paesaggio bucolico

di francesca aprea

Ascolta nel silenzio il cinguettare degli uccelli
disturbato dallo sfrecciare di motori,
metropolitano,
pareva un ubicato isolato, immerso,
circondato dal verde
(un idillio bucolico, arcadico)
un misero spazio di pace nel caos cittadino
Da qui si vede il mare
è a due passi
eppure è troppo lo sforzo per compierli (quei due passi)
Non aveva mai toccato il mare.
Da qui, di sera, giunge un odore
di concime naturale
(escrementi di vacche)
la fattoria è giusto di fianco
Distenditi sull’erba, tra le cavallette
e le formiche.
Guarda lassù il cielo azzurro.
Fissa negli occhi il calabrone, non temere
di esserne punto: diverrà compagno fedele.
Fissa negli occhi il sole: non ne resterai accecato.
Riposa in questa valle
(a volte basta così poco….)

Non fuggire il corso naturale delle cose.

14 commenti

  1. marcaragno · · Rispondi

    Si muove lungo un crinale di precari equilibri, sospesa com’è tra retorica(il tema trito e ritrito della campagna vs città)e lirica. Eppure certi effusivismi un po’ di maniera vengono addomesticati da una limpidezza formale e da un tono colloquiale – apprezzato l’uso del deittico – che riscattano il testo da ogni deriva retorica. Quel ‘cinguettare degli uccelli’ ha tutta l’aria di un incipit ironico, autodissacrante. Calibrato pure l’uso delle assonanze e delle allitterazioni.
    Ho l’impressione che ci hai lavorato bene qui sopra. E mi fa piacere, Francesca, davvero. Continua così.

    P.s. Avrei staccato le strofe dopo il primo punto.

  2. francesca · · Rispondi

    Caro marco,
    mi piacerebbe dirti che il tuo commento ha colto nel segno, ma mi pare evidente, da autrice, che il punto di vista si sia spostato al di là dall’originale(volontario, o inconscio che sia) obiettivo di stesura.
    Credo sia necessario, al fine di una più esauriente chiarezza, mostrare la genesi del testo, che ad esser sinceri ha una natura del tutto casuale. Prende il suo avvio in una mite serata di fine luglio, dall’affaccio al balcone di casa mia( sita in via posillipo), si può ben capire quindi che il testo è scritto di getto, senza alcun rimaneggiamento successivo, per cui ciò che consideri lavorato,elaborato retoricamente è ritmo naturale( forse banale,non so). Le assonanze, le allitterazioni, l’uso del deittico e perchè no, anche ciò che che indichi come effusivismi un pò di maniera( che tuttavia fatico ad individuare)sono scaturiti da un suono interiore di siciuro poco “di maniera”. Ho sopra indicato il mio ubicato per mostrarti con serenità l’assenza assoluta della dicotomia retorica o lirica che sia tra città e campagna.In verità, e l’ambientazione ne è testimonianza, non ho mai sentito come avversione i due ambiti, credo possa esistere uno spazio di campagna immerso nella città, credo anche che l’aiula verde tra un marciapiede e l’altro non stoni affatto e non, soprattutto, crei alcuna forma di contrasto. Gli equilibri della poesia sono sereni, forse,come dici,precari, ma dimmi marco non è forse tutto in uno stato di precarietà? non è forse anche al serenità( oltre al posto di lavoro,chiaramente, non c’è che dire!!)precaria?
    Ti ringrazio per il commento, ma ti invito a prestare maggiore attenzione a miei scritti di levatura più consistente e non sempre(anche se comunque gradito)a testi scritti per diletto.
    Come sai, non sarei io ad insegnartelo, si scrive dei ritmi del tempo e di cucurucucù…
    Al prossimo confronto….fa

  3. marcaragno · · Rispondi

    Francesca,
    Inanzitutto sgombriamo il campo dagli equivoci: la tua poesia mi è piaciuta, come avrai capito. Quando parlo di effusivismi intendo per esemepio il ‘distendersi tra cicale e formiche’ o ‘l’odore di concime naturale’. Ma -e lo ripeto- non stonano all’interno del componimento.
    Per quanto riguarda le assonanze e le allitterazioni che obbediscono ad una musica interiore e del tutto spontanea, poco cambia se hai scritto il testo di getto o ci hai lavorato su in un secondo momento: il lavoro lo hai fatto prima, attraverso letture e ‘colture’ che ti hanno dato una consapevolezza ritmico-metrica. Non sono assolutamente i versi di una sprovveduta a digiuno di versi ed autori.
    Infine il contrasto(o confronto) città-campagna è ampiamente abusato in letteratura. Che tu ne abbia dato una lettura risolutiva più che contrastiva fa parte della tua poesia e della tua visione, ma puzza un po’ di retorica. Nel tuo caso – e ripeto anche questo- il peso della retorica è pienamente alleggerito dalla freschezza dei versi e dell’ispirazione. E poi sì, precari equilibri, e non l’ho assolutamente detto con saccenza o con una punta di ironia. La bellezza di un testo nasce proprio dall’organizzazione di una materia metastabile, dall’equilibrio di forze opposte. Qui c’è questo equilibrio e te ne rendo merito.

    p.s. Ma i testi scritti per delitto sarebbero questi?

  4. francesca · · Rispondi

    Sinceramente non avevo equivocato alcuna delle tue parole….le mie erano solo precisazioni, ho tentato di portare il lettore nel laboratorio di scrittura, nulla di più.
    In merito al mio bagaglio culturale, beh, ti posso assicurare, le mie letture sono poche, stentatate e confusionarie, non sono, rispetto a tanti, come suppongo anche rispetto a te, una divoratrice di carta, e questo di certo non può essere un merito. Una volta ho scritto di metafisica indiana, senza averne la minima consapevolezza, senza averne mai letto, ne sentito, sarà ignoranza la mia, non so, so solo che è quello che mi accade, so che è così.
    Sul tema città-campagna beh in verità il problema sta in origine, nel fatto che non costituisce alcun tema nella mia visione delle cose e il trito e ritrito non ho motivo di esistere. Condivido certo sulla freschezza dei versi e sull’ispirazione perchè proprio di questo si tratta, di ispirazione e non di abuso letterario.
    Qualora il lettore lo intendesse come retorico, trito o non so che, beh, non posso che dire che uno scrittore non è il padrone della sua opera, la lascia in eredità ai suoi destinatari.
    Il mio Marco non era un attacco, ma, ti ripeto, un confronto.

    P.s. questo è un testo per diletto, una poesiola.

  5. marcaragno · · Rispondi

    No, ma figurati Francesca. Ho avuto modo di confrontarmi con te ed è stato sempre molto piacevole ed interessante.
    Il mio, poi, resta sempre un parere personale, soggettivo, compreso il ‘retorico’ che vedo nei versi. Lungi da me tentazioni di onniscienza.
    La tua poesia mi è piaciuta. Punto.

  6. Mestruo · · Rispondi

    Precari equilibri…equilibri precari…versi belli…belli versi…ma c’è una parentesi nel primo commento dell’autrice dove si accenna al lavoro, alla sua precarietà…e l’altro commentatore si limita a parlare di forme e formine senza prendere spunto per criticare l’apparente disimpegno di questa ‘poesiola’ (a detta della Aprea). Non so, forse vi sparate troppe pippe e non pensate al pane da mettere sotto i denti! Bah! In ogni caso, mi piace la poesia…tuttavia, mi chiedo: cos’è che mi piace? E: cos’è che piace a Marcaragno? La forma: questa banalità? E l’autrice: dove voleva andare a parare con questa ispirazione?

    spero in una risposta, grazie

  7. marcaragno · · Rispondi

    Caro Mestruo,
    Mi atterrisce sentirti dire che la forma, in una poesia, è banalità. Corri il rischio di far rivoltare nella tomba Francesco De Sanctis e Paul Valéry(anche se non so quanto te ne possa importare). Forma e contenuto sono legati in un intreccio indissolubile, suono e senso: da lì non si scappa, almeno nella mia personale, se pur largamente condivisa, opinione.
    La poesia di Francesca mi piace tutta e la non considero una ‘poesiola’ a dispetto dell’autrice stessa. Immagini di largo respiro, freschezza, fluidità musicale. Mi sembra inutile elencare quello che mi piace smontando la poesia pezzo per pezzo. Anche perché odio l’approccio strutturalista.

