Una ragione per Linutile

Di Marco Aragno

L’idea dalla quale è partita la mia sincera collaborazione con il sito nasce dal nome stesso che si è dato: Linutile. Non si può leggerlo senza pensarci su per un po’, senza restarne imbarazzati o addirittura infastiditi, con la smania di scrollarselo di dosso come una zanzara. Ci si sofferma su una parola a prima vista gettata per caso come una provocazione, ma che in un blog di letteratura tradisce subito uno stridore, ponendo il lettore di fronte ad un contrasto incalcolabile: cosa c’entra l’arte con l’inutilità? Linutile è un nome autoironico, certo. Ma l’aut-aut, utile o arte, è tremendamente attuale, in quanto l’arte sfugge, per sua natura, proprio alle categorie moderne dell’utile e dell’inutile, con le quali si misura ormai il valore di ogni persona e di ogni cosa quotidiana e dalle quali sembrano dipendere le logiche predatorie della società contemporanea. In un mondo che somiglia sempre più ad uno ‘stato di natura’ istituzionalizzato, la forza, come capacità di dominio sull’altro, non si manifesta più attraverso lo scontro fisico, ma innanzitutto attraverso le armi individualistiche dell’utilità e della convenienza, del profitto e dell’interesse, che strutturano verticalmente i rapporti di potere nella società e riducono la persona ad un contenitore di ambizioni e desideri materiali da soddisfare nella maggiore misura possibile e contro chiunque sia di intralcio. Avere prima e più degli altri è il nuovo imperativo categorico della morale imperniata sulla dicotomia utile-inutile. E’ utile ciò che ottimizza le nostre prestazioni e le nostre condizioni sociali, ciò che produce, che mette in circolo profitto e ricchezza, e che legittima per questo il nostro ruolo nella comunità. E’ inutile, invece, tutto ciò che disperde tempo e guadagno, che non concentra prestigio ed immagine, che non converte le potenzialità presenti in vantaggio materiale per l’individuo.

Questa mentalità – utilitaristica per l’appunto – estromette dal suo circuito la maggior parte delle attività del pensiero e della comunicazione che abbiano un fine diverso da quello dell’accrescimento del bene materiale. In questo processo di spersonalizzazione, in cui il soggetto viene ridotto a pura merce di scambio, l’arte ne esce terribilmente impoverita: in un mondo di marionette passivamente mobilitate dal mercato consumistico e dall’omologazione socio-culturale, gli spazi della creatività e della comunicatività, che proliferano solo in condizioni di ‘solidarietà emotiva’, si disgregano fino a dissolversi. Il dramma di questo secolo è l’incomunicabilità. Il linguaggio diventa uno spazio comunicativo vuoto, privo di relazione ed identità, un non-luogo(per citare Marc Augé).

Eppure oggi – obietteranno alcuni – si comunica in molti più modi che nel passato. Sì, ma come? In forme sempre più indirette. Per chat, per sms, per fax, per telefono etc. Alla moltiplicazione dei mezzi di comunicazione corrispondono forme di linguaggio più autistiche e formulari. La comunicazione si appiattisce verso il basso, si secolarizza, si trasforma in un mezzo necessario agli ingranaggi della macchina-società e in uno strumento di uniformazione culturale. La lingua diventa appannaggio esclusivo della tecnica e della ‘chiacchiera’. Tutto ciò che non è forma convenzionale di comunicazione viene inevitabilmente emarginato: la letteratura – soprattutto la poesia – viene penalizzata dall’anticonvenzionalità dei suoi codici, difficilmente riconoscibili dalla cultura di massa e soprattutto poco fruibili da un popolo di consumatori. L’unica salvezza, soprattutto per la narrativa, è stata quella di adeguarsi alle richieste del mercato, cioè di prostituirsi ai nuovi linguaggi, dando vita a generi letterari, come l’horror o il best-seller, costruiti secondo formule ben precise e diversificati sulla base dei gusti del pubblico. La letteratura è diventata così una semplice forma di intrattenimento.

Il progetto del sito è quello di riabilitare la portata autofondativa dell’arte, concepita come attività umana disinteressata che non conosce giustificazioni se non in se stessa, in quanto i diversi linguaggi con cui si esprime non hanno un vero e proprio scopo se non la condivisione della vita-esperienza con l’altro, quindi non hanno altri scopi se non l’essere-uomo in quanto tale. L’unico grande compito a cui l’arte è chiamata è quello di indagare quell’universo affascinante che siamo noi stessi, sia in qualità di singoli che di comunità. La sua direzione di adattamento deve muovere in senso inverso rispetto a quello prescritto dalla società consumistica. Vale a dire, non è l’arte a dover scendere a compromessi coi gusti del pubblico, ma è l’opera artistica a dover elevare i suoi fruitori, trasformandoli da consumatori in ‘lettori-scropritori’ di nuove frontiere del pensiero e della immaginazione.

