Il lupo e la libellula

di carlo brio

La polluzione elettrica s’insinuava nella notte metropolitana in vibrazioni soniche che irradiavano dal locale anonimo e fumoso, raggiungendo i tetti dei grattacieli che ingabbiavano la città. Spiv ascoltava i sudori della Gibson dalla finestra del suo appartamento, al terzo piano dell’edificio: l’aria fresca e il vicolo buio erano l’ideale per fumare una sigaretta e riposare la mente. Quest’ultima operazione, tuttavia, fu impossibile – il tentativo stesso era un fallimento. Il chitarrista guadagnava la sua serata regalando un po’ d’amore alle anime incerte che affollavano il locale, il capo chino, i capelli che nascondevano il viso commosso alla vista degli avventori: regalava un po’ d’amore e non lo sapevano. Ginger serviva ai tavoli: regalava fantasie erotiche per un seno intravisto e un culo scolpito nella minigonna di latex.
L’illuminazione insufficiente, destinata a poche lampade al neon distribuite in modo che alcuni angoli fossero più illuminati di altri, immergeva il locale in una confortante penombra.
Il locale era pieno.
Ginger fece segno a Bill ch’era in pausa. Questi mise un bicchiere al bordo del banco e tornò alle facce che imploravano alcol. Ginger vuotò al volo il bicchiere e, trovato un angolino libero, s’accese una sigaretta. Prima d’uscire, si chiese che faccia avesse il ragazzino che suonava.
L’aria fresca e il buio del vicolo accolsero quelle gambe chilometriche.
Gustavo Mendez era da poco sceso dalla metropolitana e s’aggirava nei rigagnoli della notte metropolitana. Cacciava senza premeditazione: annusava l’aria e cacciava, solo. Gustavo Mendez era un lupo.
Annusò l’aria.
Sentì la carne.
Spiv aveva quasi finito la sigaretta, quando, una decina di metri sotto di lui, una ragazza aprì la porta del locale e, poggiandosi al muro con la spalla, fumava una sigaretta. Lui finiva, lei cominciava. Non vi trovò alcuno scherzo del destino. Si rammaricò solo di non vederla in faccia. Arrivato al filtro, buttò via la cicca e rientrò lasciando la finestra aperta.
Ginger guardava sfilare le auto sulla avenue senza rendersi conto del loro progredire nella notte in fasci di colore ed esalava boccate di fumo che condensavano in forme spiritiche in dissolvenza verso l’alto dei cieli. Non sapeva che qualcuno, dieci metri più in alto, si chiedeva che viso avesse. Non sapeva che qualcuno in fondo al vicolo stesse cacciando.
Gustavo Mendez avanzava nel vicolo fondendosi nel buio, divenendo un’entità liquida, e quindi informe, compenetrava le ombre. Era a cinque metri dalla preda, che non si era accorta di nulla: guardava i taxi sfrecciare. I fari in corsa la illuminavano a intermittenza: flash di gambe e braccia nude abbrancavano le pupille dilatate di Mendez. Un fiocco di brace sfilò a qualche centimetro dal suo muso, improvviso come una libellula kamikaze che lo costrinse ad arretrare d’un passo.
Levò lo sguardo: non vide nulla, nemmeno il cielo costretto nello spazio tra i due edifici.
Riprese ad avanzare.
Sentiva il suo profumo.
Ginger dava le spalle al vicolo, tutta la sua non-attenzione era rivolta al traffico: pensava che tra un paio di minuti la pausa sarebbe finita e avrebbe dovuto rientrare nella bolgia.
Non dubitava che sarebbe rientrata.
Non sapeva.
Una mano le tappò la bocca, la risucchiò nell’ombra, la costrinse al muro. L’altra mano la tastava come cento mani. Mendez la inchiodò col ginocchio al freddo dei mattoni rossi, il freddo le penetrò nelle ossa fino ad intorpidirle la mente, trasse di tasca un coltello che fece balenare nel buio come un gioco di prestigio. Ginger s’irrigidì. Un gorgoglio di piacere scaturì dalla gola di Mendez, che applicò la lama alla pelle bianca della gola e riprese a palpare la ragazza con mano avida che era cento mani pelose e unghiute, seguendo geometrie dettate dal piacere che cresceva di secondo in secondo, alimentato dal suo terrore, dalla sua rassegnazione, dalla rotondità del suo seno, dalla deliziosa sinteticità del latex della gonna che finalmente alzò fino al bacino, intrufolandosi nel calore tra le sue gambe. Quando si sentì penetrare dalle dita del cacciatore, l’ultimo sussulto, quello della preda prima della fine, scattò nel cervello di Ginger, le ghiandole surrenali produssero nuova adrenalina, il terrore le infuse coraggio: con sforzo supremo afferrò le braccia dell’aggressore e, facendo forza col corpo intero, riuscì ad allontanarlo: lo spinse via gridando – la disperazione prese corpo nel grido assorbito dalle pareti di mattoni rossi, così innocue, così fredde.
