Scampata l’ennesima apocalisse

Di Marco Aragno

Ci siete tutti? Meno male. A detta di alcuni scienziati, c’era il rischio piuttosto serio di venire risucchiati nel giro di pochi giorni da un bucherello nero, il primo prodotto artificialmente da un esperimento del CERN di Ginevra. Pericolo passato. Sembra che l’acceleratore di particelle LHC stanotte non abbia dato problemi, e il bosone di Higgs, la principale particella indiziata, non abbia innescato nessuna bomba interplanetaria. L’esperimento, per non chi lo avesse ancora appreso dai telegiornali, dovrebbe riprodurre le condizioni originarie della materia al momento del Big Bang, quando tutto l’universo così come lo ammiriamo adesso era poco più che una brodaglia di particelle.

Quindi, salvo rigurgiti cosmici, non saranno gli scienziati del CERN i responsabili della fine del mondo. Almeno per adesso. Ma da tutta questa storia dal sapore millenaristico è interessante notare come nel duemila anche la fine del mondo si secolarizzi nell’immaginario collettivo, come cambino le cosmologie in chiave laica. Non ci sono più le trombe dell’Apocalisse, i paradisi e gli inferni, i giudizi universali, le benedizioni dell’ultima ora, i peccati da espiare prima della fine. Ma un orifizio galattico, forse la porta verso un universo parallelo gemello al nostro. Qualcosa di molto meno scenografico e molto più silenzioso, quindi. Anche perché questo enorme inghiottitoio, che per nostra fortuna non si è aperto, non avrebbe dovuto provocare particolari disagi fisici, ma piuttosto delle alterazioni della nostra coscienza spazio-temporale. Una sorta di nirvana, di sogno. Una fine semmai pure piacevole. Che sia oltre quel buco il vero paradiso perduto?
Ad ogni modo l’esperimento del CERN dovrà fornire un sacco di informazioni sull’evoluzione/espansione dell’universo e sulla materia oscura, che da sola rappresenterebbe circa il 95% dell’universo stesso. Una matassa di numeri e dati scientifici che impegneranno i cervelloni per mesi e mesi, tutti affannati alla ricerca dell’ultima, incontrovertibile verità. E noi? Noi continuiamo a vivere le nostre vite frenetiche, a svegliarci la mattina al sorgere del sole, a mangiare, bere, ad accendere la luce quando cala la notte. Per gli oracoli escatologici sul mondo e sul nostro destino non leggeremo più le stelle o le quartine di Nostradamus, ma ci rivolgeremo direttamente a loro, agli alchimisti dell’antimateria.  L’homo tecnologicus,  d’altronde, non è tanto diverso dai primi ominidi che popolarono la Terra. Si interroga sempre sul proprio futuro affidandosi al profeta di turno. Cambiano solo i nomi – e non i protagonisti – di questa immensa pantomima universale.

5 commenti

  1. Tutti vivi, meno male! Ma in quanti prima di qualche giorno fa sapevano che stavamo per essere ingoiati da qualcosa di molto nero e molto poco erotico che potrebbe far finire tutto questo giochetto chiamato mondo? A parte il web…dove siti di apocalissi e ‘cose strane’ abbondano come gli sketch di totò…penso che la maggior parte del mondo abbia stamattina condotto il solito trantràn per dimenticare di sapere dove si trova.

  2. marcaragno · · Rispondi

    Sì è vero. L’uomo vive da alienato. Ma ha bisogno di sicurezze, ha bisogno di verità/illusioni anche in un’epoca secolarizzata come la nostra. La scienza sopperisce a quella che una volta era la fede, almeno negli spazi che non sono più occupati dalla religione. Fornisce un ordine cosmico-razionale entro cui possiamo sentirci sicuri. C’è l’uomo, la terra che ruota intorno al sole, c’è la via Lattea, ci sono le galassie, il tempo, il big bang. C’è Dio. Sotto altre vesti, altri nomi. Ma sempre lui. E così possiamo continuare le nostre vite, nell’illusione che il mondo abbia davvero un senso.

  3. Ho pensato di utilizzare un nuovo post per la mia (non mia) risposta:

    Apologia dell’Apocalisse

  4. Giorgio Di Costanzo (Ischia) · · Rispondi

    Buon Giorno, Marcaragno. Solo oggi leggo il tuo commento del 10 settembre. Per me c’è l’uomo e la sua dignità, assieme a tutti gli esseri viventi, vegetali e minerali compresi. Non discuto dell’esistenza o meno di un dio qualsiasi. Proprio non mi interessa. Tutto quello che mi occorre è già dentro di me, basta tirarlo fuori. Ascoltavo l’omelia di un giovane prete al matrimonio di mia nipote, sabato scorso. Avrei voluto confortarlo, dare una speranza, uno sbocco alla sua angoscia. Era anche molto arrogante. Il tema era la “Croce”. Mi ha fatto tanta tenerezza. Sono andato a salutarlo dopo la cerimonia. Era conscio che i “fedeli” entrano in chiesa soltanto per funerali e qualche matrimonio. E loro debbono accontentarsi di stendere le mani sui ragazzini e farseli. E qualche beghina. Fuori dalla realtà e dalla vita di tutti i giorni. Ben pasciuti e senza preoccupazioni economiche… Ero in Seminario: lessi Nietzsche e d’Holbach, Lucrezio e Spinoza e fu tutta un’altra storia…

  5. marcaragno · · Rispondi

    Anche per me c’è l’uomo e la dignità di ogni cosa che ci circonda. Ogni corrente, ogni religione, ha cercato di riempire questa dignità di significati diversi. Senza spocchia, cito Goethe: l’uomo è un animale volto alla costruzione di senso. Penso sia proprio così.
    Io mi accontento di molto meno. Mi accontento di vivere. Non so quanto io sia necessario in questo mondo e non so se qualcuno mi pretende davvero.
    A volte mi arrampico alla filosofia, mi dico che l’oggetto non può prescindere dal soggetto, che il mondo non esiste senza di me etc ma cado nella trappola della logica e del pensiero, a volte infarcito di misticismo, altre volte di solipsismo. L’unica cosa che conta è l’esperienza. Il senso sarà sempre e solo umano. Relativo, non assoluto. Perché purtroppo posso esperire il mondo solo da questa mia piccola ‘feritoria di sensi’, come direbbe Luzi. Non ho altre armi per squarciare il muro. Sempre che ce ne sia uno.

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