Anche sulla scorta di significativi precedenti, come il progetto Wu Ming, per questo progetto ci siamo serviti proprio di uno degli strumenti più discussi della contemporaneità: Internet. Il web, come simbolo assoluto dell’era globale, resta e resterà sempre uno spazio dalle coordinate ambigue: da un lato è uno spazio alternativo senza confini, sottratto alle meccaniche e ai controlli dell’ambiente ‘esterno’, in cui ognuno può esprimersi all’insegna della libera comunicazione; dall’altro lato rischia di portare alle estreme conseguenze l’alienazione della società moderna, creando degli ego(avatar) tanto alternativi quanto virtuali. Gli aspetti del web sui quali scommettere sono sicuramente quelli più ‘democratici’, come la libera circolazione delle idee, la promozione di forum di discussione, la possibilità di diffondere informazioni a cui possano accedere tutti. In questo modo Internet può essere una grande sorgente di creatività ed una fonte inesauribile di sapere, in grado di contrastare il controllo dell’informazione e l’irrigidimento della comunicazione in quelle forme ritualizzate che la stessa società impone per il suo funzionamento. Creare forum, blogs di letteratura, enciclopedie virtuali è l’esempio da seguire, per trasformare la rete in un luogo, non solo immaginario, di riscoperta dell’inutile.

In questo senso il sito si propone di essere un laboratorio di scrittura e uno spazio di confronto su temi d’attualità, di politica, filosofia, poesia, narrativa, musica, cinema, teatro. In poche parole un luogo di cultura, un’ agorà virtuale in cui dare libero sfogo alle proprie idee e alle proprie immaginazioni, con la speranza di muovere e sensibilizzare la coscienza di chi, un po’ per caso, un po’ per curiosità, si imbatte in queste pagine.

12 commenti

  1. marcaragno · · Rispondi

    Mi permetto di riportare in questa sede un interessante scambio di battute che abbiamo avuto io e un mio amico di Bologna sul seguente articolo. Può rappresentare un interessante spunto per riflettere sul destino dell’arte e sul ruolo di internet nell’umanità del futuro.

    Blue:

    Ciao Marco.
    Anzitutto, complimenti per lo scritto. Argomentato più che comunicato, tiene fede all’idea che condividiamo di un’Arte che non serva (se non ad autoalimentarsi attraverso la pratica di Se stessa).
    Però, chiariscimi una cosa: quanta fiducia hai nel lettore (o nel fruitore, se parliamo di Arte in genere e non per forza di letteratura)? Ossia, quanto spazio dedichi alla possibilità che un tale sistema (la produzione-consumo automatica di cui scrivi) generi anticorpi?
    E soprattutto, credi davvero che da internet possa nascere una valida alternativa a tale sistema o è solo una condivisibile speranza?
    Perchè da ciò che scrivi trapela pessimismo; bada bene, non sto mandando un invito all’euforia, o peggio ancora all’edonismo. L’impressione è che ti fermi ad attestare un degrado generale ma mi rattrista che uno della mia età non riesca a trovarci uno straccio di speranza. Vedi, tutto ciò che descrivi con occhio tucidideo ha ragione da vendere e in particolare le interessanti osservazioni sulla “desertificazione” del linguaggio. Ma a mio parere il problema non raggiungerà livelli da 1984 di Orwell, almeno non nel breve periodo. Il linguaggio possiede il potere di convertire all’ignoto. Così come la risata o il vino. Il bimbo che legge Topolino andrà sempre a controllare sul vocabolario quei termini che non conosce: il bimbo interessato a farlo. Ovvio che un bimbo meno “intellettuale” preferirà fischiare dietro le signore con la gonna corta. Il punto è: come Krashen pensava che un input linguistico per diventare intake, dovesse essere “somministrato” a un apprendente la lingua straniera come “i più 1” (dove “i” è il livello di input già assimilato dall’apprendente), così credo che il linguaggio debba arrivare a tutti. Di una “tacca” superiore al livello attuale di conoscenza. Il punto, di nuovo, è lottare perchè Moccia non prenda TUTTO il posto nelle librerie. Che ne rimanga per Arbasino, come per Luttazzi e che so? Baricco (anche se lo detesto, mettiamocelo). Internet rappresenta una sfida concreta a questo Moccia-system (vd. Wu Ming project, interessantissimo) ma è anche vero che per un vecchio d’annunziano in formalina come me, Internet rappresenta anche l’esondazione del grigiore democratico, e non so quanto questo mezzo riuscirà ad invertire un processo di decadimento culturale che è da attribuire al pensiero economico sopra ogni altra cosa. Pensiero che nella nostra società ha presa forte, grazie al sopravvento della divisione del lavoro e l’irrigidimento ossessivo della proprietà privata, che ora si è come trasfigurata: se prima la proprietà privata era l’orto del contadino Tal dei Tali, adesso è l’Ego del contadino Tal dei Tali medesimo ad essere diventato proprietà privata. In questo senso, e anche in altri, la psicoanalisi prenderà il posto delle religioni (leggi: Frank Furedi, “Il nuovo conformismo: troppa psicologia nella vita quotidiana”, Feltrinelli, 2005).
    Ciao, a presto

    Marco:

    mmm…il progetto Wu Ming che mi hai citato non è forse nato su internet come mi hai detto? Internet è un sistema ‘democratizzato’:questa è la sua forza. Ognuno può aprire un proprio sito e pubblicare liberamente senza tener conto delle pressioni editoriali o dei diktat del mercato. Internet, in questo, può rappresentare uno straordinario propellente alla rinascita della cultura ‘libera’, affrancata dalle pastoie del capitalismo. Considera fenomeni anche ‘politici’ come il blog di Grillo, capace di mobilitare piazze intere. Sulla qualità degli esiti non ci scommetterei fino in fondo: è un problema che coinvolge diversi settori, dalla scuola alle università, fino ai modelli culturali veri e propri, fin troppo monopolizzati dalla televisione e dal consumismo in generale. Ma è un dato di fatto che su internet è stata riscoperta, almeno in una dimensione collettiva, la voglia di confrontarsi in siti di letteratura, di scrivere e di commentarsi. Su internet, mi pare, c’è proprio una riscoperta della comunicazione libera, a differenza di altri settori, come quello burocratico o persino quello giornalistico, dove lo spettro di una semplificazione brutale, di una neolingua di orwellinana memoria, si agita sempre con più preoccupante insistenza. Che questa ‘democraticnet’, come nuova frontiera della scrittura, porti, come hai detto, ad un’ anarchia incontrollata del linguaggio e delle formule letterarie, è cosa da vedere. Di certo convidido abbastanza l’idea di dover mantenere un grado di aristocratica superiorità quando si parla di letteratura: ma, come ho spiegato nell’articolo, nel senso di dover elevare il lettore, aristocratizzarlo, appunto. Sull’affidamento che faccio sul sistema stesso di autorigenerarsi, e sui consumatori-fruitori di elevarsi, non ho proposto vere e proprie soluzioni, è vero. O meglio ho proposto direttamente il risultato auspicabile. Ma mi sarei dilungato troppo e ne sarebbe uscito un trattatello. C’è sicuramente il rischio per la letteratura di isolarsi, com’è capitato un po’ alla poesia degli ultimi anni. Il problema è troppo grande perchè coinvolge, e lo ripeto, il modello culturale di partenza, troppo ‘economico’ e poco ‘umano’. Soluzioni sono possibili solo a lungo termine, indotte più dall’evoluzione spontanea dei sistemi economico-politici, che dalla volontà di un gruppo di ‘scapigliati’ come il progetto Wu Ming. Soprattutto se, alla Marx, consideriamo l’arte come una sovrastruttura. Caduto il comunismo non vedo perché il capitalismo debba essere eterno. Speriamo che il prezzo del petrolio salga ancora più alle stelle. Sarebbe un piccolo brick in the wall.

    Blue:

    Sì, citavo Wu Ming project come una delle (poche, a mio parere) buone idee nate dal web. Ma resto molto diffidente dalla Rete e contrario ai blog, che in un mondo già ampiamente individualizzato, atomizzano perfino sentimenti come la rabbia o l’indignazione o azioni come la protesta. Se il blog non è correlato a un’azione viva e concreta (di piazza, se vogliamo addentrarci nella politica), rimane sega mentale. Ciò che è peggio, è che il messaggio veicolato da Internet è troppo spesso semplificato. Prendo Grillo che porti come esempio. Boutade come il V-day mi fanno accopponare la pelle. Come non vedere nel comico-tribuno un accenno di isteria, collegato a un senso di impotenza generale? Il Parlamento con le ultime politiche ha escluso i partiti minori. All’estero, saluterei l’evento stappando champagne. Non in Italia, purtroppo. Dove il neonato Pd e il Popolo delle Libertà fanno parte di un partito unico. E dove un homo novus (insulso) come Di Pietro si permette di fare la voce grossa della vera opposizione (facendo il lavoro che compete alla sinistra: denunciare i progetti eversivi di Berlusconi). La via delle nuove sinistre nella contemporaneità è già stata indicata anzitempo da Zapatero, politico di razza (per quanto io, in Europa, siederei tranquillamente tra i banchi di centro-destra, riesco a riconoscerne il valore e la lungimiranza politica). A mio parere, se in Internet circolano azioni di guerriglia alla Wu Ming degne di nota è anche vero che serpeggiano pulsioni oscure, largamente anti-democratiche perchè riconoscono in un leader – Masaniello – e nel numero di frequentazioni dei loro siti, la potenza delle proprie idee. Sono brutti momenti, caro Marco, dove dio Marte viene sostituito con gli scambi mercuriali, dove la pulsione di guerra viene sublimata a livello mentale. Il fallo diventa Verbo aggressivo ma sempre fallo è.
    Non si tratta di retorica femminista, è piuttosto l’arringa di uno spirito anti-patriarcale come il mio, che vede la forza distruttiva maschile ancora pericolosa ma nascosta, occultata da nuove vesti – parole, monete, energie. Detto da un maschilista da bar sport, dovrebbe quantomeno impaurirti, questo discorso.
    Un saluto (posterò volentieri la mia precedente risposta, appena mi ricaverò un po’ di tempo di ritorno dalle vacanze. O è troppo tardi il 25 luglio?).
    Ciao

    Marco:

    Passata l’emicrania, cercherò di articolare una risposta compiuta, che non si risolva in un’apologia di internet.
    Innanzitutto Internet è un canale di libera circolazione di idee, pensieri, ricerca e sapere, che supera qualunque confine geografico, etico, politico: su internet puoi tranquillamente fare tutto ciò che vuoi, cercare quello che vuoi, sapere quello che vuoi. Notizie ed immagini che passano sul web non passano su altri canali di fruizione massmediali come la televisione o i quotidiani. Il carattere ‘asimmetrico’ del web non permette un controllo d’informazione a 360° gradi e quest’asimmetricità, tipica della globalizzazione, garantisce agli utenti di muoversi liberamente in un regime semi-anarchico, privo di un inquadramento normativo preciso. E’ un mondo in divenire in cui le regole si decostruiscono e si ricostruiscono continuamente attraverso le pratiche telematiche. Internet diventa così un possibile laboratorio di idee e informazioni che contribuisce, nei casi più virtuosi, all’arricchimento della coscienza sociale/civile di una comunità. Sicuramente il v-day di Grillo non rientra nella categoria di esempi virtuosi, ma è impressionante vedere come la portata di un fenomeno ‘virtuale’ si traduca in piazze ‘reali’, gremite di gente. Certo, non si tratta di un movimento autonomo e definito di persone: si tratta di moltitudine, come direbbe Hobbes. Perché internet è un mondo – ripeto – senza regole definite, quindi vive all’interno di una dimensione dispersiva, in cui è assente un sistema di controllo o di organizzazione accentrata. Questa caratteristica della globalizzazione fa di internet e del terrorismo due volti della stessa medaglia. Le proieizioni del fenomeno internet nel mondo reale riprodurranno, nella maggior parte dei casi, proprio questa condizione di dispersività e frammentarietà. Pericolosa, dirai tu. E su questo non posso non darti torto. Ma le piazze virtuali restano una valida alternativa all’informazione ufficiale o di Stato, troppe volte monopolizzata dagli interessi politici e dai partiti. La verità, almeno un’altra parte di essa, può passare su Internet.
    Sul piano invece strettamente letterario, internet, per il suo regime di funzionamento semi-anarchico, può fornire alla letteratura un’occasione di ripresa in questo senso. E’ un mondo che non è ancora irrigidito in comunicazioni standardizzate, e in cui ognuno può riprendere a dire IO, a differenza della televisione che si rivolge solo col TU e non consente diritto di replica(sai sicuramente di Pasolini). Su internet non c’è un concetto compiuto di autorità, e non penso che l’autorità di un sito e di un blog dipenda solo dal numero degli utenti o dal numero dei commenti, perché ci sono condizioni paritarie e pari opportunità:ognuno può partecipare attivamente, può aprire un blog, può postare in un forum, può commentare, può ‘attivarsi’ senza subire passivamente la realtà come accade per la televisione. Allo stesso tempo la condizione di dispersività e disorganizzazione non consentirà forse di fare del web una fucina di talentuosi scrittori, ma quantomeno una buona palestra di scrittura o di giornalismo. Il fatto che io e te ci scambiamo idee e pensieri attraverso gli mp è un dato di fatto. Come è un dato di fatto che senza apostrofo non avrei scritto tante cose e non mi sarei messo in discussione in tanti modi. Su questo punto penso possiamo convenire.
    Il punto è un altro:su internet puoi essere quello che vuoi. Il mostro del terzo millennio è l’avatar. Il rischio che il web comporta è lo sdoppiamento della persona. La costruzione di un ego alternativo, di un avatar appunto. Allora in questo caso lo scollamento tra realtà e virtualità può essere fatale. Sarebbe l’alienazione più mostruosa. Ma forse quella inevitabile. Vedi futuri diversi per gli uomini se non la possibilità di costruirsi artificiosamente la felicità in un mondo virtuale? Se la virtualità consente di riprodurre la realtà dei cinque sensi, perché l’uomo dovrebbe sottrarsi a questa via di fuga? Quale migliore occasione di essere nella virtualità tutto quello che si vuole? Quale migliore occasione per realizzare il sogno di ciascuna egoità che giace sul fondo della nostra anima, cioè sottoporre il mondo al nostro arbitrio? Scegliere nella virtualità la ragazza che si vuole, la macchina che si vuole, il lavoro che si vuole, l’immagine che si vuole. Immagino un futuro in cui tutti gli uomini saranno liberi di scegliere tra realtà e virtualità, semplicemente indossando un casco che permetta loro di accedere nel mondo dei desideri, un mondo perfettamente identico a quello reale, lungo un confine ormai indistinguibile. Già Anders profetizzò il passaggio dall’homo faber all’homo creator. Atto di forza di Verhoeven o Matrix ne sono altri esempi lampanti. E non confido in destini migliori. L’uomo è già straniero dalla nascita, alieno per natura. Domanda delle domande: non siamo forse alieni nel momento in cui l’uomo, a differenza di ogni altro animale, ha incominciato a riconoscere Se stesso allo specchio, nel momento in cui ha preso coscienza di Sé rispetto al mondo che lo circondava? Non è questa la prima ed assoluta forma di alienazione alla quale siamo condannati?

