Quante volte, Milano

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Quante volte, Milano
dalla mia terra più dolce
sono arrivato davanti al tuo volto
piatto, senza respiro.

E’ il tempo dell’amore duro,
è notte, solo notte, è dignità
di sguardi che sanno d’averla
perduta, è il viale dove scendo
come bestia che è pazza a cercare
l’asfalto nero, rapido
e luminoso di pioggia come
uno stordimento.

Pioggia anche la mattina
giù dai vetri larghi al supermarket,
acqua sentita per un istante,
una stretta nel cuore all’uscita
dalle porte a cellula di luce
e giù la testa, di corsa
fino all’entrata confusa nell’auto
tra l’odore dei vestiti bagnati
e la carezza gelida del cellophàn.

Devo scordarmi di lei,
scesa per le scale
del metrò, senza più bellezza per me,
devo scordarmi di me, chiuso
in auto a guardarla senza più pensiero.
Devo scordarmi quel tuo nero, Milano,
e il vaniloquio del traffico
sotto l’acqua, e il giorno e l’ora,
scoprire che non c’era
né diritto né speranza, e neanche
amore, ma furore, solo dolce
e demente furore.

Quante volte dalla mia terra più calma
sono venuto al tuo inferno.
Mi conoscono i fedeli dei chioschi notturni,
illuminati come stelle gelate, le mosche
che sembrano i maghrebini, i turchi
che stanno intorno a trafficare, ad aver pace.
Quante volte sono venuto al tuo inferno,
Milano, a inaugurarlo.
E se quella notte speravo in una notte
più calma e di risentire il mare
non era per predare, non era
per gettare il capo in un bianco fuoco,
ma era per avere quiete, quiete
se non amore, quiete un poco…

di  Davide Rondoni (da Il Bar Del Tempo)

28 commenti

  1. NOOOOOOO! Rondoni no, Rondoni no, Rondoni no, Piccini no, Piccini no, Piccini no, Rondoni no, Rondoni no, Rondoni no, Piccini no, Piccini no, Piccini no………………………

  2. Chi ha inserito il testo, ovviamente, si assume anche le responsabilità morali dell’orrore causato al caro Giorgio Di Costanzo, nevvero? =)

  3. marcaragno · · Rispondi

    Quello che mi fa rabbia non è la critica in sé, ma il modo. Se, carissimo Giorgio, non ti piace Rondoni, Piccini o Pincopallino, abbi la bontà di spiegare perché, di darmi uno straccio di motivazione. Altrimenti questo spazio non ‘serve’ a nulla. Non pretendo di fare salotto, ma quanto meno di spostare la discussione su binari più seri. Purtroppo la poesia, compresa quella di Rondoni, richiede uno sforzo di intelligenza. Altrimenti il commento resta superficiale, qualunquista, ‘inutile’.

  4. Fuffa. Aria fritta. Accademia di provincia. Odore di sacrestia. E potere. Tanto potere. Un piccolo potere (editoriale e non). La Compagnia delle Opere. Le Opere della Compagnia. I traffici della Compagnia e poi nulla! L’Avvenire (dietro le spalle, Famigliola Cristiana, Jaca Book, Rizzoli. Abbasso i poetini! Non amo i poetini! No ai poetessi! Si potrebbe mai commentare il nulla. Motivare il niente? Quali binari seri? Suvvia, abbiamo fatto il militare (ma non a Cuneo) decenni fa…Uno sforzo di intelligenza? Quindi Marcantonio, no Marcarcangelo mi da dello scemo. Sì, sono scemo, ma mai così scemo da soffermarmi sulle cagatine… Ma vulimme pazzià. E pazziammo… Ci sono testi e testicoli. Provate a pubblicare testi. Più su, Ragno, sostiene (senza temere il ridicolo) ingenuo e candido che “la poesia, compresa quella di Rondoni…”. Quindi le paroline affastellate da Rondinone o Piccolini o Piccinino o come diavolo si chiamano sarebbero poesia… Torniamo seri, per favore…

