Poeti del Secondo Novecento – Vittorio Sereni

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Si può non sentirsi a proprio agio nelle poesie di Sereni che, d’altronde, non vogliono che ci si senta a proprio agio e anzi introducono di continuo, quasi a ogni parola, un’incertezza angosciosa.

Franco Fortini

Vittorio Sereni nasce a Luino, sul Lago Maggiore, nel 1913. La terra natia e i paesaggi lacustri rimarranno centrali nella sua vita e riaffioreranno costantemente lungo l’arco del suo percorso poetico. Eppure la sua città di adozione è Milano, dove si laurea con un tesi su Gozzano e stringe legami con gli allievi del filosofo Antonio Banfi, tra i quali Antonia Pozzi e Luciano Anceschi. Dopo l’università si dedicherà all’insegnamento per molti anni prima di diventare dirigente della Mondadori. Quindi ancora una volta Milano, come per L.Erba, diventa il luogo di elezione per quei poeti che aderiscono alla linea lombarda e che si trovano ad interpretare la travagliata fase di transizione del secondo dopoguerra. Poeta di transizione, Sereni, e quindi anche poeta dell’incertezza radicale, dello sbandamento di un’intera generazione rialzatasi faticosamente sulle macerie della guerra e catapultata, senza soluzione di continuità, nell’era del consumo di massa.

Se Luciano Erba radicalizza tutto questo nell’interrogazione inevasa e nel fallimento di ogni proposito metafisico, Vittorio Sereni si sforza di ripristinare il dialogo dell’io con la storia. Questa nuova predisposizione dell’io poetante rispetto alla realtà comporterà ben presto il depotenziamento delle tensioni ermetiche all’interno di un linguaggio diaristico e colloquiale, molto più prossimo alla prosa e al parlato. Alla ‘poetica della parola’ che contrassegna la temperie dell’ermetismo fiorentino degli anni ’40, Sereni, insieme ai poeti lombardi, preferisce una più efficace ‘poetica dell’oggetto’, che aveva già avuto un fase di incubazione nel correlativo oggettivo montaliano e che in lui progredisce verso un dettato in re, disteso ed aperto, aderente alla sua collaudata formula di ‘fedeltà al tempo e alle circostanze vissute’.

Nella sua prima raccolta, Frontiera(1941), l’eredità ermetica è sicuramente presente, come testimonia la sopravvivenza del tema dell’ ‘assenza’ (siamo tutti sospesi/ad un tacito evento questo sera/entro quel raggio di torpediniera/che ci scruta poi gira se ne va da Terrazza). Tuttavia si tratta di un apprendistato già in fase di esaurimento, che non presagisce nessun sviluppo in senso metafisico-religioso. Nei suoi versi è già ben visibile, rispetto agli ermetici, l’abbassamento tonale e l’adesione concreta ai frammenti di vissuto, cioè agli ‘attimi’, come li definisce Sereni stesso, che lo collocano chiaramente in contiguità col Montale de Le Occasioni. Non deve trarre in inganno neanche il titolo della raccolta, di per sé carico di richiami ermetici e suscettibile di molteplici interpretazioni, tuttavia non necessariamente rinvianti a dimensioni ultramondane o accessi metafisici: la frontiera di cui parla Sereni è anzitutto Luino, la città di confine che separa la Lombardia dalla Svizzera; allo stesso tempo è la terra dell’ infanzia e il luogo della memoria. Così alla frontiera materiale si sovrappone quella ideale, che divide la giovinezza dalla maturità e che Sereni si accinge ad attraversare con il carico delle sue incertezze. L’idillica compostezza dei paesaggi lacustri e alpestri viene insidiata da presenze oscure, da un senso di disagio esistenziale (il lago un poco/ si ritira da noi, scopre una spiaggia/d’aride cose da Settembre) che percorre l’intima natura delle cose e irrompe con forza nel mondo del poeta. Metabolizzata negli anni universitari la fenomenologia di Banfi, la rottura dell’io con l’universo mitico dell’infanzia avviene attraverso lampi inattesi, come i treni che filano sul confine, il vento che soffia improvvisamente dagli anfratti, le barche che spuntano sulle acque del lago. Più che di epifanie rivelatrici, si tratta di ‘trasalimenti’, interruzioni di senso che dissolvono le illusioni della giovinezza e immettono il poeta in una condizione di perplessità. Ed è lungo quest’altro crinale tra certezza e incertezza che si inserisce il dialogo con i morti, la cui presenza è immanente, radicata nei luoghi e nel tempo (questo trepido vivere nei morti ). E’ un dialogo incessante che costella l’intera esperienza di Sereni segnando in maniera irrimediabile il suo rapporto con la parte ‘materna’ di sé. ‘Fedeltà ai morti’ significa quindi anche fedeltà votiva ai luoghi natali e al proprio passato. Sereni  stesso  vive il suo presente come una somma irrevocabile di attimi, una dimensione dell’ora che non può prescindere dal prima. Come nota Dante Isella, si ha la netta sensazione che ogni evento sia il risultato di esperienze diverse, che in un gioco di recuperi e rimandi si sovrappongono fino a generare una situazione presente.