    Blue:

    Certamente sì. Il riconoscersi allo specchio è il primo grado di separazione dal sé. E internet fornisce agli uomini uno strumento a portata di mano per amplificare tale alienazione, è vero. Come è vero pure – come usano concludere gli astrologi con note a piè di pagina – che il destino (la legge delle stelle, la chiamano) è in mano alla decisione degli uomini, che agiscono sul reale, modificandolo.
    Sono sicuro che l’uomo, come prevedi, preferirà la via del virtuale: anche noi, per queste nostre alte e interessanti discussioni, preferiamo il web a una chiacchierata face to face che oltre ad essere impossibile per ragioni geografiche, sarebbe anche improbabile al di fuori di un centro di ricovero per malati mentali (tu, reduce dall’emicrania e io dalle gozzoviglie di qualche uscita di troppo).
    Temo anch’io la divaricazione tra reale e virtuale ma cerco di guardarvi con l’occhio più disincantato possibile e intravedo sprazzi di luce, negli esperimenti falliti dei vari Big Brothers, nelle fatiche di Second Life a prendere piede, nonostante qualche sociologo (giustamente) allarmato. La realtà è dura: Internet offre la chance riparatoria, il velo sullo specchio, la potenza all’IO. Ecco, forse in questo non ci troviamo d’accordo: sogno un televisione o comunque un mezzo di telecomunicazione che preferisca il TU, e con esso l’argomentazione alla comunicazione (un po’ come la radio e la TV degli albori). Poichè l’IO è pericoloso, quanto l’IO virtuale che ne è appendice e strumento: il bambino piccolo sovrageneralizza l’uso grammaticale del pronome in questione per sottolineare la propria esistenza (magari spaventato dall’Altro, dal TU dello specchio, da tutto ciò che rappresenta la Bilancia e 7a casa in astrologia, dagli ALTRI della serie “LOST” e così via). E’ iniziare a chiedere: “E tu?” che fa dell’uomo, un Uomo. E’ forse l’inizio dell’Amore. E’ forse l’inizio della comprensione. L’accettazione, piuttosto che l’allontanamento, la segregazione. La ghettizzazione (gli studi sociologici degli anni ’30 della Scuola di Chicago docent).
    Gli artisti saranno chiamati a un compito gravoso: ristabilire il contatto con la realtà. Proprio loro, che fanno dello straniamento la regola principe della creazione. Subiranno, come sempre, le lusinghe del potere; che nel loro caso, porta la maschera della gloria. Dovranno resistere, come si resiste a un vizio. Proprio loro, che vedono nell’abbandono la dolce condanna esistenziale. Gli artisti, domani più che mai, si conteranno sulle dita delle mani: ci saranno schiere di dilettanti che soffrono di nevrosi e nulla più. Dovranno elevarsi da loro: proprio loro – gli artisti – che sono schiavi della propria opera e quantomeno secondi ad essa.
    Internet sarà una fucina di idee buone e meno buone. La sua invadenza sulla realtà mi pesa e mi infastidisce ma è anche vero che rappresenta la controparte essenziale all’informazione di Stato. Tieni presente che l’anarchia propria del Web sarà sempre il punto a favore del Tg1. Un’informazione televisiva, negli orari di massimo ascolto e studiata per essere comunicativa, sarà sempre più efficace di un migliaio di pagine web sconnesse: e darà una migliore impressione, a chi si informa.
    Spero, confusamente, di avere ribattuto a tutti i temi che hai proposto, interessantissimi.
    A presto

    Marco:

    Stavo crepando dalle risate quando ho letto il tuo commento alle nostre discussioni: roba da manicomio, seghe mentali, tanto seghe da meritare un trattamento all’elettroshock. Beh, confesso anche io che parlare di queste cose in un bar del centro di Bologna o di Napoli desterebbe la preoccupante curiosità di chi ci sta attorno. E anche la voglia di parlarne da soli nel chiuso di una stanza sarebbe forse inferiore alla vergogna di dirle, certe cose. Ma in fondo sono convinto che la scrittura si presta meglio a queste pratiche onanistiche più di quanto non possa esserlo il confronto face to face, come lo chiami tu.
    Sulla contrapposizione tra l’IO e il TU invece ci troviamo perfettamente d’accordo, almeno nei termini in cui hai formulato la tua versione. Forse mi sono lasciato fraintendere. L’espansione vertiginosa dell’IO, dell’ego, appunto, porta ad uno stato di alienazione che cancella l’Altro: è questo il rischio sub-umano che corre chi viene assorbito completamente da una condizione virtuale dell’esistenza, qualunque forma essa possa assumere. Ma altrettanto pericoloso è il ‘TU’ giudicatore della televisione, macchina sputasentenze, che annulla l’IO o lo schiavizza. C’è sempre qualcuno, nella televisione, che ti punta il dito, anche se non te ne accorgi. C’è sempre qualcuno dietro allo schermo pronto a giudicarti per come vesti, per quello che hai e per quello che potresti avere o per quello che non sei o non stai diventando. C’è sempre un IO che deve soccombere a un TU completamente impersonale(mi vengono in mente certe scene dei film di Fantozzi alle prese con lo zapping). La televisione come super-io, quindi.
    Il futuro che tu immagini, di certo, è quello più auspicabile. Un IO che sappia riconoscere anche l’Altro, come termine imprescindibile in un rapporto di Vita. Il riconoscimento dell’altro è la vera sfida dell’umanità in un mondo globalizzato e senza frontiere, dove si intrecciano culture ed anime diverse. Ma in questo sono abbastanza pessimista: l’inferno sono gli altri, diceva Sartre. E ne sono ancora abbastanza convinto. Non so quanto e in quali forme l’arte sopravviverà in futuro, perchè, come hai avuto modo di leggere dal mio articolo, l’arte si nutre proprio di alterità, di solidarietà emotiva, per quanto l’artista sia sempre un narcisista innamorato della propria Idea. L’arte è desiderio di comunicare con l’altro, è sublimazione della parola o del gesto.
    Su internet chiudo con un dubbio:non so quando e come la virtualità prenderà il sopravvento sulla realtà, e in che misura le due dimensioni continueranno a dialogare in un rapporto osmotico fino a che questo diventi un rapporto di subordinazione del reale al virtuale. Sicuramente tengo in gran conto la mia condizione, comune forse alla tua e a quella di tanti altri:passo molte ore al computer, scrivo e ‘cresco’ davanti al computer, o meglio, dentro al computer. E ho un PC da poco più di sei anni. Non oso immaginare cosa faranno le prossime generazioni.

  2. Questo scambio di battute è molto interessante e ringrazio marco per averlo postato. Per quanto riguarda la discussione(critica)su internet, non vorrei giudicarla inutile ma per me è scontata; quando (al tempo) decidemmo di iniziare con il progetto “Linutile” e di utilizzare come mezzo di fruizione la rete beh.. eravamo un po’ perplessi; nel mare di internet nuotano pesci molto più pericolosi che negli altri media, questo è vero. Ma linutile non rappresenta un pericolo – almeno da quel punto di vista, anzi…
    Ma neanche questo è lo scopo principale de Linutile, non vogliamo convertire nessuna pecorella smarrita, e qui può entrare in merito il discorso sul linguaggio e sulla fruizione della letteratura.
    Vorrei iniziare attaccando una piccola affermazione di Blue che riporto: “Internet rappresenta una sfida concreta a questo Moccia-system ma è anche vero che per un vecchio d’annunziano in formalina come me, Internet rappresenta anche l’esondazione del grigiore”.

    Non l’avrebbe fatto anche (anzi, PROPRIO) lui?

    Su via! La letteratura di D’annunzio è il classico esempio d’arte borghese (che potrebbe non significare un cazzo ma in questo caso calza a pennello). D’annunzio non ha fatto altro che condensare tutto il precedente in una “bellezza” molto digeribile, scritta per il pubblico, “adattata”, banalizzata. Forse è proprio il precursore di una “letteratura per gli acquisti”(eufemismo), lo salva (e fotte voi) un linguaggio sentito, comunque, come poetico, qualche gemma lessicale che fa esclamare: Una letteratura per tutti!!Che bello!! Cazzate.
    Ed è proprio questo che non vogliamo fare: abituare con piccoli input (dosi) di linguaggio una persona, il risultato sarebbe comunque una scimmia ammaestrata. Quello che noi auspichiamo (non mi sento di parlare per tutto lo staff de linutile, ma dicendo noi intendo me e cb)è una letteratura incomprensibile, informe, incomunicabile o che tenda (al limite) alla massima provocazione del lettore. Una letteratura da sentire, da “vedere”, una vera “bellezza” ma, comunque, non raccomandata a tutti.

  3. marcaragno · · Rispondi

    Quello che noi auspichiamo (non mi sento di parlare per tutto lo staff de linutile, ma dicendo noi intendo me e cb)è una letteratura incomprensibile, informe, incomunicabile o che tenda (al limite) alla massima provocazione del lettore.

    Vincenzo, vorrei che tu precisassi questa tua affermazione. E’ importante capire quale significato, se non quale ruolo, attribuiamo nel duemila alla scrittura creativa.Cosa intendi per letteratura informe, incomunicabile? Lungi da me ascrivere alla letteratura una funzione paideutica, ma una scrittura che si proietta in se stessa non corre il rischio di diventare autoreferenziale? Che cosa intendi per letteratura informe? Una letteratura scevra da ogni codice linguistico? Una sorta di sperimentalismo ad oltranza che somigli agli automatismi di certe avanguardie otto-novecentesche?Provocare il lettore non equivale comunque a pungolarlo, stimolarlo?
    Da parte mia ribadisco un concetto di cui ho fin troppo abusato: la letteratura è scrittura. La scrittura è linguaggio che nasce per creare tra gli uomini comunicazione, contatto. Non ho mai creduto ad una scrittura terapeutica che derivi dal ‘cuore’ come sfogo liberatorio, o, peggio, come una rivelazione oracolare dell’Io, oscura e impenetrabile, da lasciare all’interpretazione di pochi spiriti eletti. Lo scrittore non scrive per intercessione divina, e non scrive neanche per se stesso. Scrive per dire qualcosa, per rendere gli altri partecipi del suo universo. Non importa quanti e quali siano gli ‘altri’. Questo dipende unicamente dal tipo di linguaggio che si sceglie e dalla recettività dei fruitori.

    P.S. Dirò sicuramente a Blue che hai lasciato il tuo intervento nel post. Credo che Blue sia attualmente in vacanza.

    Saluti

  4. Lascio subito un commento perchè la questione è inutile e interessante al massimo grado.
    Non posso saperlo, nessuno può: ma per quanto conosciamo della biografia di D’Annunzio è MOLTO probabile che se avesse avuto a disposizione un mezzo di comunicazione come il web non avrebbe esitato a impossessarsene. Come è vero d’altronde che MOLTO probabilmente l’avrebbe criticato come la peste del nuovo millennio. Sono le sue contraddizioni che mi hanno affascinato da ragazzo, è questo che ho amato e amo di lui.
    Non è possibile fare un processo alle intenzioni: quello che sappiamo è che D’Annunzio rielaborò a suo modo la lingua Italiana con gusto poetico. E non mi è difficile pensare che volesse far colpo sulle belle signore con qualche parolona tirata fuori ad hoc. Ma questo non ha niente a che vedere con il mio discorso: a mio parere, Vincenzo, partiamo da due idee contrapposte e credo, inconciliabili. Io concepisco l’Arte (e in questo caso, la Letteratura) come un prete e non come un dio. L’Arte per me è fallace, è della stessa natura dell’uomo perchè dall’uomo è creata, soltanto che gli sopravvive con un’integrità che l’uomo non può neanche sognarsi. In questo è certamente divina. Ma non per come parla alla gente. La vostra Arte – a mio modo di vedere – è irritante perchè inafferrabile e sì, credo sia anche superiore a me. E mi irrita perchè non mi aiuta. La visione dell’incomprensibile mi lascia attonito e con un senso d’angoscia che non mi è possibile – per carattere – sublimare.
    Che male c’è nel commerciale? Nello strappare una lacrima o un sorriso, scrivendo, cantando, dipingendo di cose che tutti conoscono? Io non credo ci sia male.
    Però Moccia non è nemmeno commerciale. Moccia è mercato allo stato puro; è un tizio che si mette alla scrivania e si chiede come farà a vendere il suo libro se non contiene un aforisma figo che faccia presa. Io auspicavo un’Arte del mio tipo che però avesse a cuore il suo scopo: tendere una mano a chi ne usufruisce (un brutto verbo ma non ne trovavo uno migliore), non lusingarlo per prenderne i soldi.
    Scusate, ma è l’eterna questione Battisti-Mogol o Battisti-Panella? Io, col cuore, dico Battisti-Mogol (ed è quello che potrei ascoltare in macchina). Con la mente, dico Battisti-Panella (tanto è vero che Panella lo ascolto ancora, attraverso alcuni testi di Zucchero).
    Spero, nell’impulsività, di avere risposto a segno.
    Blue

  5. lesto fante · · Rispondi

    Cosa direbbe ora D’Annunzio?

  6. A Marco e Blue

    Non posso fare altro che essere d’accordo con quello che dice Blue nel commento: “due idee contrapposte e credo, inconciliabili”.
    Voglio solo fare poche precisazioni. Punto primo; io non ho scritto “autoreferenziale”, per quanto riguarda l’automatismo, ritengo sia una buona idea – una possibile strada – a patto che lo strumento (macchina) sia lo scrittore stesso. Il secondo punto è incentrato sul linguaggio. Il linguaggio, per me, non è solo comunicazione; nel caso lo fosse, credo sia lecito comunicarvi che non voglio comunicare (e non è un gioco di parole, mi vengono in mente tanti gesti). Infine penso sia impossibile non pensarlo come estraneo a noi stessi (molti ne sono schiavi) anche se utilizzabile: possiamo sceglierlo, crearlo, cambiarlo di segno sperando, ma anche no, nella possibile recettività dei fruitori che in questo caso potrebbero dirsi liberi.

    V.B

  7. marcaragno · · Rispondi

    Sì, ma se non è solo comunicazione, cosa altro è il linguaggio? Perché sarebbe impossibile non pensarlo come estraneo? Il linguaggio nasce con l’uomo. E lo dico nelle vesti di convinto relativista: se manca l’uomo manca un linguaggio perché mancherebbe il referente del linguaggio stesso.
    Che ci siano migliaia di forme di comunicazione artificiosamente create è un dato di fatto. Che se ne possano creare di altre, altrettanto. Anche se non hai utilizzato espressamente questo termine, come fa a non essere ‘autoreferenziale’ un linguaggio che s’approssima all’incomprensibile, (o ‘incomunicabile’, come dici tu)? Lo scrittore scriverebbe solo per sé se nessuno lo comprendesse.Cioè farebbe un ‘uso’ autoreferenziale del suo linguaggio. Infine, come fai a comunicare di non voler comunicare se nessuno può capirlo? Se la scrittura ‘esprime’ un rifiuto di comunicazione, rischia di diventare una non-scrittura, una pericolosa forma di autismo, degna figlia di questa società. E anche i gesti, come dici tu, sono una forma di linguaggio. Vincenzo, ho difficoltà a capire come si possano muovere delle obiezioni a questo ragionamento.

