Giuda Rothko, o delle perdite

Mark Rothko, Untitled (Black on Gray), 1969/1970.

di cb

Giuda Rothko era magro fino a sparire, ma era solo un’impressione, la sparizione, prima v’era la robustezza, la nervatura lignea, la muscolatura da cavallo ucraino, poi l’impressione, l’aria fantasmatica, il naso slavo che confondeva l’impressione, deviando l’aria e l’attenzione, così che tutto rimpiccioliva lui e il mondo ingigantiva come cipressi secolari, d’un verde loquace. Giuda Rothko andava fiero del suo nome perché era convinto che non era stato detto tutto. E una volta tutto detto, restava il silenzio, un gravidame ancora inesplorato. Allora il suo nome era un marchio, e i suoi baci, inevitabilmente, qualcosa di comico, da separarsi e sorridere a denti candidi, scuotendo un poco il capo, come a dire è uno scherzo, diverte, e va tutto bene. Va tutto bene? No, perché tutto non è mai tutto sotto controllo, neppure le grida di chi soffre d’incubi e si sveglia con la faccia di cera usata che evoca pietà. Pietà per i morti, i ceri rossi che illuminano le lapidi inamovibili. Esse inamovibili, non gli occupanti. Prima erano in terra, a marcire, sfaldarsi come obolo alla terra che tutto riprende, prima erano lì per lo sfasciamento meccanico, il dovuto dalla nascita a credito, poi, due operai, oramai insensibili alle funi sui calli, tirano su il rimanente dalla bara, a terra scoperchiata, ed espongono il resto del cadavere ai parenti, più spesso la sola figlia, o il figlio, che, come ultimo atto d’amore, sarebbe bello fosse amore e dovere d’amore, ripuliscono l’ossa con un panno imbevuto d’alcol portato da casa, tolgono via il lerciume e ripongono il restame su un carrello di ferro, quindi lo infilano in un loculo, chiudono a chiave insieme col marmo che reca le foto del rimpianto e vanno via. Il morto resta fino a che, dimenticato, sarà sfrattato per far posto a chi, fresco, ha acquistato il loculo. Marmi e cipressi restano, insieme al cielo.
Giuda, il suo amore era morto quando aveva saputo che partiva per l’America. Aveva scelto, per partire, un viaggio all’antica. Non la Siberia e il gelo, l’Europa. Di traverso l’Europa fino in Francia, dalla Francia in mare fino a N.Y. Lunghi il viaggio, i tempi, i capelli. Se lo guardate ora sono corti, ma è un’altra storia, un’altra ragione. Tutto cominciò dall’amore perché tutto da lì si muove. Lì dove? Ecco un punto per chi se l’è chiesto: rispondetevi. Tutto cominciò da Minsk, che non è in Ucraina, tutto cominciò dalla sua faccia, che tradiva le promesse del suo nome. È una storia d’amore, questa, né più né meno, dai geli ucraini a quelli americani, passando per notti europee ricordate a tempi di vodka. L’occhio di Giuda Rothko è fresco, prima era innamorato, cioè ancorato e divelto a tempo uguale: non credete a me, credete all’amore.

Un commento

  1. marcaragno · · Rispondi

    Apparentemente caotico, questo testo ha un modo straordinario di raccontare: accellera, frena, riprende, strappa, contunde. Mi piace anche il modo con cui ti rivolgi al lettore. Originale, senz’altro.

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