Questa frattura col proprio passato non si esaurisce ma si problematizza nella seconda raccolta, Diario di Algeria(1947), che emancipa definitivamente il poeta dal mito protettivo dei luoghi d’infanzia e lo pone a diretto contatto con la storia. Da ‘viandante stupefatto’ Sereni si lascia alle spalle la giovinezza, ridotta ormai a fantasmagorica evanescenza (la giovinezza è tutta nella luce/ d’una città al tramonto…e quelle parvenze sui ponti/nel baleno dei fari da Periferia 1940), per avviarsi ad una guerra dagli esiti incerti. Leopardianamente la fine della giovinezza coincide con la fine di ogni speranza e il campo di battaglia su cui si misura lo scontro di Sereni col mondo è la realtà storica. Ma Diario di Algeria non è un resoconto cronachistico in versi, né tantomeno una romanzesca rielaborazione di fatti: è anzitutto ‘avventura storica dell’io’, un’avventura votata da subito al fallimento. Quella svalutazione del soggetto lirico che in Montale muove dalla crisi cosmico-spirituale qui prende le mosse da una crisi storico-esistenziale e la prigionia in Algeria e in Marocco, intorno alla quale ruota l’intera raccolta, è sia fisica che allegorica. Si tratta di una condizione di estraneità dal mondo, come la definisce Mengaldo, una situazione purgatoriale di non-vita destinata all’immobilità e alla ripetizione (non sanno d’essere morti/i morti come noi…ostinati ripetono la vita), che solo raramente è animata dall’arrivo dell’estate o dall’accensione saltuaria di visioni memoriali ed oniriche (come il ‘qualcuno’ che tocca la spalla in Non sa più nulla, è alto sulle ali). In perfetto accordo con questo spaesamento, dal suo vecchio stile Sereni espunge ogni residuo ermetico e approfondisce la contaminazione tra narrativa e poesia. I testi si strutturano ormai intorno a versi ipermetri, che accolgono l’orizzontalità della prosa senza smarrire però la tenuta verticale della lirica.