  8. Ma io infatti non ho detto incomprensibile ma incomunicabile. Una letteratura incomunicabile non è autoreferenziale anzi; molto spesso l’incomunicabilità si realizza nel feedback del lettore che pure essendo molto provato da una lettura non riesce a spiegare neanche i motivi di questo suo rapimento. Molto spesso questa impossibilità si trasforma in disagio, lo stesso che provo io nel cercare le obiezioni al tuo ragionamento.
    Propio dal disagio nasce questo isolamento protettivo che se pure non è espresso direttamente nella (con la) scrittura ne è comunque il risultato finale. Questa letteratura è espressione di questo autismo, perchè è la fotografia di una situazione di fatto che a parer mio non si puo ignorare.

    V.B

  9. marcaragno · · Rispondi

    Una scrittura che lasci sulla pelle una sensazione di disagio, già riesce a comunicare qualcosa, per quanto inesprimibile possa essere.
    Leggendo le tue cose, penso di aver compreso cosa intendi. Una forma di letteratura che sfugga ad una ‘comunicazione intenzionale’, ma che arrivi al lettore per vie traverse, per canali meno diretti. Da qui la tua attenzione nella scrittura per le dinamiche inconscie e per le suggestioni oniriche, di per sé libere da ogni legame logico o intenzionale. Si tratta di un modo ‘surrealista’ di intendere la scrittura che può anche starci. L’equivoco da chiarire è un altro: cioè credere che questa scrittura sia ‘incomunicabile’, altrimenti negherebbe se stessa e verrebbe meno la ragione per la quale scrivi. E’ incomunicabile nella sua non-intenzionalità, ma non negli esiti. Al lettore arriverà sempre qualcosa. Persino farneticando si può comunicare. Allora quella forma di autismo di cui parliamo può diventare arte, nella misura in cui esprime ciò che l’autore non ‘voleva’ esprimere ma che ha espresso.
    Una visione del genere non specula sui sentimenti del lettore. Anzi, lo lascia pienamente libero, disinteressandosi di quali possano essere le sue reazioni e di quale messaggio possa recepire.
    Tuttavia fare dell’autore una semplice ‘macchina’, come dici tu, una sorta di automa, o meglio di autistico, che scrive sotto la dettatura di forze ad esso estranee, non significa trasformare la letteratura in una sorta di gnostistismo, una rivelazione che giunga da una divinità mascherata sotto altri nomi, come l’inconscio? E l’io? Che fine fa l’io?

  10. L’automatismo e l’autismo sono due cose diverse. Per autismo intendo quella disagiata situazione di chiusura in un violento individualismo. Per quanto riguarda l’automatismo avevo gettato (nei commenti precedenti) solo un seme, non so con quanta precisione potrei portare avanti questa discussione. Poi c’è l’Io, beh.. beato chi riesce a liberasi dalla sua tirannia. Infine non credo mi interessi una letteratura che sia semplice operazione razionale, anche se credo che pure in questo caso ci sia da scavare per portare a galla motivi nascosti; l’incoscio c’entra sempre, sopratutto in una discussione in cui si è parlato molto di linguaggio, basta fare il nome di Jacques Lacan.

    V.B

  11. marcaragno · · Rispondi

    Fai bene a precisare. Ma non facciamone una disputa terminologica: automatismo ed autismo sono pur sempre due forme di alienazione che implicano una rottura con la realtà esterna.
    Non ho mai, infine, considerato la letteratura come una ‘semplice operazione razionale’. Mi è sempre piaciuto considerare soprattutto la poesia come una perfetta simbiosi tra tecnica ed ispirazione, una mediazione (im)perfetta tra razionalità ed irrazionalità, conscio ed inconscio.
    Mi fa paura pensare alla scrittura esclusivamente come uno scandaglio o una registrazione dell’Es, ai limiti della nevrosi o del lapsus. La letteratura, per me, è il limbo imperfetto dove si incontrano due anime, dove posso portare al di qua quello che è al di là, cioè dove posso tradurre in linguaggio quello che non ha nome. Come un ponte tra il razionale e l’irrazionale.
    Mettere il nome alle cose: questo fa il poeta. E mettere un nome significa creare, almeno nei limiti dell’umano, quello che prima errava nel mondo del possibile. In questo, lo scrittore offre una verità, non divina, ma soggettiva. Una ‘scienza inesatta’ che esprime il mistero di essere uomo.

  12. Antonio Cotellucci · · Rispondi

    Quest’inutile mi semba così indispensabile così come l’arte.

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