decrittura e somnum

di carlobrio

Non s’impatina il plombore via dalla mano sulla pagina bianca dove sgraffia segni più simili a cunei e a scritture parietali di origine remota destinate per caso a pochi passanti ritti davanti al muro, immobili per alcuni momenti, come in contemplazione, per una decifrazione che comporti lo schianto della pietra vergata e del petto e la mescolanza dei frammenti dall’una all’altra parte come uno stargate semplice. Il nomade cacciatore crolla il capo davanti al poema incomprensibile: incomprensibile non la sequenza dei segni a creare parole da pronunciare a voce simile ad una porta che s’apre difettosa o al distendersi d’un petalo nell’alba di una prateria, ma il segno stesso, l’incisione che ha scalfito la parete, l’escavazione è incomprensibile, non il resto cui basta applicare soltanto un poco di fantasia. Crolla il capo il nomade nudo ritto in piedi un poco imbarazzato dallo spazio tondo e ombroso dove sta ritto in piedi a petto nudo, crolla il capo e dorme, accucciato. Ma si chiama prigione il sonno e i suoi cunicoli. Prigione pari e quale al primo mondo che trapassa. È una menzogna la fuga, come Bach era un menzognero, è una menzogna la fuga, come un gatto che preda la propria coda, come uno staffile nella mano. Diversi avventurieri, nel numero di tre, tentarono la grande fuga, poi si spogliarono e dormirono, ma il pavimento era freddo della prigione, la luce sonnacchiosa per conciliare l’inganno del sonno. Se una muta di cobra fosse stata introdotta nella cella non ne avrebbero avuto paura, a ragione: i morsi dei cobra sarebbero stati giustificati dall’intento, a dispetto dell’effetto, poiché avrebbero desiderato solamente ricongiungersi al cobra che era nei petti degli uomini racchiuso.

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