L’impossibilità dell’io di deviare il corso storico o di correggerlo genera un senso di colpa dai tratti kafkiani che percorre trasversalmente lo scheletro della successiva raccolta, Gli strumenti Umani(1965), una delle antologie liriche più significative del secondo dopoguerra. La terza tappa della vicenda sereniana conferma la conversione alla prosa, tanto che Franco Fortini ha parlato a buon diritto di romanzo psicologico in versi. Si può senz’altro dire che le resistenze di questa nuova raccolta a lasciarsi inquadrare nella metrica tradizionale stanno a significare il rifiuto di ogni certezza anche sul piano formale. In quegli anni di profondo cambiamento, che precedono immediatamente il ’68 e la contestazione giovanile, i poeti si sentono chiamati ad assumere un ruolo nella società e, dopo anni di isolamento, s’incaricano di portare i loro versi e la loro lingua nel magma del mondo. Tornato dalla guerra a Milano, Sereni compie questa scelta e costituendosi testimone del proprio tempo allarga lo sguardo allo sfondo storico-sociale degli anni ’50 e’60 (Una visita in fabbrica, Dall’Olanda:Amsterdam). L’incertezza sul proprio ruolo e sulla propria identità riassume in sé la crisi di un’intera società, uscita sconfitta dal disastro bellico e avviata all’era del neocapitalismo borghese. Si percepisce un senso di ritardo, di inappartenza del Sereni uomo rispetto alla contemporaneità (non lo amo il mio tempo, non lo amo), come se fosse fallita per sempre l’occasione del cambiamento e si prolungasse la condizione del prigioniero di guerra isolato dal mondo (Mengaldo). Questo complesso storico – vissuto come una condanna da espiare perennemente – si materializza nei fantasmi della colpa, per lo più doppi o immagini speculari di sé che imbrigliano l’io in una dinamica kafkiana di conflitti interiori (la rissa dura tuttora, a mio disdoro). Invece l’incontro dai risvolti ‘edipici’ col padre morto ne Il Muro segna inequivocabilmente la fine del rapporto con la parte femminile del mondo, cioè con la possibilità di regredire, nella finzione poetica, ad un guscio protettivo materno. La poesia, come osserva Gilberto Lonardi, offre quest’occasione di fuga, ma in Sereni un discorso ontologico col Femminile, come accade per esempio in Montale, non si costituisce mai. Il ‘tu’ sereniano è, per sua stessa ammissione, un ‘tu falsovero’, cioè un ‘tu’ che non promuove nessun percorso ascensionale dell’io verso un Altrove. In Sereni non c’è una Clizia dispensatrice di salvezza, un discorso angelologico attraverso il quale passino le istanze di riconciliazione dell’io con l’Essere. L’io resta incompleto, fermo da quest’altra parte. E anche in un altro testo come Nella neve si registra l’impossibilità di accedere a una nuova dimensione di senso che rompa la scorza del reale, invischiato sempre più nella ripetizione (duro si rifaceva il caro enigma). Così il dialogo con i morti nel testo che chiude la raccolta, La spiaggia, diventa un silenzio impenetrabile ed oscuro che non può essere rotto se non in un tempo utopico e inattingibile (zitti quelli al tuo voltarti/come niente fosse/…parleranno). A Sereni non resta che affidarsi agli ‘attimi’, ai lampi di gioia, ai momenti di amicizia e di amore (dunque ti prego non voltarti amore/e tu resta e difendici amicizia da Anni Dopo) e il ritorno ai luoghi nativi (ancora sulla strada di Zenna, Ancora sulla strada di Creva), altro tema centrale di questa raccolta, è solo l’occasione per tirare un bilancio su se stesso e sul proprio passato, per rituffarsi nelle proprie radici e nella parte ‘materna’ di sé.

L’ultima tappa di Sereni è Stella Variabile(1981). Il poeta approfondisce i temi della raccolta precedente giocando su alcune variazioni. Il poemetto Un posto di vacanza, che occupa buona parte dell’opera, oscilla tra il racconto autobiografico e la riflessione metapoetica: Sereni si interroga sul moto pendolare tra vita e poesia e il ‘no finale allo specchio ora uniforme ora immemore è il gesto di rifiuto della funzione narcisistica e consolatoria della poesia stessa’(Mengaldo). Sul piano stilistico l’autore perfeziona la fusione di narrazione e lirica entro un dettato sempre più franto e ricco di iterazioni, mentre sul piano tematico e contenutistico continua il dialogo con i propri fantasmi e la riflessione sull’io (Paura prima, Paura seconda, Altro posto di lavoro). Ma, a differenza di quanto avviene ne Gli Strumenti Umani, l’incontro con i propri doppi non diventa più occasione di conoscenza o speranza di rinnovamento, ma liquidazione definitiva di sé. Anche l’incontro con i morti come in Ogni volta che quasi perde la sua forza catartica e conoscitiva (a ritroso lungo la trafila/dei morti ci stravolge una mano). Infatti, benché in Niccolò sembri aprirsi lo sbiancante diaframma e ridursi la distanza tra i morti e i vivi (Resta dunque con me…come sai), in Autostrada della Cisa ogni speranza di incontro col padre morto e di dialogo con l’altra vita viene preclusa dai responsi oscuri della Sibilla: il poeta, con alle spalle il proprio passato, viene proiettato in un vuoto senza senso e le aspettative di un inveramento finale vengono deluse (non lo sospetti ancora/che di tutti i colori il più forte/il più indelebile/è il colore del vuoto). Così il rapporto antagonistico col mondo lascia sempre più spazio ad una rassegnata accettazione della propria condizione ‘che ha già il sapore di pre-morte’ (Mengaldo).

