ispirazione, ed è la voce che voglio sentire, la più intima, la più primordiale. Evidentemente abbiamo un concetto di poesia assolutamente contrastante.
    mi rammarica, che tu, sempre così attento alle assononze, alle allitterazioni non abbia notato la musica dell’animo, il tono furente dei vesi iniziali e quello dimesso e rammarico degli ultimi.
    ED io ho ancora cuore, ho ancora gambe, ho ancora voce….
    e se vuoi accontetati di comprare “la forma a cuor leggero” e di saltellare intonando due versicoli con in mezzo “il cielo è blu e la vita è bella”,beh, fallo pure, ognuno sceglie la propria strada!
    Ma se proprio vogliamo parlare di forma,allora vi affianchiamo il concetto di onestà. Che questa poesia sia uno sfogo inconscio è solo una parte della verità: la mente del poeta è sempre divisa dall’uomo che soffre: essa è il filo di platino che amministra la reazione chimica tra diversi elementi. In questo caso gli elementi sono i sentimenti, non per forza strettamente legati alla situazione della scrittura, essi sono una nebulosa attraverso cui l’occhio visionario fa da aggregatore, e la visione, come io credo sia in questa poesia, rappresenta ciò che di più nero e profondo è nell’animo.
    ora credo questa sia una poesia onesta, espressa secondo un certa forma:non ho usato un canale naif, ma una certa modulazione di suoni e immagini complicati a esprimere delle idee. Musica e visione sono separate, ma allo stesso tempo battono all’unisono. A questo tipo di immagine, di senso corrisponde questa forma, questa scrittura, questo verso. Con questo non intendo dire essa sia perfetta, io stessa l’ho rivista e la rivedo di momento in momento, ma l’esplosione creativa, nonostante sia esplosione, non per questo è priva di lima e archetto: l’esempio di Blake ne è testimone.
    francesca

  5. marcaragno · · Rispondi

    Francesca, quando scrivo un commento, tengo sempre a precisare il ‘secondo me’, proprio a sottolineare la relatività della mia opinione.
    Non ne ho fatto una sola questione di forma(che ha, nella poesia, anche una sua dignità). E, leggendo i miei testi, ti sarai accorta che, oltre la forma, c’è – almeno nelle intenzioni – anche l’ispirazione. Occhei stai gridando, ma non mi piace come lo fai. Sì, hai ragione quando dici che abbiamo idee piuttosto inconciliabili di intendere la poesia. Non per questo confliggenti: qualunque siano gli esiti, cerco e cercherò sempre il confronto. Per me la poesia può anche essere ‘il cielo è blu, la vita è bella’ purché non sia espressa in maniera banale e scontata. Nella tua ‘poesiola’ io ho ritrovato dei sentimenti universali, mi sono identificato. Qui avverto una soluzione solipsistica, aggravata da un linguaggio ridondante(…so che l’effetto è voluto). I sentimenti poetici sono gli stessi da Omero fino ad oggi: cambiano solo i modi, i linguaggi e le poesie che restano davvero sono quelle che rappresentano l’universalizzabile. Sempre secondo me.

    Marco.

  6. Maria Rosaria Castaldo · · Rispondi

    Chi urla gran dolore sente

  7. francesca · · Rispondi

    cara signora,(ex) suocera, che scrive per mano del figlio,(ex)fidanzato,ma parla di propria bocca,la ringrazio per l’intervento smussa-polemiche. Mi ero riproposta di non rispondere in merito a questioni che oramai, per me, hanno poco più che meno d’un briciolo di senso, ma per lei farò un’eccezione.
    La sua frase picchia forte più d’un martello. Non c’è peggiore cosa che fingere di non sentire il proprio dolore, e questo lei, con la sua frase, me lo insegna. Di certo sarò incapace nello scrivere poesia( “non sono un poeta”,non mi sento un poeta), di certo il mio vomito fa tanto grande getto da sporcarle bagno e abiti, di certo non sarò neppure “donna di casa”, di certo mi mordicchio le dita dalla rabbia, di certo sarò una solitaria che s’ascolta, di certo urlo come una fossennata spaventando i poveri bambini innocenti abituati alla favola, di certo so poco o meno del verso e della forma(?), di certo la regola mi disturba e tanto e tanto altro,ancora, potrei dirle….ma resterò qui a farle ascoltare il mio urlo modulato dalla mia voce, se a lei piacerà ascoltarlo, se non le sembrerà troppo stridulo.
    Non siamo forse,nel dolore, dei comunisti ?
    le pare la mia soluzione una passaggiata solitaria nel bosco?
    francesca

  8. Maria Rosaria Castaldo · · Rispondi

    Sai, Francesca, non ho mai capito molto di politica perché, in fondo, non me ne sono mai interessata, non l’ho mai vissuta…forse solo subita. Però, la tua domanda, Non siamo forse, nel dolore, dei comunisti?, mi ha colpito molto. Ho riflettuto, poi ho pensato: hai ragione, sai, hai ragione. Il dolore appartiene a tutti…e tutti apparteniamo al dolore. Guai ci sono in ogni casa, in ogni famiglia: alla tavola dell’operaio come a quella del notaio. E no, non penso la tua sia una passeggiata solitaria: la notte è buia per tutti, ne siamo tutti pellegrini. Un sogno ricorrente: io che corro, che corro, corro, corro, per strade in salita, in discesa, male illuminate, anche nei sogni non sto ferma un momento, come se il dolore volesse farsi ricordare anche mentre, finalmente, riposo. Ma il tuo dolore, se pur diverso dal mio, perché ognuno soffre il proprio male, e di conseguenza urla, anche tra le pareti di casa, il tuo dolore, dicevo, credo sia comune al mio nella radice, nel nodo che ti stringe la gola e non ti fa parlare. Perciò, anche volendo, non sei solitaria nel bosco. Chi era quel poeta che era perso…?…Dante, sì sì, Dante…vedi, stiamo tutti laggiù. Ma, figlia mia, c’è sempre Dio. Rivolgiti a Lui e non temere: ti ascolterà…non abbandonare la fede. E non pensare a chi dice che la poesia è brutta e non dire che non sei poeta…forza e coraggio!…sii forte, che riuscirai nel tuo intento. Un abbraccio

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