flashes e dediche 03-06

di Francesca Aprea

Caduta nel sonno: sonno diurno.

Riposa l’affanno dell’anima, divincolatosi dalla pressione del tempo.
Rifugge le rigidezza dell’arto fracassato, del verbo strozzato nella mutezza. Un rigurgito notturno.
Silenzio, forse balbettio: parole, poche, dette a stento.
Tra questa pioggia argentea di ricordi che sgorgano sulla pelle impermeabile, suona il don don d’una campana: il frastuono della mancanza.
Mancanza di presenza, mancanza di mancanze.
Brame psichiche di fisicità, fisiche di psichicità.

Guardando con i miei e attraverso i tuoi occhi la pietra levigata dall’acqua, battuta dall’onda che spumeggia e schizza il volto fino al risveglio: destino.
Alla visione del tramonto, dolce ambra d’orizzonti remoti: agognammo avvicinare le nostre labbra tremanti.
È l’eco: rimbomba la tua voce imbrigliata in catene d’ombra riflessa.

°°°

Lei indietreggiava, a piccoli passi. La retrocessione.
Torna a galla il rimosso. La superficie è piatta come una tavola. Ma le chiazze d’olio s’allargano a dismisura. Cerchi concentrici: il sasso lanciato nello stagno.
Il piede si storse per una caduta nel fosso. Indietreggiava. Lo sguardo curvo. Non si voltava.
Sentiva: le mani virili sul suo volto bambinesco. Non era tatto paterno.
Un tremolio e il capo scosso distolse. Indietreggiava.
Portava sul corpo ancora i segni dell’antica invadenza.

Il seme che l’aveva fecondata e resa sterile.

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