Vittorio Sereni morì nel 1983 per un aneurisma, a Milano, nella sua città di adozione. Non sappiamo se il colore dell’estate che si propaga lungo i tetti in Altro Compleanno presagisse davvero l’ingresso in una fase di superamento del nichilismo esistenziale a cui sembra approdare in via conclusiva la quarta raccolta. Sappiamo però che, al pari di altri grandi autori coevi come Montale o Luzi, la sua opera ha saputo farsi specchio dei tempi senza mai piegarsi ad una visione ipocritamente consolatoria della letteratura, ponendosi cioè in rapporto critico, di ‘dubbio sistematico’ col mondo e con la storia. Collocare Sereni tra i minori del nostro ‘900 sarebbe pertanto una svista imperdonabile. Come dimostra l’attaccamento delle nuove generazioni alla sua poesia, l’universo ideale e linguistico di Sereni appare oggigiorno straordinariamente attuale e, soprattutto, necessario.

Da: Frontiera

Inverno a Luino

Ti distendi e respiri nei colori,
nel golfo irrequieto,
nei cumuli di carbone irti al sole
sfavilla e s’abbandona
l’estremità del borgo.
Colgo il tuo cuore
se nell’alto silenzio mi commuove
un bisbiglio di gente per le strade.
Morto in tramonti nebbiosi d’altri cieli
sopravvivo alle tue sere celesti,
ai radi battelli del tardi
di luminarie fioriti.
Quando pieghi al sonno
e dài suoni di zoccoli e canzoni
e m’attardo smarrito ai tuoi bivi
m’accendi nel buio d’una piazza
una luce di calma, una vetrina.
Fuggirò quando il vento
investirà le tue rive;
sa la gente del porto quant’è vana
la difesa dei limpidi giorni.
Di notte il paese è frugato dai fari,
lo borda un’insonnia di fuochi
vaganti nella campagna,
un fioco tumulto di lontane
locomotive verso la frontiera.

Terrazza

Improvvisa ci coglie la sera.
Più non sai
dove il lago finisca;
un murmure soltanto
sfiora la nostra vita
sotto una pensile terrazza.
Siamo tutti sospesi
a un tacito evento questa sera
entro quel raggio di torpediniera
che ci scruta poi gira se ne va.

Strada di Zenna

Ci desteremo sul lago a un’infinita
navigazione. Ma ora
nell’estate impaziente
s’allontana la morte.
E pure con labile passo
c’incamminiamo su cinerei prati
per strade che rasentano l’Eliso.

Si muta
l’innumerevole riso;
è un broncio teso tra l’acqua
e le rive nel lagno
del vento tra stuoie tintinnanti.
Questa misura ha il silenzio
stupito a una nube di fumo
rimasta qua dall’impeto
che poco fa spezzava la frontiera.

Vedi sulla spiaggia abbandonata
turbinante la rena,
ci travolge la cenere dei giorni.
E attorno è l’esteso strazio
delle sirene salutanti nei porti
per chi resta nei sogni
di pallidi volti feroci,
nel rombo dell’acquazzone
che flagella le case.
Ma torneremo taciti a ogni approdo.
Non saremo che un suono
di volubili ore noi due
o forse brevi tonfi di remi
di malinconiche barche.

Voi morti non ci date mai quiete
e forse è vostro
il gemito che va tra le foglie
nell’ora che s’annuvola il Signore.

Settembre

Già l’òlea fragrante nei giardini
d’amarezza ci punge: il lago un poco
si ritira da noi, scopre una spiaggia,
d’aride cose,
di remi infranti, di reti strappate.
E il vento che illumina le vigne
già volge ai giorni fermi queste plaghe
d’una dubbiosa brulicante estate.

Nella morte già certa
cammineremo con più coraggio,
andremo a lento guado coi cani
nell’onda che rotola minuta.

Da: Diario d’Algeria

Non sa più nulla, è alto sulle ali

Non sa più nulla, è alto sulle ali
il primo caduto bocconi sulla spiaggia normanna.
Per questo qualcuno stanotte
mi toccava la spalla mormorando
di pregar per l’Europa
mentre la Nuova Armada
si presentava alle coste di Francia.

Ho risposto nel sonno: – E’ il vento,
il vento che fa musiche bizzarre.
Ma se tu fossi davvero
il primo caduto bocconi sulla spiaggia normanna
prega tu se lo puoi, io sono morto
alla guerra e alla pace.
Questa è la musica ora:
delle tende che sbattono sui pali.
Non è musica d’angeli, è la mia
sola musica e mi basta. –

Ahimè come ritorna

Ahimè come ritorna
sulla frondosa a mezzo luglio
collina d’Algeria
di te nell’alta erba riversa
non ingenua la voce
e nemmeno perversa
che l’afa lamenta
e la bocca feroce

ma rauca un poco e tenera soltanto…

Da Gli strumenti umani

Anni dopo

La splendida la delirante pioggia s’è quietata,
con le rade ci bacia ultime stille.
Ritornati all’aperto
amore m’è accanto e amicizia.
E quello, che fino a poco fa quasi implorava,
dall’abbuiato portico brusìo
romba alle spalle ora, rompe dal mio passato:
volti non mutati saranno, risaputi,
di vecchia aria in essi oggi rappresa.
Anche i nostri, fra quelli, di una volta?
Dunque ti prego non voltarti amore
e tu resta e difendici amicizia.

Le sei del mattino

Tutto, si sa, la morte dissigilla.
E infatti, tornavo,
malchiusa era la porta
appena accostato il battente.
E spento infatti ero da poco,
disfatto in poche ore.
Ma quello vidi che certo
non vedono i defunti:
la casa visitata dalla mia fresca morte,
solo un poco smarrita
calda ancora di me che più non ero,
spezzata la sbarra
inane il chiavistello
e grande un’aria e popolosa attorno
a me piccino nella morte,
i corsi l’uno dopo l’altro desti
di Milano dentro tutto quel vento.

La spiaggia

Sono andati via tutti –
blaterava la voce dentro il ricevitore.
E poi, saputa, – Non torneranno più -.

Ma oggi
su questo tratto di spiaggia mai prima visitato
quelle toppe solari… Segnali
di loro che partiti non erano affatto?
E zitti quelli al tuo voltarti, come niente fosse.

I morti non è quel che di giorno
in giorno va sprecato, ma quelle
toppe d’inesistenza, calce o cenere
pronte a farsi movimento e luce.

Non
dubitare, – m’investe della sua forza il mare –
parleranno.

Un commento

  1. Ciao Marco, mi spiace non averti incontrato a Roma! Sì ho conosciuto Anna, Stefania (Ameo), Maria Teresa, Raimondo, Francesca Pellegrins e Carlo (Crazydiamond). Grandi personalità, insomma.
    Capisco che ti appassioni il tema ma credo che il genere monografia ti appartenga meno: ho letto anche l’articolo sull’acceleratore del CERN, e lì dai il meglio di te stesso. Non che questo sia un un lavoro fatto con i piedi, intendiamoci. E’ una scheda completa e interessante ma tendi a “dire troppo”, come capita a chiunque sia MOLTO appassionato di una cosa (come se io dovessi scrivere di Zucchero).
    Per quanto riguarda Sereni non mi esprimo, per le ragioni che ormai conosci. Dico solo che mi fa piacere che qualcuno inizi a ricordare i post-montaliani, troppo “recentemente morti” per meritarsi le antologie.
    what a sadness, ciauz

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