  5. marcaragno · · Rispondi

    Hai la coda di paglia? Non ti ho mai dato dello scemo, né mi permetterei di scadere nelle offese perchè non è il mio stile, a differenza di quanto stai cercando di fare tu. Ho semplicemente detto che qualunque poesia richiede uno ‘sforzo di intelligenza’, un tentativo di interpretazione.
    Ti faccio notare una cosa semplice, cioè di quanto siano diversi i nostri modi di approcciare a un testo poetico: tu mi parli di ‘sacrestia’, di ‘potere’, di ‘Famiglia Cristiana’, di ‘Avvenire’ etc, come se la poesia fosse un’ideologia, una presa di posizione. Io ho conosciuto Rondoni unicamente e solo come autore. Di tutto il resto me ne frego. Per me Rondoni può anche essere il figlio non riconosciuto di Andreotti. Può essere un perbenista, un viveur, un anticonformista, un modaiolo, un sodomita etc Me ne frego altamente. Non mischio carte diverse. La poesia è poesia, non politica. Punto.
    Io non temerò il ridicolo. Tu lo affronti a braccia spiegate. Perché ancora non mi hai dato uno straccio di ragione per la quale dovrei stare a leggerti. Non hai lasciato commenti alla poesia, ma commenti alla persona-autore. Non hai cercato di fare un’analisi al testo, ma hai solo lasciato un florilegio di insulti a Piccini e Rondoni.
    A me un autore può anche far schifo. Te ne cito uno su tanti: Alda Merini. Ma di certo cerco di distruggerla con armi migliori delle tue. Non parlo del calendario necrofilo che ha fatto, né tantomento di come si concia in televisione, o delle cazzate che dice su Dio ne ‘il senso della vita’. Ma parlo di come imbelletta i suoi testi, di come infila grecismi e latinismi a ritmo indiavolato, di come infarcisce i suoi versi di retorica femminista etc.
    Per ora hai dato solo dimostrazione di te, della tua presunzione, della tua insofferenza, e forse forse del tuo misoneismo. Aspetto altro.

  6. Se leggi Luzi, Clemente Rebora o Carlo Betocchi e due grandi “minori” come Pasolini e Testori potrebbe bastare (ma non le controfigure, le mezzeseghe, gli epigoni degli epigoni tipo Giovanni Babbioni e la sua lugubre ganza Patrizia Lattuga) puoi ignorare i piccini e le rondinine. Guarda che è proprio Rondinone a tirare in ballo dio, l’anima; a dedicare i suoi testi(coli) a Giussani (fondatore di quella setta malefica impegnata a fare soldi e opere in cattiva Compagnia), etc. No, i pensierini sull’aldilà e su quanto è brutto il mondo e su come è bello identificare dio col primo barbone trovato a caso, proprio non mi prendono. Secondo me i poetessi “giovani” (anagraficamente, perché in realtà sono “vecchi” e putrescenti) trafficano fin troppo con la parolona “anima”, con il mal di pancia e la compiaciuta contemplazione del proprio ombelico. Piccione o Picciolo (non ricordo bene, ma perché non Giuseppe Piccoli o Salvatore Toma, giganti rispetto ai nanetti di cui sopra) lo sentii leggere le sue cagatine stitiche a Napoli (osite d’onore era Elio Pecora) alla Biblioteca Nazionale, riguardanti il dolore per la perdita del Padre. Basta e avanza.
    “Nella chiesa il polo è stanco
    per questi grandi dolori…
    Signore, non sei risorto
    per una prova di beatitudine,
    ma dalla notte ti ha chiamato e ti richiama
    come un’ossessa
    la nostra solitudine.

    … così c’è ancora Gesù, il blu
    del cielo dagli spalti irrompe

    com’è infinita e com’è niente Milano
    che tutto accende e tutto incorpora…

    Che tempo farà domani?
    Potrò alzarmi
    entrare in tutta la presenza della luce?

    …Si ascolta:
    sono i fremiti della notte
    che fanno ….

    Miller scrisse
    che saremmo tutti diventati Rimbaud
    e stanotte si è alzata la mia pena
    come un fischio d’erba
    alle labbra di un giovane dio…

  7. marcaragno · · Rispondi

    Ti ringrazio.
    Non considero Davide Rondoni tra le mie letture preferite. Non mi sono mai permesso di paragonare Rondoni a Luzi, Betocchi, Bigongiari, Parronchi, Rebora etc ma non vedo perché le letture dei grandi esclurebbero le letture dei contemporanei.
    Di Rondoni ho apprezzato molto la sezione dedicata al figlio ne ‘Il bar del tempo’. Altri scritti, soprattutto di chiara eco pasoliniana, non mi piacciono. Che parli di Dio per me non è un problema. Anche Luzi era cattolico. Che parli dell’aldilà, altrettanto. Anche Montale ne parlava. Le sdolcinatezze puoi trovarle più in Piccini. Ma sarei curioso di sapere cosa hai letto di Piccini. Canzoniere scritto solo per amore è la sua opera più mediocre, a mio avviso. Poi se hai solo ascoltato le sue ‘cagatine stitiche’, come le chiami tu, ti invito a leggerle: sei sei un assiduo frequentatore di poesia, saprai bene che l’ascolto è il peggior modo per metabolizzare un testo. Ad essere penalizzate sono soprattutto le poesie brevi. Ed ad essere esaltati saranno i testi lunghi e altisonanti. Poi molto dipende dall’interpretazione a voce. Insomma il peggior modo per conoscere una poesia è ascoltarla. Ti invito a leggere Terra Dei voti e alcune poesie di Altra Stagione. C’è, in lui, un recupero interessante di parte della nostra tradizione: montalismo a parte, Luzi e Bertolucci. Su Altra Stagione potrai leggere anche una interessante post-fazione di Paolo Lagazzi. Di sicuro quello che non sempre mi convince, in lui, è un certo compiacimento intimistico, a volte troppo distante dall’oggetto(un’interessante prosecuzione del correlativo oggettivo la trovo solo in Luciano Erba, negli ultimi decenni).
    D’accordissimo con te sulla Valduga, ma anche sulla Cavalli cade lo stesso giudizio. Troppo severo sei su Giovanni Raboni. Di lui c’è da salvare almeno l’ultima produzione(per es. Barlumi di storia) che lo colloca entro l’orbita del migliore lombardismo. In certi testi si rivela più che un semplice epigono di Sereni.
    Giorgio, vorrei solo che tu risparmiassi un certo atteggiamento misoneista, che giova poco alla riflessione e rischia di dinventare qualunquismo. Occhei, Montale e Luzi non torneranno mai più. E probabilmente si staranno pure rivoltando nella tomba. Quindi? Negli ultimi cinquant’anni lo sperimentalismo neoavanguardista non ha prodotto nulla di buono: lungi da me autori come Sanguineti, Pagliarani, o certe raccolte di Zanzotto. Più che poesia, rappresentano l’intellettualismo più becero della nostra recente letteratura. In tutta onestà non guardo di buon occhio neanche le raccolte di Luzi dagli anni ’60 in poi.
    Ci sono voci interessanti tra i giovani. Oltre a Piccini, ho apprezzato alcune cose di Massimo Gezzi(il mare a destra) e di Alessandro Rivali(la riviera del sangue). Tra i meno giovani mi piacciono di sicuro alcuni testi di De Angelis e la prima raccolta di Magrelli.
    Spero che la discussione continui su questa linea. Purché si ritorni a parlare di poesia.

  8. E se i testi sono tra il lungo e il breve e non sono (proprio) altisonanti? Per esempio: Petrarca, Belli, Campana, Saba, Quasimodo, Di Giacomo, Pasolini…possono avere giustizia e ricezione tramite lettura fatta a voce alta?

  9. marcaragno · · Rispondi

    Sì e no, Carlo. La lettura ad alta voce resta pur sempre un’interpretazione. Non sai quante poesie ho ‘ascoltato’ e mi sembravano grandiose: lette a casa, facevano letteralmente ‘cagare’. Ci sono sicuramente testi che si prestano meglio alla lettura: prendi anche i canti di Dante, per esempio. Ma come si fa a leggere il primo Ungaretti? La poesia più lunga sì e no dura tre secondi e la gente resterebbe con un palmo di naso. Con la lettura pubblica si suiciderebbe mezza poesia del novecento. Quando c’è un pubblico davanti è necessario stabilire un rapporto empatico, e per farlo c’è bisogno di un buon timbro di voce, di un testo non troppo breve e anche di una discreta presenza scenica. Peggio(o meglio) quando c’è anche un sottofondo musicale: non c’è snaturamento peggiore, perché la musica sottopone l’ascoltatore ad un’interpretazione emotiva diversa da quella che potrebbe provare dalla semplice lettura. Per questo, in generale, sono contrario ai reading. Per me il poetry slam è un’occasione di incontro e di dibattito. Nulla di più.

  10. In parte hai ragione. Prova ad ascoltare Elio Pagliarani, Patrizia Vicinelli oppure Amelia Rosselli mentre leggono propri testi. Per pudore non cito il divino Carmelo e il suo lavoro su Dino Campana o Demetrio Stratos (un caso a parte).

    Ungaretti, Campana, Calogero, Penna, Rosselli, Emilio Villa, Vicinelli: quando hai letto questi (per esempio) che necessità hai di “scomodare” Piccioni, Rondini, Maria Luisa Polpacci Spaziosa, Rabbioni, Lattuga Catafalca, Conte dei Cimiteri marini, Mario Budino, Lello Noce, Pier Maria Frocini, Cesso Cessi, Pio Marcoaldi da Pietrelcina, Giovanni Magistrati, Culatello Culatelli, Melo De Diavolis, quel coso lì che ha appena vinto il “Viareggio” e compagnia bella?

    Poi: Holderlin, Celan, Auden, Ingeborg Bachmann…

    Si potrebbe ripartire da questi nomi?

  11. marcaragno · · Rispondi

    Sì, occhei. Ma possibile che dei neoteroi, o comunque della poesia italiana degli ultimi trent’anni non ne salvi manco mezzo? Possibile? Dobbiamo per forza andare avanti a colpi di claque per applaudire un poeta oggigiorno?

  12. I fiori vengono in dono e poi si dilatano
    una sorveglianza acuta li silenzia
    non stancarsi mai dei doni.

    Il mondo è un dente strappato
    non chiedetemi perché
    io oggi abbia tanti anni
    la pioggia è sterile.

    Puntando ai semi distrutti
    eri l’unione appassita che cercavo
    rubare il cuore d’un altro per poi servirsene.

    La speranza è un danno forse definitivo
    le monete risuonano crude nel marmo
    della mano.

    Convincevo il mostro ad appartarsi
    nelle stanze pulite d’un albergo immaginario
    v’erano nei boschi piccole vipere imbalsamate.

    Mi truccai a prete della poesia
    ma ero morta alla vita
    le viscere che si perdono
    in un tafferuglio
    ne muori spazzato via dalla scienza.

    Il mondo è sottile e piano:
    pochi elefanti vi girano, ottusi.

    C’è come un dolore nella stanza, ed
    è superato in parte: ma vince il peso
    degli oggetti, il loro significare
    peso e perdita.

    C’è come un rosso nell’albero, ma è
    l’arancione della base della lampada
    comprata in luoghi che non voglio ricordare
    perché anch’essi pesano.

    Come nulla posso sapere della tua fame
    precise nel volere
    sono le stilizzate fontane
    può ben situarsi un rovescio d’un destino
    di uomini separati per obliquo rumore.

    [Amelia Rosselli)

  13. Con orrore
    la poesia rifiuta
    le glosse degli scoliasti.
    Ma non è certo che la troppo muta
    basti a se stessa
    o al trovarobe che in lei è inciampato
    senza sapere di esserne
    l’autore.

    [Eugenio Montale)

  14. Poi che la nube si fermò nei cieli
    Lontano sulla tacita infinita
    Marina chiusa nei lontani veli,
    E ritornava l’anima partita
    Che tutto a lei d’intorno era già arcanamente
    illustrato del giardino il verde
    Sogno nell’apparenza sovrumana
    De le corrusche sue statue superbe:
    E udìi canto udìi voce di poeti
    Ne le fonti e le sfingi sui frontoni
    Benigne un primo oblìo parvero ai proni
    Umani ancor largire: dai segreti
    Dedali uscìi: sorgeva un torreggiare
    Bianco nell’aria: innumeri dal mare
    Parvero i bianchi sogni dei mattini
    Lontano dileguando incatenare
    Come un ignoto turbine di suono.
    Tra le vele di spuma udivo il suono.
    Pieno era il sole di Maggio

    Sotto la torre orientale, ne le terrazze verdi ne la lavagna cinerea
    Dilaga la piazza al mare che addensa le navi inesausto
    Ride l’arcato palazzo rosso dal portico grande:
    Come le cateratte del Niagara
    Canta, ride, svaria ferrea la sinfonia feconda urgente al mare:
    Genova canta il tuo canto!

    Entro una grotta di porcellana
    Sorbendo caffè
    Guardavo dall’invetriata la folla salire veloce
    Tra le venditrici uguali a statue, porgenti
    Frutti di mare con rauche grida cadenti
    Su la bilancia immota:
    Così ti ricordo ancora e ti rivedo imperiale
    Su per l’erta tumultuante
    Verso la porta disserrata
    Contro l’azzurro serale,
    Fantastica di trofei
    Mitici tra torri nude al sereno,
    A te aggrappata d’intorno
    La febbre de la vita
    pristina: e per i vichi lubrici di fanali il canto
    Instornellato de le prostitute
    E dal fondo il vento del mar senza posa,

    Per i vichi marini nell’ambigua
    Sera cacciava il vento tra i fanali
    Preludii dal groviglio delle navi:
    I palazzi marini avevan bianchi
    Arabeschi nell’ombra illanguidita
    Ed andavamo io e la sera ambigua:
    Ed io gli occhi alzavo su ai mille
    E mille e mille occhi benevoli
    Delle chimere nei cieli…
    Quando,
    Melodiosamente
    D’alto sale, il vento come bianca finse una visione di grazia
    Come dalla vicenda infaticabile
    De le nuvole e de le stelle dentro del cielo serale
    Dentro il vico marino in alto sale,…
    dentro il vico ché rosse in alto sale
    Marino l’ali rosse dei fanali
    Rabescavano l’ombra illanguidita,…
    Che nel vico marino, in alto sale
    Che bianca e lieve e querula salì!
    “Come nell’ali rosse dei fanali
    Bianca e rossa nell’ombra del fanale
    Che bianca e lieve e tremula salì…” –
    Ora di già nel rosso del fanale
    Era già l’ombra faticosamente
    Bianca…
    Bianca quando nel rosso del fanale
    Bianca lontana faticosamente
    L’eco attonita rise un irreale
    Riso: e che l’eco faticosamente
    E bianca e lieve e attonita salì…
    Di già tutto d’intorno
    Lucea la sera ambigua:
    Battevano i fanali
    Il palpito nell’ombra.
    Rumori lontani franavano
    Dentro silenzii solenni
    Chiedendo: se dal mare
    Il riso non saliva…
    Chiedendo se l’udiva
    Infaticabilmente
    La sera: a la vicenda
    Di nuvole là in alto
    Dentro dal cielo stellare.

    Al porto il battello si posa
    Nel crepuscolo che brilla
    Negli alberi quieti di frutti di luce,
    Nel paesaggio mitico
    Di navi nel seno dell’infinito
    Ne la sera
    Calida di felicità, lucente
    In un grande in un grande velario
    Di diamanti disteso sul crepuscolo,
    In mille e mille diamanti in un grande velario vivente
    Il battello si scarica
    Ininterrottamente cigolante,
    Instancabilmente introna
    E la bandiera è calata e il mare e il cielo è d’oro e sul molo
    Corrono i fanciulli e gridano
    Con gridi di felicità.
    Già a frotte s’avventurano
    I viaggiatori alla città tonante
    Che stende le sue piazze e le sue vie:
    La grande luce mediterranea
    S’è fusa in pietra di cenere:
    Pei vichi antichi e profondi
    fragore di vita, gioia intensa e fugace:
    Velario d’oro di felicità
    È il cielo ove il sole ricchissimo
    Lasciò le sue spoglie preziose
    E la Città comprende
    e s’accende
    E la fiamma titilla ed assorbe
    I resti magnificenti del sole,
    E intesse un sudario d’oblìo
    Divino per gli uomini stanchi.
    Perdute nel crepuscolo tonante
    Ombre di viaggiatori
    Vanno per la Superba
    Terribili e grotteschi come i ciechi.

    Vasto, dentro un odor tenue vanito
    Di catrame, vegliato da le lune
    Elettriche, sul mare appena vivo
    Il vasto porto si addorme;
    S’alza la nube delle ciminiere
    Mentre il porto in un dolce scricchiolìo
    Dei cordami s’addorme: e che la forza
    Dorme, dorme che culla la tristezza
    Inconscia de le cose che saranno
    E il vasto porto oscilla dentro un ritmo
    Affaticato e si sente
    la nube che si forma dal vomito silente.

    O Siciliana proterva opulente matrona
    A le finestre ventose del vico marinaro
    Nel seno della città percossa di suoni di navi e di carri
    Classica mediterranea femina dei porti:
    Pei grigi rosei della città di ardesia
    Sonavano i clamori vespertini
    E poi più quieti i rumori dentro la notte serena:
    Vedevo alle finestre lucenti come le stelle
    Passare le ombre de le famiglie marine: e canti
    Udivo lenti ed ambigui ne le vene de la città mediterranea:
    Ch’era la notte fonda.
    Mentre tu siciliana, dai cavi
    Vetri in un torto giuoco
    L’ombra cava e la luce vacillante
    O siciliana, ai capezzoli
    L’ombra rinchiusa tu eri
    La Piovra de le notti mediterranee.
    Cigolava cigolava cigolava di catene
    La gru sul porto nel cavo de la notte serena:
    E dentro il cavo de la notte serena
    E nelle braccia di ferro
    Il debole cuore batteva un più alto palpito: tu
    La finestra avevi spenta:
    Nuda mistica in alto cava
    Infinitamente occhiuta devastazione era la notte tirrena.

    [Dino Campana)

  15. Bruciavi d’amore e voluttà
    sul tram, nei calzoni scoloriti
    dell’estate.

    Sull’erba matta dei giardini
    di notte i nostri abbracci.

    Noi,
    le generazioni sterili per la morte.

    [Dario Bellezza)

  16. Osserva la foglia muta
    figlia della luna nascosta,
    converti la foglia figlia
    dell’albero che parla
    in strumento
    di un’antica rettorica
    conosciuta sul sillabario
    di una desueta
    e ancora consueta infanzia:
    sii simile a lei,
    che si raccoglie presso il tuo nome
    freddo e dorato
    nel sepolcro che trasforma
    la tua veste in spoglia

    *

    Mi sento, mi squaderno
    nel lume di un nuovo alfabeto:
    piegare verso dove cade
    la pena di sapermi solo palude.
    Muto ancora io andavo volendo
    solitario il tempoprimo
    che sorride amore giovane
    ora fatto Saturno sapiente
    del vario mondo che di lontano
    mi attrae. Io sono un’ala
    che d’amore dissente,
    in sé smarrita, si ricanta
    e tra nuvole si distrae
    quando al cielo s’apre la prima vita.

    [Giuseppe Piccoli)

  17. Un uomo solo,
    chiuso nella sua stanza.
    Con tutte le sue ragioni.
    Tutti i suoi torti.
    Solo in una stanza vuota,
    a parlare. Ai morti.

    [Giorgio Caproni)

  18. L’acqua del mare
    è noto si muove
    la puoi non guardare
    ma sai che non muore

    così mi ci siedo
    accanto e non guardo
    e mentre l’ascolto
    stropiccio del nardo

    apro un bel libro
    lo guardo e non leggo
    sarà pure bello
    però non lo reggo

    perché parlerebbe
    l’uomo che muore
    il che mi farebbe
    male ma il mare

    sciacqua e non parla
    vive e non muore
    dunque non leggo
    ascolto il rumore.

    (Gilberto Sacerdoti)

  19. Giorgio Di Costanzo (Ischia) · · Rispondi

    Amelia Rosselli

    La mistica del cervello. La luce del demonio sollevava polvere
    negli occhi impuri della mia fecondità. Io ero tremante d’invidia
    ma il raggio solare sollevava anch’esso storie d’amore tenue
    come il pero con i suoi fiori incantati, come il pane di
    sera che s’ingrana nelle faccende nostre d’amore e di pietà
    e di fame e di quadratura del circolo infame che noi solleviamo
    al di sopra di ogni sapienza.

    Incauta ricorrevo all’aldilà ma fui ben presto scottata da
    mani invidiose. Le mie proprie mani mi riportarono a terra
    le mie proprie unghie sollevarono da terra l’astro della
    felicità. Torgono in mano i lumi i santi ed i sapienti, torgono
    in mente i lumi i negri e le maestre di scuola e le rinvenute
    dalle scuole di agricoltura.

    Condannata a far finta mi risollevai dalla polvere ben presto
    per inginocchiarmi alla fonte delle benestanti. Le protestanti
    non attecchirono ormai più la mia freschezza ingenua e con
    tutto candore perdonai ai più villani, vecchi digiuni. Cuore
    che tanto digiuni scostati dalla rabbia e rimani potente
    signore.

  20. Giorgio Di Costanzo (Ischia) · · Rispondi

    Amelia Rosselli

    In preda ad uno shock violentissimo, nella miseria
    e vicino al tuo cuore mandavo profumi d’incenso nelle
    tue occhiaie, Le fosse ardeatine combinavano credenze
    e sogni – io ero partita, tu eri tornato – la morte
    era una crescenza di violenze che non si sfogavano
    nella tua testa d’inganno. Le acque limacciose del
    mio disinganno erano limate dalla tua gioia e dal
    mio averti in mano, vicino e lontano come il turbine
    delle stelle d’estate. Il vento di notte partiva e
    sognava cose grandiose: io rimavo entro il mio potere
    e partecipavo al vuoto. La colonna vertebrale dei
    tuoi peccati arringava la folla: il treno si fermava
    ed era entro il suo dire che sostava il vero.

    Nell’incontro con la favola risiedevano i banditi.

  21. Giorgio Di Costanzo (Ischia) · · Rispondi

    Amelia Rosselli

    Per le cantate che si svolgevano nell’aria io rimavo
    ancora pienamente. Per l’avvoltoio che era la tua sinistra
    figura io ero decisa a combattere. Per i poveri ed i malati
    di mente che avvolgevano le loro sinistre figure di tra
    le strade malate io cantavo ancora tarantella la tua camicia
    è la più bella canzone della strada. Per le strade odoranti
    di benzina cercavamo nell’occhio del vicino la canzone
    preferita. Per quel tuo cuore che io largamente preferisco
    ad ogni altra burrasca io vado cantando amenamente delle
    canzoni che non sono per il tuo orecchio casto da cantante
    a divieto. Per il divieto che ci impedisce di continuare
    forse io perderò te ancora ed ancora – sinché le maree del
    bene e del male e di tutte le fandonie di cui è ricoperto
    questo vasto mondo avranno terminato il loro fischiare.

  22. Giorgio Di Costanzo (Ischia) · · Rispondi

    Emilio Villa

    Stavano schiacciati sotto il portone come una pigna di sassi,
    ma che bisognava ingozzarsi anche il fiato,
    ma tenere ben bene l’odio stretto al pomo della gola
    e ai fianchi, perché l’assalto all’ultima carovana
    era da un momento all’altro, ancora poco, niente: un segnale,
    all’altezza della pertica del trolley.
    Ha strisciato sopra gli embrici una sirena lunga,
    gli abbaini ne sapevano molto più degli altri:
    mancava perfino la volontà di stare al mondo.
    Ma poi frignava un fiato grigioverde,
    da aperture filiture crepe saracinesche e compensati,
    quando nel mattino colore d’erba ruta

    siamo andati di fuori a contare i primi morti, i cadaveri
    borlati giù come birilli, come pere tocche: i cani
    spenti tra un marciapiede e quello in faccia, con la schiena
    sugli strisci dei battistrada e sopra la pollina
    di cavallo, o con il ventre incollato sugli assiti:
    un po’ di cervello sulla lamiera con i manifesti.

    Ma poi frignava un fiato grigioverde
    da aperture filiture crepe saracinesche e gelosie:
    come una cesta piena di anguille matte
    era la nostra simpatica città, e sordo agli spari
    il nemico rotolava con la bava nera; cani
    spenti sopra un marciapiede o quello di faccia,
    i vetri sbarrati, e il solito cervello qua e là a pezzi e bocconi.

    Ma un fiato frignava grigioverde, caro Mario,
    da aperture filiture crepe saracinesche e dal tombino.
    “Però non dalle ganasce inchiodate di quei porchi”
    diceva uno della gap a un po’ di gente, e “tiratevi via,
    non ci tirate fuori più neanche una parola dalla bocca,
    né un argomento, né ragione, manco a tirarla col rampino”.

    La sera che è venuta quella sera sui quadrelli
    rossi delle macerie e vari caseggiati, un partigiano
    della gap, un tipo evoluto, sanguinario e buono
    aveva il braccio insecchito: sentì
    ancora tre ariette di sudore sull’addome,
    nell’erba dei capezzoli, e sotto il coppino,

    e un fil di refe rosso, un filo di sangue dal costato:
    la febbre grattava dove c’è la cintura di corame: era
    “il grano profumato che verrà dall’URSS, in una volta
    sola, una vera manifestazione” pensò, e chiuse gli occhi,
    che erano già da spaccare col martello.

  23. Giorgio Di Costanzo (Ischia) · · Rispondi

    Vittorio Reta

    È l’afa dei lacrimogeni, a seconda di come li porta il vento,
    accantoni l’infanzia quando occupi una città,
    i cromosomi della violenza, come li porta il vento,
    i piedi affondano nei tappeti, in un tappeto pelvico strappano
    vedi, il tuo gesto alla finestra, che alza il braccio mima un gesto
    compiuto prima a 500 m di distanza da quando una mano
    [ha raccolto una pietra
    perciò hai il volto ricoperto di mappe epiteliali
    ti si sono stampate addosso le impronte digitali di una immensa
    [circolarità

    ecco, ora asciugati, senza male le radici
    aspetta un poco
    una scarica motoria
    che faccia rifluire l’eccitazione
    prima che venga toccato il punto zero
    ecco, vedi abito questo episodio al punto di non poterlo
    [descrivere
    seguendo una curva, piano, di spalle prima che venga toccato
    [il punto zero
    molte volte si contrae la muscolatura liscia

    l’afa dei lacrimogeni, la biologia di una lacrima,

    quel movimento in cui si è trascinati via,
    guarda sta per finire
    per raddoppiare la parola che ha provocato
    guarda, vedi, forse, sanguino.

