Borges: L’Aleph

Senza titolo-1

di carlo brio

 

Pochi giorni dopo questo Natale, prima di capodanno, in una casa fredda, grande, coperto di lana, in una cucina con la stufa a legna accesa, le noci sul tavolo, bicchieri e una bottiglia di vino, un’affettatrice e divani disfatti, un cane, pazzo, che fuori sbranava la sua copertina, dopo una pizza ad una sagra vicino al mare e la (in)consistenza della sabbia sotto le scarpe grosse, seduto a un tavolo, il neon acceso e la compagnia sincera di due amici di fianco, ho letto buona parte del secondo meridiano dedicato a Borges, moltissime poesie (poiché la più parte di questo volume contiene raccolte poetiche) e qualche prologo, mezzo saggio dantesco e qualche smozzico: lessi Borges e le sue ombre, accosciato presso Melancolia.

Di lì non ho più pensato a Borges, né ho voluto leggerlo. Ogni tanto sono andato in cerca dell’altro meridiano, in versione economica, a quanto pare introvabile.

Qualche giorno fa, in un’altra casa, le noci sul tavolo, bicchieri di vino, tv e ventilatore accesi, tra uno spaghetto e una vecchia mozzarella impanata e strafitta, uno dei due amici di quella notte dicembrina – c’era anche l’altro amico, la casa, come la prima, era la sua – tira fuori dal suo zaino portaEliot L’Aleph e Manuale di zoologia fantastica. Ne avevamo parlato qualche giorno prima a telefono, la sua voce bassa, sicura, che squarcia prospettive, gli avevo chiesto di portarmeli, i Borges, li avrei letti dopo Adorno e le sue Meditazioni della vita offesa, di cui ero a un terzo, di cui vorrei, o avrei voluto, rendere conto (a chi?), ma quella sera stessa di pochi giorni fa di quest’estate torrida e gravosa (gravida?) (di cosa?) ho aperto il primo Borges, Feltrinelli editore, 6,00 euro, e ho preso a leggere L’immortale, il racconto d’apertura che, confessa Borges nell’epilogo, è quello “più lavorato” e, nelle conversazioni con chi aveva già letto il libro, il più citato. Eppure non il migliore. Gli altri sono migliori. L’ultimo racconto, che sembra in principio il peggiore, è il migliore (fino al poscritto, che è troppo borgesiano). Di mezzo il libro, che è una magia. Una di quelle cianfrusaglie incantate di cui Borges avrà letto mille volte in qualche pagina sperduta. Non è letteratura. I racconti sono belli, niente di più niente di meno, ma non sono essi ad avermi attratto. (Certo anch’essi: per pochi giorni sono stato in tutto il mondo e in ogni universo, questo li fa (più che) belli). Il libro non si esaurisce in se stesso, nelle parole che il bambino Borges temeva si mescolassero a libro chiuso, ma finisce lì proprio dove vorrebbe cominciare, ma non può. A lettura ultimata ho capito che a Borges non frega niente della letteratura. Tra l’altro, in due tre parentesi e qualche inciso è racchiuso uno dei binari (per dove?) veri del libro: chi è lo scrittore? Questa è la domanda che scatta, fulgida, solo grazie ad una parentesi, poi torna il racconto: buchi nella pellicola. Cosa ‘fa’ lo scrittore? Manovra simboli: cos’è un simbolo? (Chi è simbolo? Di cosa?). Questo al libro ho fatto dire.

Inutile, però, buttare tutto nel cesso. Lo si può anche fare, certo, ma si perderebbe un iniziale gradino per proseguire lì dove la scrittura vorrebbe andare ma non può. Dunque riprendiamo questo libricino, che devo restituire al più presto ma che so che non mi mancherà (come potrebbe?), lo riprendo, ecco, ce l’ho davanti, sul tavolo ingombro di fogli sparsi, poesie smezzate, occhiali, chiavi, Kafka coi suoi quaderni, liriche occitaniche, ecco il libro di Borges, questo tesoro, la copertina policroma, il titolo in rosa fucsia, Borges in terra bruciata, sottile, non sgualcito come l’Adorno o le Lettere di Villari che ho distrutto a Francesca: ogni volta che ho provato a figurarmi il disegno ideale che contempli il libro, come prima e più facile immagine nella mente cadeva il labirinto di Crosso, ma l’immagine non è precisa, la so sbagliata, sfocata, poiché non v’è disordine né nulla sfugge alla mano che ha scritto, e non vi è alcun senso di oppressione, ma quello dell’apertura, il fremito del sangue che preodora il mare, quando si parte ma già si è in viaggio, è un Escher senza paranoia, il senso è stato una vertigine ariosa e confortante.

Esistono in circolazione libri delle domande e delle rispose, questo è, invece, per me, un libro di Domande. In realtà sono poche, e tutto, ogni tratto, ruota intorno a cos’è io, Dio, mondo e lingua…Poiché tutto è ombra…Ma non vi è aridità pedantesca, né allegoria terra-terra (cioè: pesante). L’asciuttezza sta nella domanda, non nella risposta. Le risposte che tentano alcuni dei personaggi e dei narratori non mi hanno interessato, poiché il senso, lo so, non è lì, ma nel principio, nella domanda, dove si perde in partenza, come perde Borges nello scrivere l’ultimo racconto, L’Aleph. Nessuna aridità, dicevo, né pedanteria: anche la selva di riferimenti palesi e occulti non è erudizione fine a se stessa, è: aprire una pista, molte piste, tutte le piste, che ognuno fiuti la propria usta.

Borges non appiattisce, affabula. Racconta. Ero con lui seduto a un tavolo di legno massiccio: parlava. Ciò che è letto (ascoltato) può, facilmente, essere riferito, cioè tramandato, cioè raccontato.

Parlavo con Karlo Otto Marx su una scalinata a riparo dal sole, lo scorso anno. Mi raccontò una storia dall’Aleph, ne era rimasto entusiasta. Ne rimasi entusiasta. Impressionato. Otto è bravo, pensai. Non Borges. Di Borges nemmeno Borges se ne fotteva.

Il nome Borges passò a me, nel mese di gennaio 2008, in un pomeriggio. Studiavamo Leopardi, leggevamo, e qualcuno cominciava ad apprezzare, Ad Angelo Mai quando, in una pausa, Otto Marx mi chiamò Giorgio Luigi Borgese, il lettore babelico le cui giornate sono contraffatte, abusive, prolungate – lunghe. Borges fui io, così come lo sono stato con lo Zahir e l’Aleph tra le mani.

Egli è un maestro, come scrittore, come Maestro. Una delle vene del testo che l’occhio allucinato ha evidenziato nella lettura è stata: uno scrittore fa lo scrittore quando si chiede chi è lo scrittore. Dal testo questa domanda, come un monito nascosto, insorge frequente. Ho capito che non sono uno scrittore (ma per motivi che non sto, ora, ad elencare. La storia non è così semplice)

…di che simbolo sei?…Poiché tutto è ombra…pulvis et umbra

Verso l’una postmeridiana dell’8 luglio, vegliato dal sonno di Melancholia, ho terminato l’ultimo racconto del libro. Leggevo e dicevo: è il migliore. Leggevo e dicevo: è straordinario, bellissimo. Leggevo e dicevo: non so dire cosa stavo lì a provare: lo so, ma non lo so dire. Terminato il racconto ho avuto la conferma a ciò che nei giorni scorsi mi ero prefigurato: la letteratura è vanità, inettitudine, pomposità.

Terminato il libro, posso anche non riaverlo o rivederlo più. L’interrogazione, una volta di più, me la porto appresso, (come giogo?).

N.B.

Ho ripetuto molte volte il nome Borges: è un esorcismo.

9-7-8

3 commenti

  1. marcaragno · · Rispondi

    Dopo aver letto Finzioni qualche mese fa, sto leggendo adesso i racconti de L’Aleph. A me Borges fa impazzire. Anzi ammattire. Dopo averlo letto è come se mi avesse messo al centro di una verità, come se mi avesse svelato l’ennesimo mistero di cui non sospettavo neanche l’esistenza. Libero, finalmente. Poi mi sveglio dal sogno(in un altro sogno?)e mi ritrovo legato alla sedia, attaccato, inchiodato, spaesato. Stordito. Con la testa all’aria. Con l’unica certezza di non avere certezze. Un senso vago di nudità.

  2. boh

  3. Grazie. Il tuo post è stato illuminante.

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