    Prego.

  8. Mestruo…esiste il Buscofen…

  9. francesca · · Rispondi

    Caro Marco,
    in effetti il commento “sanguigno”di Mestruo mi ha lasciato riflettere.
    è vero che forma e contenuto sono parti non trascurabili di un testo poetico, nessuno lo nega.Il nostro caro amico, non credo, volesse intendere ciò. Il suo appunto mi sembra di più ampie vedute(perlomeno è ciò che spero) credo si riferisca alla mio ironico, sottile accenno alla precarietà attuale, quotidiana di vita e lavoro. Certo intentendevo aprire un nuovo spazio di discussione al di là dalla poesia, dalla sua più o meno discutibile bellezza, più o meno perfetta forma e retorica, provocazione che non hai, tu Marco, voluto o forse inteso cogliere, lasciando il discorso appiattirsi sul tema formale. Non è questa una polemica, in fondo qui si fa letteratura, e ognuno sceglie di farla a proprio modo,liberamente, secondo le proprie priorità e i propri interessi.
    Al caro signor Mestruo, credo che le caldane del ciclo gli abbiano offuscato la vista, questa poesia non è bella!
    Ad ogni modo, si, ci facciamo un pò di pippe mentali, certo, forse troppe, forse per non accorgerci d’essere dei superficiali.
    dove volevo andare a parare con quest’ ispirazione? beh, questa è una risposta che non posso darti io, di certo.
    Sai cos’è l’ispirazione? una cosa che si ode. A dispetto di quanto si dica, non avrei potuto scrivere in modo diverso da come ho fatto, ho solo ascoltato.
    fa

  10. marcaragno · · Rispondi

    Ma francesca io non ho voluto che il discorso si appattisse sull’aspetto formale. Che nel mio commento alla tua poesia abbia preso in considerazione gli aspetti formali non significa che non sia recettivo di fronte ad un testo e non riesca ad emozionarmi.
    Quella di mestruo è per me una provocazione ben accolta. Non mi sembra di essere stato sgarbato né polemico nella mia risposta.

  11. Giovanna · · Rispondi

    Già, questa poesia – per me, ma anche per Lei, Francesca – non è bella!
    Soprattutto porta in sè così tanta confusione che davvero si vede sia stata “buttata lì così”.
    Ma poi:
    1. Cos’è il bello?
    1.1 E chi decide cosa o come si fa letteratura?
    1.2 Inoltre, siamo sicuri che l’ispirazione “s’ode”?

    Sulla forma lascio correre. Qui son sicura si cercasse altro.

    Piacere di averLa letta, Francesca
    Giovanna

  12. francescaprea · · Rispondi

    allora, innanzitutto non cercavo, non cerco per i miei testi un giudizio, ne mi sento di poterlo dare, qui non stiamo a discutere su chi o cosa decidere, la scelta mi è sempre parsa una questione d’adattamento. Suppongo che il mio concetto possa essere percepito come nebuloso, per certi tratti, ma sono certa che lei ben capirà le intenzioni del mio fare o meno poesia. In realtà non mi sento di dirle come o cosa sia la letteratura, ci sono saggi e scritti che, di scuro, hanno in merito una competenza maggiore della mia. Io, da persona comune, con le mie emozioni, il mio animo sensibile più o meno a certi argomenti o situazioni, faccio in versi quello che sono o che forse non sono affatto(ma questo è un discorso che ha a che fare più con l’essere e il non essere che con la poesia). Per quanto riguarda l’ispirazione poetica beh in verità la mia era una citazione da Nietzsche che condivido a pieno.
    La ringrazio per l’interesse mostrato e per i termini di confronto.
    alla prossima francesca aprea

  13. Giovanna wrote:
    > 1.1 E chi decide cosa o come si fa letteratura?

    Io.

  14. marcaragno · · Rispondi

    Giovanna, mi sembrano domande capitali alle quali, di volta in volta, hanno cercato di dare una risposta filosofi e scrittori(da Platone fino a noi in questo post…). Io ho solo un punto di riferimento al quale mi appello per capire cosa diavolo sto scrivendo: la la tradizione, che – qualora si volesse innovare o sperimetare – va cambiata dall’interno e mai assediata dall’esterno.

    Marco.

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