  24. Giorgio Di Costanzo (Ischia) · · Rispondi

    Finalmente (e con un colpo di fortuna) ho recuperato da una cassa in cui deposito i libri in attesa di gettarli (letteralmente nella spazzatura) vari volumi dell’Annuario di Poesia a cura di Giorgio Manacorda. Vorrei segnalare a pag. 284-285 (Annuario 2004) una recensione di Matteo Marchesini al volume di Rondoni “Avrebbe amato chiunque” e nel numero successivo (Annuario 2005)l’editoriale di Paolo Febbraro (pp. 5-49) e il saggio di Matteo Marchesini, “Il pubblico del mito. Ovvero come il Kitsch sedusse l’Engagement” (pp. 53-116). Scrive Febbraro: “In autunno Gianfranco Lauretano, direttore della rivista “Clandestino”, mi ha spedito una lettera in cui fra l’altro si rimproverava a Matteo Marchesini e all’Annuario in genere di indulgere ad attacchi eccessivamente personalizzati nei confronti di Davide Rondoni, per il solo motivo che questi sarebbe un poeta cattolico…”. Segue risposta di Marchesini…

  25. Qual’è la risposta??? Sarebbe bello postare tutta la discussione.

    V.B

  26. Giorgio Di Costanzo (Ischia) · · Rispondi

    Dovrei copiare a mano decine di pagine e non mi sembra il caso. Anche perché tra cinque anni o cinque ore Rondoni, Piccini, Marchesini, Manacorda, Mencarelli, Riccardi e compagnia bella nessuno se li filerà.

    “… Vengo ora a Davide Rondoni. Ma prima di passare ai testi, sento di dover spendere poche parole su una vicenda che riguarda questo ‘Annuario’. Un mio saggio pubblicato in ‘Poesia 2004’ conteneva un duro attacco al lavoro di Rondoni: a mio parere, come è ovvio, assolutamente fondato, ma perciò appunto discutibile. L’interessato ha replicato sulla sua rivista ‘ClanDestino’, con una ‘lettera a Giorgio Manacorda’. Gli elementi chiave di questa risposta, quelli che mi riguardano direttamente, sono così riassumibili: Rondoni verrebbe attaccato dal sottoscritto per la sua ‘appartenenza ecclesiale’, ma il sottoscritto, ahimè, non si sarebbe accorto del fatto che alcuni dei più grandi artisti degli ultimi secoli, a partire da Dante, sono cattolici come lui. Rondoni condisce questa serrata argomentazione definendomi ‘barboncino irritato’ e ‘criticuzzo’, senza peraltro citare mai il mio nome, come fa chi rifiuta di dare all’avversario dignità di interlocutore, e nello stesso tempo, trivialmente, lascia filtrare sotto un’esibita aria di superiorità (‘non merita neppure una citazione, sarebbe fargli pubblicità gratuita’…) il desiderio incontenibile di dare sfogo a un’irritazione, a un disprezzo che di critico non ha nulla. Davanti a una prosa di questo livello, lascio giudicare ai lettori se si possa ribattere senza assumere un’aria vagamente ridicola, e senza emulare la strofetta di monsieur de Lapalisse.
    Ciò che invece mi preme sottolineare, è come la volgarità esibita nello scontro sia perfettamente identica – e non maggiore – a quella dimostrata dall’autore nel genere della recensione elogiativa: il Rondoni che riguardo a Mencarelli rileva come nelle sue ‘profonde polaroid’ poetiche si trovino ‘un richiamo, un invito, un pugno e una tenerezza’, o che annota come un libro di Riccardi lasci ‘un nodo tra la gola e il cuore’, è evidentemente lo stesso Rondoni che mi dà del ‘criticuzzo’ e del ‘barboncino irritato’ – cioè uno scrittore che ignora cosa sia la critica, e dunque quale grado di analisi richiedano tanto un atto di proposta quanto la conduzione di una polemica, anche durissima…”
    (M. Marchesini, op. cit.)

    Certo che sti ‘poeti-poeti’ e ‘poeti-critici’ si prendono molto sul serio e addirittura quelli che nominalmente si dichiarano seguaci di Cristo grondano odio e disprezzo. Ma sti cattolici sono tutti uguali, a Ischia e dovunque: predicano bene e razzolano, ma lasciamo perdere.

  27. marcaragno · · Rispondi

    Interessante. Non ho, comunque, la (s)fortuna di conoscere Rondoni come critico.

  28. Mtico Reta

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