Corse verso le luci della avenue.
Un passo e Mendez le era addosso. Ginger gridò, lottò, ma quelle dita erano acciaio, e la riportavano nel buio del vicolo, lontano dalla strada, dalla luce – lo sentì ridere.
Il sangue gelò.
Spiv si sporse dalla finestra, quindi lasciò cadere il libro bianco che reggeva nella mano. La traiettoria terminò la sua accelerazione verso il centro della Terra cozzando di taglio contro la pelata di Mendez, che, tramortito, lasciò la ragazza per portare le mani alla testa e sentirle umide di sangue colloso. Ginger corse alla porta ed entrò nel locale.
Spiv saltò.
Ripresosi dal trauma della sorpresa, Mendez si trovò solo.
Credette di trovarsi solo.
Scrutando la liquidità nera, notò qualcosa muoversi, qualcuno.
Da dove è sbucato?
Un brivido corse lungo la schiena. L’ombra si muoveva in circolo, silenziosa. Lui era il centro di quel movimento fluido che non riusciva a capire. Il contatto metallico con il coltello gli restituì sicurezza, con la mano deterse un filo di sangue che dalla fronte stava tuffandosi nell’occhio. Mendez non era abituato a difendersi, non era mai al centro del circolo di caccia, lui era lo squalo nell’oceano notturno, si sentiva a disagio, un sudore freddo strisciava lumacoso giù per il collo, il silenzio dell’ombra lo innervosiva, il movimento era troppo fluido, ossessivo, sembrava che l’ombra fosse davvero un’ombra, che si muovesse senza toccare l’asfalto.
Mendez si tratteneva da qualsiasi mossa, nonostante tutto era riuscito a calmarsi.
Un movimento improvviso di Spiv, un passo di danza in diagonale lo colpì in pieno viso, il centro rintronato da impulsi di dolore, mentre Spiv riprendeva la cadenza fluida e circolare, si muoveva d’accordo con l’ombra, che osservava il lupo. E rideva.
La risata, lieve, giunse anche a Mendez, che seguiva vigile i movimenti di Spiv, la parte destra del viso insensibile, lo seguiva con il coltello puntato: la lama tremava, Spiv rideva. Spiv spezzò il cerchio d’ombra altre due volte.
Mendez ormai non aveva più naso e due incisivi. Non capiva se quello era un incubo. L’incubo, di tanto in tanto, rideva. Quando oramai si sentiva finito, prossimo alla fuga disperata, all’affondo disperato, al grido disperato, siccome anche i lupi hanno le loro divinità, ricordò che il peso che sentiva all’altezza della cintura era la pistola.
Sparò due colpi. Un’unica detonazione.
Un lampo sventrò l’ombra per una breve lacerazione visiva.
Un dolore muto alla zampa destra e la pistola, un’automatica ricettata qualche settimana prima da Sniki Dibi all’angolo tra la Trentatreesima e la Ventinovesima, volò via. Partì un colpo. L’ultimo proiettile rimbalzò impazzito sulle pareti mattoni-rossi del vicolo.
Spiv era intatto. Lasciò partire un pugno.
Il lupo, colpito al ventre e piegato in due, volò per tutta la lunghezza del vicolo fino a schiantarsi nel cassone dell’immondizia. Lo schianto gli svuotò i polmoni e gli spezzò un paio di costole. Il braccio destro divenne un’appendice inservibile, lacerata qua e là dalle ossa fratturate.
Spiv lo afferrò al collo e lo sollevò da terra. I piedi penzolavano come quelli di un impiccato. Lo sentì farfugliare qualcosa attraverso il sangue che copriva come un velo le labbra latine. Ave Maria…Ave Maria…Gli occhi di Gustavo Mendez erano rivoltati all’indietro. Le palpebre fremevano. Solo il bianco appariva, come un’anticamera mortuaria. Spiv raccolse tutte le forze e lo scaraventò nel muro. I mattoni rossi si sbriciolarono e la sagoma morente di Lupo Gustavo Mendez s’impresse come un memento nell’argilla. La sospensione del quasi cadavere durò qualche secondo, poi il corpo strisciò lentamente verso il suolo, lasciando una linea verticale di sangue e pastura gialla.
Quando il culo di Mendez atterrò sull’asfalto, il cuore aveva cessato di battere da un secondo.
Spiv abbandonò il vicolo svoltando in un altro. Prese a fare il giro dell’isolato.
Camminava tranquillo.
L’adrenalina sfrecciava fluorescente all’altezza dello stomaco tra i solchi degli addominali.

primavera/estate 2007

2 commenti

  1. “potrei, se volessi, volare sin oltre il cielo, ed osservarvi da lì, tutti, compreso me, nella vostra e nella nostra piccolezza infinita…”
    Complimenti a lei scrittore…magnifico ed inaspettato sprazzo di natura urbana, vera si e no, ma non importa. Chissà cosa riservano tali parole…a cosa posson dare origine..

  2. ringrazia e s’interroga sulla origine

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: