Dal Premio Luzi Al Futuro Incerto Della Poesia

di Marco Aragno

Ieri sera sono andato alla cerimonia di premiazione del Premio Internazionale Mario Luzi. Teatro Quirino, Roma, a due passi dalla fontana di Trevi, vicino al fiume di turisti che si riversa ogni giorno sulle strade della capitale: scatti di flash, venditori ambulanti, monetine lanciate in acqua ed un sottofondo babelico ormai familiare. Nel pieno, insomma, del ventre cosmopolita della città. L’ingresso del teatro invece era stranamente deserto, animato solo da un una ordinata fila di curiosi. Poco meno di un centinaio. Attirati, credo, dalle telecamere della Rai e dall’arrivo in sordina di Sandro Bondi. Regalo al signor ministro un buonasera e un sorriso di circostanza. Non gli stringo neanche la mano. La gente lo guarda, lo lascia passare, senza troppe cerimonie. Entro e mi siedo al centro della saletta insieme ai pochi presenti. Ma trascorre un quarto d’ora e la sala resta semivuota. Sui palchetti in alto, invece, non c’è anima viva. Mi guardo intorno: sono il più giovane. Sfoggio qualche posa da poeta macho al cameraman che passa da un lato all’altro. Poi le luci si abbassano e inizia finalmente lo spettacolo: viene proiettato un video sull’11 settembre, con una voce in sottofondo che recita dei versi in italiano. Sembra la voce di Mario Luzi. Le immagini proiettate, però, sono sfasate. Il video si interrompe e la voce continua a recitare la poesia in piena solitudine, con una schermata blu che campeggia sul palco. La folla assiste alla gaffe senza obiettare. Qui e lì arriva un sorrisino, un borbottio di disapprovazione. Dietro le quinte si intravedono ombre agitate. Poi, come un deus ex machina, entra finalmente in scena il presentatore. Sganciato un sorriso a trentadue denti, si scusa per l’inconveniente tecnico, cerca di smontare l’imbarazzo e dà avvio alla serata, cedendo subito la parola alla massima istituzione presente, il ministro dei beni culturali. Ma Bondi ha fretta, quindi lascia un foglietto bianco – il suo discorso? – al presentatore, spara un paio di concetti sull’importanza della poesia in questi tempi difficili e se ne va. Si avvicendano sul palco nomi illustri e la serata diventa una passerella di glorie più o meno vecchie della nostra poesia. Prima un’attempata Maria Luisa Spaziani, vecchia amica del poeta fiorentino; poi l’americano Charles Wright, premio pulitzer nel 1998, che declama un immenso e incomprensibile monologo di prosa in inglese: ci salva dalla tiritera solo la traduttrice; Umberto Piersanti, vincitore sez. edita, che recita una poesia e incassa un sacco di congratulazioni; Giancarlo Pontiggia, vincitore sez. saggistica, due parole tirate a lustro sulla sua raccolta ed una scultura in premio di 5 chili; infine gli anonimi vincitori della sez.inedita, un paio di foto ricordo ed un salutino alla telecamera.  Qualcuno in sala già sbadiglia dopo mezz’ora. La giuria, seduta ai primi posti in platea, si limita a recitare le motivazioni dei vari premi assegnati. Poi, quando ormai sonnecchio nella poltroncina a occhi chiusi, mi risveglio di scatto non appena sento fare il mio nome nel microfono. E’ il mio turno. Salgo sul palco in piena trepidazione. Mi schiarisco la voce e scaldo un paio di parole in gola. Sono pronto al mio debutto ufficiale nel mondo della poesia! Ma, ahimé, la tensione evapora subito. Il presentatore mi stringe la mano, mi consegna la targhetta e mi invita a scendere. Osservo la giuria in cerca di uno sguardo, di un cenno. Non ricevo nulla di tutto questo. Sconsolato come un’ombra, scivolo silenziosamente dal palco, prendo la poche cose e schizzo fuori dal teatro, lasciandomelo alle spalle. Serata troppo triste. Anziché sorbirmi un’altra mezz’ora di mortorio preferisco catapultarmi nella bolgia di Trevi, in mezzo al rumore, per ricordare di non essere un fantasma.

Sì, lo confesso senza riserve, la serata non mi è piaciuta affatto: formale, asfittica, spenta. E più che una zona franca dal fracasso indistinto della quotidianità, più che un coraggioso avamposto di letteratura, la cerimonia al teatro Quirino mi è sembrata il necrologio in calce alla nostra poesia. Un lamento funebre all’ultimo Nobel mancato. Di questi tempi di certo non mi aspettavo pienoni e folle prodighe di applausi ma sicuramente qualcosa di più originale, vivo. La serata, invece, si è svolta nella piena indifferenza. Non c’è stato dibattito tra i vincitori e la giuria, non c’è stata presentazione dei premiati, non c’è stata occasione per leggere i loro testi. Soprattutto il vero dato allarmante è che non c’erano i giovani. Colpevole, sicuramente, è anche l’organizzazione di un premio che non ha saputo farsi adeguata pubblicità. Ma non solo. Da buon profeta di sventure, non fatico a riconoscere i segni di una crisi molto più profonda, di cui la serata del premio Luzi è solo la facciata esterna. Se una cerimonia prestigiosa come questa non riesce, in pieno centro di Roma, ad attirare neanche trecento persone e a riempire la sala di un teatro di modeste dimensioni come il Quirino, non c’è alibi che tenga. Davvero nessuno si interessa più di poesia nel nostro paese? Davvero, quindi, la poesia, come forma di linguaggio, ha capitolato di fronte alla modernità?

In una società dove l’immagine non è più potenza della visione ma curiosità voyeuristica, dove la parola non è più deposito di senso ma fucina del vacuo e del pettegolezzo, la poesia è assediata sempre più da una selva babelica di suoni, immagini, rumori, che provengono dalle forme più disparate di comunicazione(uno dei premiati, Grillo Dorfles, parla con persuasione di horror pleni). Il moltiplicarsi di nuovi canali di fruizione ha ridotto le distanze fisiche – ovvero ci ha globalizzati – ma stranamente ha finito anche per sortire l’effetto contrario, cioè produrre tra gli individui un’incomunicabilità di fondo e un sentimento di chiusura verso l’altro. Oggi si comunica in più modi che in passato, ma nelle forme peggiori e in piena solitudine(nelle chatroom, via sms, per telefono etc). Lobomotizzati dalla televisione e appiattiti dalla pubblicità, siamo diventati comunicatori sciatti, non più soggetti attivi ma semplici destinatari: l’omologazione culturale non ha fatto altro che sgretolare l’intimità del singolo, ridurre l’emotività ad una macchina pronta a rispondere, con perfetto sincronismo, a tutte le sollecitazioni provenienti dai massmedia. Un vero livellamento emozionale, che Galimberti non esita a chiamare analfabetismo emotivo. In uno scenario del genere qualcosa si è irrimediabilmente interrotto. La poesia, intesa come apice linguistico dell’umano sentire, si ammala di afasia. Chi può accordare l’orecchio ad una parola che resta incomprensibile e quindi inascoltabile? La poesia diventa così una parola barbara, straniera nella sua terra d’origine. D’altronde sarebbe controproducente scendere a compromessi pur di salvarla, per esempio imbastardendola con codici più moderni e anticonvenzionali (televisione, sms), una pratica dissacratoria particolarmente in voga negli ultimi decenni. Ciò che impone il cambiamento non è l’arretratezza o l’autoreferenzialità del linguaggio poetico in sé, ma la recettività dei fruitori. Senza esplorare le radici antropologiche di questa crisi comunicativa, penso che non sia condizione sufficiente un’organizzazione più accurata o un battage più invadente per rivitalizzare l’interesse nella letteratura. Se non cambiano i modelli culturali di riferimento delle nuove generazioni, se non si agisce in profondità, iniziando proprio dai banchi di scuola, che restano davvero l’unico avamposto della cultura per i ragazzi, la poesia continuerà ad essere sottoposta ad un’inesorabile azione di sradicamento dai nostri costumi e dalla nostra tradizione. In una modernità desertificata, dove anche i sentimenti vengono repressi nel silenzio delle case, o giostrati passivamente dai fili del mercato consumistico, bisogna rivalorizzare la dimensione emozionale dei giovani, insegnare loro ad alfabetizzare le proprie emozioni e ad esprimerle nei modi migliori. Recuperare, quindi, quello stimolo emotivo che spinge a comunicare con l’altro i propri sentimenti. Soltanto così possiamo tornare ad esperire la parola poetica nel suo farsi messaggio, segno intangibile ma duraturo di humanitas.


[a destra: Edward Hopper, Figura solitaria a teatro, 1902-04, Whitney Museum, New York]

31 commenti

  1. Filippo Ansieri · · Rispondi

    Caro Marco,
    ho letto con attenzione il tuo articolo. Ahimè condivido la tua sensazione… La poesia stenta a trovare spazio nel nostro tempo illuminato dalla luce fioca dei monitor. Ma, non so se è speranza o verità, sono convinto che la poesia e la letteratura siano espressione dell’umanità e non prescindono dal tempo in cui si trovano. La poesia è un’elemento della nostra natura al cui richiamo oggi siamo meno esposti. Ci troviamo nella stessa condizione dell’Ulisse di Kafka che passa davanti alle sirene usando tappi di cera e catene per non cedere alla propria natura. Ma, tra noi uomini, c’è anche chi il canto delle sirene riesce ad immaginarlo, a trovarlo o ad essere trovato, e l’astuzia, il “multiforme ingegno”, serve a ben poco…

    a presto
    F.A.

  2. Meursault · · Rispondi

    Ti ringrazio, Filippo, per essere intervenuto. Soprattutto è confortante sentirti dire certe cose. Ma, come hai giustamente detto, siamo meno esposti alla parola poetica, o meglio meno sensibili, più sordi alle ‘sue sirene’. Io penso che la ragione antropologica-culturale, sulla quale non mi sono soffermato nell’articolo, sia legata proprio al nome che si è voluto dare questo bel sito, Linutile, che per me, come per tutti gli altri che lo frequentano, rappresenta una nicchia di ideale preservazione da quell’attività erosiva con la quale la società di oggi si manifesta. La poesia, come l’arte in generale, in questa congerie, soffre di una demitizzazione culturale, e, per converso, ri-mitizzazione negativa che sostituisce agli archetipi gli stereotipi, primo su tutti la televisione. Più in generale le arti soffrono di quella che gli antropologi contemporanei chiamano proprio desacralizzazione(‘il mulino di ofelia’ di Ida Magli). Perchè in fondo, cos’è la poesia se non mito? Quello che viene a destituirsi, nel caso di specie, è la metafisica del linguaggio, ridotto a gamme di suono sempre più insignificanti. La parola diventa funzionalizzata, asservita alle dinamiche dell’ utile e dell’inutile che, in un mondo in cui il prodotto diventa necessità, rappresentano l’unica ‘morale’ possibile. Il linguaggio che tira è quello burocratico, oppure la ‘chiacchiera’ di heideggeriana memoria. E’ il concetto del ‘fare'(da cui la radice etimologica di ‘poesia’)che è stato selvaggiamente stuprato dal concetto di ‘funzione’. Non più ‘cosa fai’ ma ‘come funzioni’. E in questo processo di reificazione permanente cosa siamo più? Intelligenze ridotte a simulacri dell’avvenire? Essenze evaporate in sterili forme? Ti lascio in risposta un’interrogativo che solo un grande come Montale poteva lasciarci e che, sicuramente, vale più di ogni mia o nostra risposta.

    Addii, fischi nel buio, cenni, tosse
    e sportelli abbassati. E’ l’ora. Forse
    gli automi hanno ragione. Come appaiono
    dai corridoi, murati!
    . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

    – Presti anche tu alla fioca
    litania del tuo rapido quest’orrida
    e fedele cadenza di carioca? –

  3. Valentina · · Rispondi

    Gentili Signori,

    capito qui per sbaglio e colgo l’occasione.

    Contrariamente a voi non difendo alcun interesse: mi riferisco al fatto che voi -almeno così sembra- difendete un accanimento insensato e fuori luogo. E questa è sembra una difesa strenua quanto vana sulla prima linea della vacuità.

    Un fumo negli occhi, nei vostri, che vi distoglie dalla ragione, così pare!

    E’ ben noto che sul piano dialettico si possa sostenere di volta qualsiasi cosa si voglia: tutto e il contrario di tutto con la stessa mansueta e rassicurante faccia credibile, o presunta tale, poco importa!

    E questo, è quanto attiene al prologo.

    Andando invece alla sostanza delle cose: è inutile che vi dica che sono una serie di “bufale”, di “bufale” mascherate in modo credibile , le vostre parole.

    Un parlare per luoghi comuni che è inutile e dannoso: almeno ugualmente inutile e dannoso quanto lo sono tutti i premi letterari da quattro soldi. O altre iniziative mal congeniate. O appunto questo parlare da discount: tre parole al prezzo di due e nessun senso!

    Il diritto di critica è un diritto inalienabile della persona umana, come il diritto alla menzogna, al pretesto e alla stupidità.

    Ho letto l’articolo di Marco Aragno e mi sono ricordato di colpo dell’incresciosa esistenza di questi diritti così scomodi.

    Prosit.
    Valentina

  4. valentino · · Rispondi

    mi pongo una domanda: ValentinA come fai ad esserti ricordatO ecc.?

    1. Valentina · · Rispondi

      Ricordata di cosa?

  5. LVDC (il cui vero nome è Aristarco) · · Rispondi

    Valentino o Valentina che sia (come il Victor/Victoria di Blake Edwards), le tue sono state sante parole. Condivido alla grande.

    1. Valentina · · Rispondi

      Quando si è in due non si è mai soli!

  6. marcaragno · · Rispondi

    Al di là del lapsus ortografico, una cosa non mi convince:

    nel prologo hai detto che sul piano dialettico si può sostenere tutto. E allora con quale credibilità posso misurare il tuo discorso? Sul piano ontologico? Animata da quale verità metafisica puoi dire che parliamo per luoghi comuni e che le nostre sono bufale ben mascherate, se non riesci a portare uno straccio di argomentazione? Sempre secondo il tuo prologo, le tue critiche potrebbero essere altrettanto inutili e dannose quanto i nostri presunti luoghi comuni. E poi: quali sarebbero i luoghi comuni di cui mi sarei avvalso nell’articolo? La demitizzazione della società contemporeanea? L’alienazione? L’incomunicabilità? L’essicamento delle forme poetiche? Mi sembranto tutte posizioni – se non sempre ed aprioristicamente condivisibili – accreditate sul piano teorico. Non si tratta, cara valentina, di cavalcare l’onda del pensiero dominante, lasciandosi condizionare da luoghi comuni eteroindotti dall’intellettualismo nazional-popolare o dalla letteratura d’elite, ma piuttosto di prendere coscienza di una realtà culturale e sociale e delle sue problematiche per poterla affrontare degnamente e a testa alta. Chi ti dice, in fondo, che la critica che ho fatto all’interno dell’articolo al sistema dei premi letterari e alla crisi della poesia non mi abbia stimolato a ricercare e costruire altre forme di aggregazione e di confronto culturale? Chi ti dice che non mi sia approcciato in modo diverso alla poesia?

  7. Valentina · · Rispondi

    Il furentismo, come dicono a Bologna, nella vita serve.
    Ma se il furore diventa ardore, ne viene fuori un Marco Aragno bruciacchiato: come un cornetto che per errore sta 15 minuti nel micronde.
    Le tue parole ed i tuoi pensieri non vanno a tempo, mi spiace dirti che non sono perfettamente orientati e sincronizzati.
    Parlare di una cosa, certamente offre la possibilità di richiamarne altre, ma nel tuo articoletto non hai fatto altro che parlare di allusioni generiche ai macrosistemi.
    Abbi la misura più equa della tua impresa. Non basta la voglia di rivoluzione per cambiare il mondo. Non serve la rabbia e l’energia. Non sono a sufficienza un sogno e una idea. No!
    Senza la pacatezza di chi conosce le cose della vita, tutto questo può perfino avere più familiarità con la brutalità che con l’intelligenza.
    Impara a vedere le cose da vicino. Fai i distinguo dovuti: altrimenti ti piglierai la guadagnata etichetta di un Masaniello alla Di Pietro.
    Le rivoluzioni nascono sempre da pochi ma non facciano quei pochi gli stessi errori dei molti!

  8. marcaragno · · Rispondi

    Cara Valentina,
    Mi spiace dirti che hai preso fischi per fiaschi. Non ho mai parlato di rivoluzioni. Né personali né collettive. Ho solo detto che la critica che ho mosso al sistema dei premi e alla crisi della poesia mi ha spinto a ripensare, nel mio piccolo, la poesia stessa e il modo di viverla. Su un punto, al massimo, posso darti ragione: nel mio articolo ho fatto allusione a problemi fin troppo complessi per essere discussi in un pezzo dedicato alla cronaca di una cerimonia di premiazione. Quando l’ho scritto un anno fa in fretta e furia non ci badai più di tanto, non diedi il giusto peso alle parole. A distanza di un anno, per esempio, non riporrei più tanta fiducia nel sistema scolastico, né credo che il problema possa essere qualunquisticamente ridotto alla dimensione emozionale dei giovani. Sono, invece, tutt’oggi convinto della profonda relazione che esiste tra crisi della poesia e crisi di comunicazione. Tra crisi della poesia e svalutazione del sacro. Tra crisi della poesia e ‘postumanesimo’. Forse, sul tema, ho scritto qualcosa di più compiuto nella sezione ‘chi siamo’. Ma oggi comunque mi rendo conto che la discussione richiede l’impiego di strumenti culturali difficili da reperire nel corso di qualche striminzita lettura. Spero tra qualche anno di avere una visione più chiara delle cose. Ma tu abbi almeno la bontà di riconoscere che nel tuo primo intervento hai fatto solo delle sparate. Null’altro che sparate. Prima sparata: sei arrivata/o a dire che sul piano dialettico si può sostenere tutto. Nessuno qui parla per intercessione divina. E’ sul terreno della dialettica che si mettono a confronto idee diverse, per arrivare, auspicabilmente, ad un punto di sintesi. Seconda sparata: parliamo per luoghi comuni. Tutti gli argomenti che trattiamo in questo blog sono tutt’altro che luoghi comuni. Si può criticare il modo in cui affrontiamo alcuni argomenti, ma se si arriva a dire che parliamo per luoghi comuni, mettendo quindi in dubbio la credibilità delle nostre posizioni e della nostra attività, bisogna avere la forza di confrontarsi e di spiegare come e perché. Questo, in fondo, non l’hai ancora fatto. Continui ad arrestarti sulla soglia del vago, del ‘maperò’, della frecciatina, della metafora ad effetto – non mi ci vedo proprio nei panni di un cornetto! Comunque è già di per sé apprezzabile il fatto che sia scesa/o dal piedistallo. O no?

    Cordialità

  9. Valentina · · Rispondi

    Intanto rivendico la mia appartenenza al genere femminile, sempre che questo non ti dispiaccia.
    In secundis non ho mosso alcuna critica strictu sensu o lato sensu al vostro (?) blog. Ma una molto specifica a te. Che tu implicitamente dichiari perfino di accogliere.

    Parli di un Premio, il Luzi, accostandolo strumentalmente a tutta una serie di questioni generiche che con il Luzi non hanno nulla a che fare. Se vuoi fare il giornalista, l’attitudine a falsificare la realtà non ti manca: confortati sei già un passo avanti!

    Quando si è carenti in chiarezza l’altrui diffidenza deve trovare un minimo di accoglienza. E la mia diffidenza nei tuoi confronti non può, pertanto, apparire come forzosa o strumentale. Ergo: non lamentartene neppure!

    Perché ad esempio non fai, visto che ci tieni a tutto questo candore alla Candide (si fa per dire), i nomi e cognomi di premi che sono solo dei pretesti, delle offese e dei pericoli gravi alla poesia e alla cultura? Perché non ci dici chi sono le brigate rosse del nostro tempo, i massoni della poesia? Perché non fai una piccola inchiesta personale? Quanto sei disposto a pagare per conoscere la verità?

    Perché non parli hic et nunc di “questo”, dando a “questo” un nome preciso, un colore, una forma, una dimensione reale e tangibile.
    Parli di tutto e di niente, un minestrone che nessuno avrebbe il coraggio di bersi.
    Facciamo questi benedetti nomi dei premi letterari che ci fanno schifo. Pronunciati a beneficio della concretezza, sii chiaro con te stesso e sarai luminoso per altri!

    Ricordiamoci che le lacune, nella vita in genere, debbono considerarsi legittime sempre in rapporto al proprio essere: grande premio grande responsabilità.
    Lasciamo dunque perdere quei premietti di provincia, di quartiere, quegli innocui esperimenti parrocchiali. Quelle formule finalizzate più alla socialità che alla vera e profonda dimensione culturale. Quelle iniziativa hanno già trovato la loro dimensione: hanno un nome, un cognome, una identità.

    Certamente il Premio Mario Luzi invece mi pare un gran premio con delle belle idee. Ma questo è il mio vedere. Il mio sguardo.

    Ma le altre mascherate fuori stagione, quelle invece non le tolleriamo!
    Parliamo in questi termini: questo ci piace, questo no. E perché!

    Allora a questo punto, per venire all’unico nodo della sostanza che tu ignori ed esorti, ti dico che non riesco a capire come tu abbia da dire sul Premio Luzi.
    Il relativismo interpretativo non è un assoluto, ma soprattutto è modo di procedere che deve battere sempre il passo difronte all’evidenza. E la mia evidenza è che il Luzi è l’unico premio in Italia degno di chiamarsi tale. E se c’è qualcosa di perfettibile tanto meglio: significa che è fatto con le ricette genuine dell’ingegno, della passione e della tradizionale dedizione umana.

    Un pò come gli insetti sull’insalata, un vermetto nella mela: significa che tutto questo è solo più genuino del resto.

    Perché mai avresti partecipato ad un Premio che non ti piace?

    Se vuoi Las Vegas vattene al Laurentum la vera bufala di questo millennio. Uno scempio. Nessuno può impedirmi dal dire la mia, ma se ci fosse una classe di giovani scalpitanti allora questi sarebbero i veri temi da tirare fuori dal cilindro.

    Ma questo cilindro o è bucato o è vuoto, evidentemente.

    Questo è il Laurentum: Premio online, premio sms, i nuovi modi di avvicinare i giovani alla poesia, una poesia per tutti,. la poesia è una emozione. Slogan putridi. Il carretto passava e quell’uomo gridava: Laurentummmmm!!!

    20 euro per un libro iscritto al Premio!!!!!!!!!!! Vi immaginate la Mondadori che chiama?
    “Si? Pronto, qui Mondatori…. Mondatori parla…. Dica? Vogliamo iscrivere un libro… Ah si! Prego…..Allora vi mandiamo i nostri 20 euro…ok? OK!!!”

    Il Laurentum è sommo squallore, è riflesso di questa politica da “due soldi e na pacca sulla spalla”.
    Credo che in Italia, con riferimento ai Premio, non ci sia nulla di più pericoloso, di più subdolo e ambiguo del Premio Laurentum. Io mi sono informata sul web, nulla da spystories, il Laurentum è solo politico: c’è dietro Lorenzo Cesa, Ciocchetti, Letta, L’UDC, Roberto Sergio e la moglie.
    Anni fa, c’è una notizia ancora sul web scoppiò uno scandalo sui finanziamenti e c’eranos empe gli stessi amici della parrocchietta.

    Una giuria fatta da industriali, amministratori delegati, SIMONA IZZO, Daniele Silvestri, che razza di prodotto mostruoso del nostro tempo è?

    Vogliamo dirlo o no? Fosse che sei hai qualche scheletro nell’armadio caro Aragno?
    Io ho le mani pulite e te che hai da dire?!!!

    Io non sono l’avvocato di nessuno e non ho patria da difendere se non il mio libero pensiero.
    Informati sul Luzi: farai solo del bene alla tua sete di conoscenza. Ma ricordati di non andare a cercare le colpe là dove difficilmente le potrai trovare.

    Mi chiedo invece perché non apri un post sul Laurentum.
    Perché non provi a fargli un pò le pulci.

    Io incuriosita da quello che hai scritto mi sono informata sul Premio Mario Luzi e ho letto, con mio sommo piacere, che fanno una specie di campagna denominata “Cultura e Legalità” vattelo a leggere perché io me lo sono letto tutto pensando a te e al Laurentum.

    Abbiamo il coraggio del coraggio: il coraggio della verità. Perché la finta verità potrà darci solo una finta soddisfazione.

  10. marcaragno · · Rispondi

    Cara Valentina,
    non mi sono mai proposto di fare un’inchiesta sui premi letterari! Non sono un giornalista di professione! Né ho cercato di screditare il Premio Mario Luzi in sé che ho avuto persino la fortuna di vincere! Io ho parlato male della serata di premiazione! Ci mancherebbe che io passi pure per il detrattore che infanga la memoria di Mario Luzi e del premio che gli è stato dedicato! La serata, come ho cercato di far capire dall’articolo, non mi è piaciuta per alcune ragioni molto semplici: in primis, si è risolta in una passerella trionfale di poeti blasonati, senza che si desse spazio ai vincitori e alle voci nuove della sez.inedita. In secundis, la sala era praticamente deserta. Meglio soli che mal’accompagnati, mi dirai tu? Forse. Ma io ho cercato di andare oltre, di approfondire le ragioni culturali e sociali di quel deserto. Un premio così ben organizzato, ben finanziato, ben patrocinato come il Luzi – forse, in questo senso, il migliore e più serio in Italia – non riesce neanche ad attirare un centinaio di persone in una saletta come quella del teatro Quirino al centro della capitale? E’ deprimente. Ancor più deprimente notare che ad essere affollate sono proprio le serate di premiazione nelle parrocchie di provincia. Gli altri premi, quelli meno seri, sono nella maggior parte dei casi solo uno specchietto per le allodole, un modo per spellare quattrini – le famose spese di segreteria – e per sostenere le case editrici. Signica che la vera poesia, quella che conta sulla presenza di Charles Wright o di Umberto Piersanti e Paolo Lagazzi, non interessa quasi a nessuno, continua a riciclare se stessa nell’indifferenza generale, a vivacchiare tra premi e serate grazie a generosi benefattori e senescenti appassionati. Questo deserto mi ha portato a riflettere, a meditare. Tutto questo mi ha portato a ripensare la poesia ed i modi per viverla in comunità. Preferisco un poetry slam organizzato tra pochi intimi o un scambio di opinioni a casa di un amico piuttosto che pompose manifestazioni culturali con tante etichette e poca sostanza. Non credo, in fondo, che tu fossi presente a quella serata, no? Non puoi immaginare lo sconforto che provai. Il premio luzi è un ottimo premio, ma quasi nessuno se lo fila. Tanta pubblicità, tanta ufficialità, pochissimi i partecipanti.
    Premio Laurentum? Mai sentito. Sai perché? Mi sono bastate un paio di esperienze negative per capire che concorsi e premi non fanno per me ed hanno poco a che fare con la poesia. Forse in futuro mi capiterà di partecipare ancora a qualche concorso che sia ben organizzato, ma sarò consapevole del suo valore relativo e del fatto che la poesia non è lì, insomma. Quindi non ho nessuno scheletro nell’armadio. Al massimo mi è bastato frugare negli armadi altrui per uscirne scoraggiato.
    L’unica cosa – ripeto – di cui posso darti atto è l’ingenuità con cui ho affrontato problemi di grande spessore all’interno di un resoconto personale, di un semplice articolo di cronaca privata. Ma da qui a dire che ho falsificato la realtà c’è ne vuole! Un premio letterario, in fondo, non può essere un buon pretesto per meditare sullo stato di salute della nostra poesia e del suo pubblico?

  11. marcaragno · · Rispondi

    p.s. nel primo intervento hai scritto:
    ‘Andando invece alla sostanza delle cose: è inutile che vi dica che sono una serie di “bufale”, di “bufale” mascherate in modo credibile , le VOSTRE parole. ‘
    Credevo che ti riferissi a quelli del blog in generale.

  12. Valentina · · Rispondi

    Io non credo che quelloc he dici sia vero e credibile. Io penso solamente che tu provi a spararla grossa su cose che non sono facilmente riscontrabili: tanto chi è che ouò dire se è cosi o meno.
    Intanto sul sito del Premio ho letto che tu il Luzi non l’hai proprio vinto mio caro! Sei solo un segnalato!
    Ma io mi chiedo perché mai continui a falsificare la verità!
    Nons ei credibile. Dimmi perché hai questo affezzionato attaccamento alla bugia!
    Me lo spieghi?
    Perchè dire che si è vinto un premio, perché dire certe cose che sono tutte quante una carrettata avariata di menzogne?!!!!
    Sei troppo superficiale….poi leggo che scrivi che sono ben finanziati ecc… o mi dici quanto….o mi dici paro paro i numeri o sei solo un salumaio e allora vai a vendere la mortadella a 12 euro al chilo.
    Per me sei tagliato per fare il giornalista.

  13. Valentina · · Rispondi

    errata corrige: leggo che sei semplicemente arrivato terzo. Ribadisco, perché devi dire che l’hai vinto! E’ un transfert …avresti voluto vincerlo e questo ti rode?!!!

    Poi vedo che ora fai un passo indietro davanti alle miei parole.
    Ora si scopre che sei stato superficiale, che non volevi criticare, che è un ottimo premio…ecc..

    Ma se allora non volevi dire nulla come emerge in definitiva, mi chiedo perché parli.

    Gli errori si debbono accettare anche quando si passa alla cassa.
    E ora tocca a te.

  14. marcaragno · · Rispondi

    Guarda, avevo rivalutato il tuo intervento, ma dopo gli ultimi due commenti sono ahimé costretto a ricredermi. Hai risposto velocemente e alla peggio. Dubito persino che sia tu ad avermi risposto.
    Comunque, chiariamo quei punti che molto confusamente hai cercato di portare avanti:
    1) Prima mi accusi di essere solo un segnalato. Poi ti correggi ed asserisci che sono ‘semplicemente arrivato terzo’. Oddio, qui la mia ragione vacilla: non rientro tra i tre vincitori? Vincere significa solo posizionarsi al primo posto? Definizione di ‘vincere’ tratta dal de mauro:’ottenere per aver superato una prova, una gara, un concorso e sim.: v. la medaglia d’oro, venti milioni alla lotteria, un premio letterario’. Ho ‘vinto’ una targa per aver superato ‘l’esame’ della giuria. Credo che sia tu a distorcere la realtà, cara, ad arrampicarti sugli specchi, mettendo persino in discussione il significato convenzionale di un termine. Comunque non è assolutamente mia intenzione alimentare questa inutile polemica sulla mia vittoria. I miei amici del blog sanno bene che di questo non me ne sono mai vantato né ho creato occasioni per esaltare il mio ego da aspirante poeta. Il mio amore per la poesia è del tutto disinteressato e prescinde da premi, targhe, riconoscimenti etc
    2) Dove sarebbe la mia superficialità? Ho articolato una risposta piuttosto ampia, mentre tu ti sei ridotta a ribattere confusamente a tutto quello che ho detto. Non avevi più che dire? Non ho rimangiato nulla di quello che ho detto. Trovami una sola frase, una, nell’articolo e nei commenti, dove mi metterei a denigrare il premio mario luzi! Prendo la parte del mio articolo dove ho criticato la serata. Non c’è nessun punto dove ho criticato il premio in sé, che è organizzato benissimo ed è presieduto da una giuria di tutto rispetto. Non mi sembra di aver mai messo in discussione questo. Criticare la serata significa criticare tutto il premio? Pecchi di fallacia compositionis, come avrebbe detto Aristotele. Dire che ho messo alla berlina il premio, con la sua giuria, la sua organizzazione, il suo nome, solo per aver criticato la noiosa serata di premiazione è un sofisma bello e buono.

    ‘Perché – e lo confesso senza riserve – la serata non mi è piaciuta affatto: formale, asfittica, spenta. E più che una zona franca dal fracasso indistinto della quotidianità, più che un coraggioso avamposto di letteratura, la cerimonia al teatro Quirino mi è sembrata il necrologio in calce alla nostra poesia. Un lamento funebre all’ultimo Nobel mancato. Di questi tempi di certo non mi aspettavo pienoni e folle prodighe di applausi ma sicuramente qualcosa di più originale, vivo. La serata, invece, si è svolta nella piena indifferenza. Non c’è stato dibattito tra i vincitori e la giuria, non c’è stata presentazione dei premiati, non c’è stata occasione per leggere i loro testi. Soprattutto il vero dato allarmante è che non c’erano i giovani.’

    Poi, ho riconosciuto sin dal secondo commento che gli argomenti sfiorati nell’articolo meritavano un approfondimento maggiore ed una sede più appropriata per essere discussi. Sono obbligato a difendere tutto quello che ho scritto da 15 anni a questa parte? Anziché essere apprezzato per la mia onestà intellettuale, vengo additato come persona superficiale e contradditoria. Dovresti mettere da parte l’orgoglio e riconoscere tutte le cazzate che hai sparato da quando hai deciso di scrivere qui sopra: che con la dialettica si può sostenere tutto, che parlo-parliamo per luoghi comuni(resta il dubbio se dicevi al singolare o al plurale), che sono superficiale, che sono solo un segnalato, che sono un terzo stranamente non vincitore. Mi sembra sia stata tu a falsificare la realtà. Non fai e non dici nulla per riconoscerlo. Tutti possiamo dire delle cazzate, l’importante è rendersene conto. Ecco, renditene conto.

  15. marcaragno · · Rispondi

    p.s. Cosa non sarebbe riscontrabile? Il teatro Quirino deserto? I quattro gatti coraggiosamente presenti in sala? Che interesse avrei avuto per mentire sul dato numerico?! Per avvallare la mia teoria? Cui prodest? Comunque, la serata fu ripresa dalle telecamere della Rai, e trasmessa in diferrita la sera del 6 giugno su raiuno nell’ambito della trasmissione di Marzullo. Tutte le scene che riprendevano la sala furono appositamente tagliate, proprio perché non c’era nessuno. Se hai la possibilità di procurarti quelle immagini, potrai constatarlo con i tuoi occhi. Nelle rare immagini in cui si intravedono i palchetti e le poltrone, si intuisce chiaramente che i presenti sono pochissimi. Non so, sinceramente, cosa vuoi arrivare a dire…

  16. Valentina · · Rispondi

    Appunto, il punto è questo. Se non sai cosa voglio dire te lo spiego per l’ultima volta.
    Prima una premessa: evita di fare la caricatura della persona intelligente, equivale a fare la perfetta imitazione dello stupido!!!!

    Metti da parte il vocabolario e queste citazioni da giovane marmotta. Nel senso comune vincere il giro d’italia significa essere arrivato primo a Milano. Vincere il campionato significa essere campione d’Italia nel calcio.
    Esiste un significato reale e consuetudinario della lingua, che non è quella roba imbalsamate che vai rincorrendo tu con spirito da isterico ricercatore.

    Ciò detto sei arrivato terzo al Premio. Complimenti ma non l’hai vinto! Ritenta sarai più fortunato.

    Superati i preliminari vieniamo alle conclusioni.

    Tu dici: è ben organizzato, è ottimo autorevole, ottima giuria. Tutto vero.

    Aggiungi: solo una cosa non mi è piaciuta.

    E qui il punto che non condivido. La fonte di tutto questo parlare nostro! Perché per una parte del tutto hai dovuto scrivere tutta questa sinfonia sbagliata?
    Perchè ad una piccola presunta ammaccatura hai associato la fine del mondo?

    Hai creato una architettura che tu stesso non approvi ma l’hai creato così il tuo articoletto.

    Hai fatto in modo che il Premio offrisse il fianco a un ragionamento più grande di lui. Vale per il premio, sarebbe valso per qualsiasi altro oggetto avessi scelto.

    Esattamente come fanno i giornali. Non è un risalire dal generale al particolare o viceversa.
    E’ solo un accostamento insensato e disgustoso: come unire la maionese alla nutella.

    E’ proprio da questo buonismo verso noi stessi, questa leggerezza nel parlare e nel pensare, è da questa grande confusione mentale che nascono le panzane.

    Immagina se un chirurgo fosse superficiale come te: metterebbe il piede al posto dell’occhio e il culo al posto della testa.

    Altro che poeti e pensatori. Se queste sono le premesse, allora viva i chirurghi!

  17. marcaragno · · Rispondi

    Allora,
    trovare un teatro deserto ad una cerimonia così prestigiosa è un dato allarmante, Valentina. Non una semplice ammaccatura. Ancor più vedere una triste passerella di poeti più o meno anziani – come Maria Luisa Spaziani – che ricordano la grande figura di Luzi con una voce fioca, sussurrando appena le parole. Tutta la serata aveva il sapore e la stanchezza di un ricordo. E quei pochi presenti, che hanno avuto il coraggio e la tenacia di restare lì per tutta la serata, sbadigliavano già dopo mezz’ora. Da questo dato, e da altri che nel corso degli ultimi anni ho avuto modo di rilevare, ho tratto una conclusione – forse un po’ corrivamente – sullo stato di salute della nostra poesia al giorno d’oggi. Il premio non valeva come qualsiasi altro oggetto. Si tratta pur sempre di un importante premio letterario! Non di un sacco di patate! E dal quel premio letterario e dalla desolazione che ho percepito alla serata di premiazione ho sviluppato alcune considerazioni che, in gran parte, considero tutt’ora valide. Tanto è vero che questo pezzo ha rappresentato lo spunto per approfondire alcuni argomenti in un intervento pubblicato nella sezione ‘chi siamo’, dove giustifico le ragioni della mia collaborazione a questo blog. Mi sono limitato ingenuamente a lanciare la palla, per sviluppare dibattiti e critiche per il futuro. Non volevo, con questo articolo sulla serata del premio luzi, esaurire tutti gli argomenti che ho messo in campo. Per farlo occorrerebbe un saggio o una tesi di laurea! L’ingenuità sta nell’averli toccati tutti senza andare a fondo e scegliendo una forma di scrittura, l’articolo, che non si presta bene a questi argomenti. Ma non credo che solo per questo avrei dovuto tacere. Capisci? Avrei dovuto farlo diversamente e in una sede più appropriata. Questo sì. Ma mi sembra di averlo riconosciuto già da molti commenti ormai. Rivendico, invece, la scelta di associare temi così delicati ad un’occasione apparentemente frivola e mondana come una cerimonia di premiazione. Quella cerimonia è solo la punta dell’iceberg. E non capisco bene cosa c’entri questo approccio personale con il metodo giornalistico. Vuoi dire che sfrutto le minime occasioni per speculare da gossipparo della cultura su qualsiasi argomento attecchisca bene presso il pubblico? Mi spiace, ma mi conosci poco. Concludendo, ancora devo capire cosa volevi ‘riscontrare’.

    p.s. Un premio letterario è diverso da un campionato di calcio o da un giro d’italia. Al giro d’Italia o nel campionato di calcio non vengono presi in considerazione il secondo ed il terzo posto ai fini della maglia rosa o ai fini dello scudetto. Al premio luzi chi si posiziona al terzo posto è considerato tra i vincitori, a differenza del quarto e del quinto che non hanno testo. Non ho nessuna frustazione per non aver fatto il primo posto. Fu già inaspettato il terzo. Chiuderei qui questa inutile querelle che hai creato soltanto per attaccarmi.

    Cordialità

  18. Valentina · · Rispondi

    Sentio a me sembri un esaltato.

    Non ho mai detto che un premio sia come un campionato di calcio! Sai bene a cosa mi riferivo: ovvero che non hai vinto il Premio come sostenevi. E questa è una interpretazione corretta della lingua italiana.

    Tutto il resto che dici non è credibili e mi disgusta all’ennesima potenza.

    Come mi disgusta questo disprezzo per la voce roca e sottile della Spaziani.

    Preoccupati del fatto che le tue parile invece si spengono nel vento. Non è un problema di voce, credimi. Il tuo è un male ben più cronico!

    Vergognati. Questo credo sia tu! Finalmente il biglietto da visita l’hai estratto: era ora!

  19. marcaragno · · Rispondi

    Vabbè, credo sia giunto il momento di troncare qui questa conversazione.

    ‘Tutto il resto che dici non è credibili e mi disgusta all’ennesima potenza.’

    Ogni cosa che dico, spiego, argomento, non è mai credibile. Quindi è inutile star qui a questionare con te.

    ‘Come mi disgusta questo disprezzo per la voce roca e sottile della Spaziani.’

    Non hai praticamente capito nulla, nulla del mio discorso.

    ‘Vergognati.’

    Sì, certo. Di star a parlare con te.

    Adieu

  20. marcaragno · · Rispondi

    Su richiesta di un mio amico, che ha seguito distrattamente la discussione, cerco di sintetizzare le nostre posizioni.

    Secondo la tua opinione, il mio articolo non avrebbe senso, perché ho sfruttato un’occasione apparentemente ingenua ed insignificante, come una cerimonia di premiazione, per sproloquiare superficialmente sui ‘macrosistemi’ della letteratura e della società.

    Ho scritto quest’articolo un anno fa. Come può capitare a tutti, l’ho riletto e mi sono accorto che l’impostazione è sbagliata. Se lo scrivessi oggi, darei più spazio ai fatti e meno alle conclusioni, evitando di toccare argomenti così complessi all’interno di un semplice articolo, scegliendo eventualmente una forma ed una sede più appropriata per affrontarli. Non mi sento, per questo, di aver ‘falsificato’ la realtà, di aver parlato per luoghi comuni, di essere la rovina del giornalismo italiano! Soprattutto non penso che la cerimonia di un premio prestigioso non possa essere l’occasione ideale per meditare sulla nostra poesia e sul suo pubblico. Come ti ho spiegato, quest’articolo è stato il trampolino di lancio per alimentare tante altre riflessioni. Vuoi che mi dia fuoco per aver toccato un po’ frettolosamente degli argomenti di grande spessore come il consumismo, la crisi della parola e della comunicazione interpersonale? Non esageriamo. Soprattutto: avrò sbagliato il modo ed il tempo, ma non i contenuti, che ritengo tutt’oggi validi. Altro che luoghi comuni.

    Ho cercato di spiegarti questo, dandoti in parte ragione sin dalle prime battute. Tuttavia ti sei ostinata ad attaccarmi, a lanciarmi le offese più gratuite, a capovolgere tutto quello che dicevo, e a non fare un passo avanti per arrivare ad un punto comune di sintesi. Non è questo il modo per crescere e confrontarsi. Non è questo il modo per interloquire.

  21. Jules e la frittata · · Rispondi

    beh.. lunga discussione.. ma la poesia che fine ha fatto? A cosa siete arrivati? Ai diritti? Alle libertà? A Maria Luisa Figa Spaziosa? Più che la sua voce rauca sono i suoi versi a disgustare. Direi che siete arrivati alla frutta. Non vi rimane che fottervi. Non siete liberi nemmeno di scrivere; sempre sotto la frustante dittatura del vostro patetico Io che state qui a trastullare con questi inutili commenti. Basta, vi prego.

  22. marcaragno · · Rispondi

    Jules, ti sei persa Jim?

  23. LVDC (il cui vero nome è Aristarco) · · Rispondi

    Prima qualche breve (forse inutile) premessa.

    x Valentina:
    1) il Giro d’Italia non lo vince chi arriva per primo a Milano, ché esso non termina sempre a Milano e, comunque, conta la classifica generale, non l’arrivo di tappa;

    x marcaragno:
    1) poiché siamo in piena confusione tra i sessi, ci tengo a precisare che Jules (poiché credo che tu ti fossi riferito, nell’ultimo post, al “Jules et Jim” di Truffaut) è un uomo, così come lo è Jim (mai sentita una donna che si chiama Giulio) ed era interpretato da Oskar Werner;
    2) è inutile far ricorso al De Mauro Paravia (strategia squallida a cui ti appigli fin troppo spesso per i miei gusti): da che mondo è mondo, da che Italia è Italia, vince chi arriva primo in una graduatoria (sia sportiva, sia elettorale, sia cinematografica, sia letteraria, sia musicale); tornando a parlare di sport, chi vince la medaglia d’argento (giungendo secondo al traguardo) nella maratona non ha vinto la MARATONA ma ha vinto la MEDAGLIA D’ARGENTO, il che, per quanto possa essere onorevole, non è la stessa cosa; parlando di Giro d’Italia, per qualche anno nel secondo dopoguerra si assegnava la maglia nera, singolare premio destinato all’ultimo arrivato: il fatto che l’ultimo corridore in classifica generale vincesse una maglia (l’equivalente della “targa” in un agone poetico) non vuol dire aver vinto il Giro (anzi…!).

    Venendo alla vostra ridondante discussione, se mi è permesso, avrei qualche considerazione da fare.
    La prima è che, secondo me, l’articolo di Marcaragno era pieno zeppo di luoghi comuni e questo va riconosciuto a Valentina e, poiché lei non sembra avere la voglia (o essere in grado?) d’individuarli, sono pronto a farlo al posto suo, dietro richiesta.
    La seconda è che mi pare evidente che abbiate cominciato col discutere dell’acqua fresca (cos’è, se non acqua fresca, discutere su un articolo che fa delle semplici osservazioni?) e siate poi riusciti a finir col parlare dell’acqua calda (ossia di cose che non c’entravano un cazzo di niente con l’argomento di partenza).
    La terza è che, cara Valentina, devo ammettere che le tue parole del primo commento mi avevano colpito molto in positivo. Invece, ahimè!, le idee che hai portato avanti nei post successivi, anziché rappresentare un’ideale continuazione di quelle esposte inizialmente, spesso sono entrate in contraddizione tra di esse. Spero che tu presti più attenzione, in futuro (e magari in questa medesima discussione), a quello che scrivi.
    La quarta è che, sempre secondo il mio modesto parere, Marcaragno non ha sofferto l’essere arrivato terzo. Se lui dice che, a suo tempo, fu una piacevole sorpresa, non capisco perché non gli si dovrebbe credere: sa che non è facile ed è fin troppo soddisfatto di se stesso. Però, d’altra parte, ritengo che Marcaragno abbia imbastito tutto quell’articoletto crepuscolare e malinconico pieno zeppo di luoghi comuni per farci presente che era arrivato terzo ad un importante concorso letterario. Niente più che un pretesto. Tutta la susseguente querelle sull’acqua fresca prima e calda poi è stato soltanto un effetto indesiderato.
    La quinta è che questo scambio di opinioni non porterà da nessuna parte e quindi, come hanno giustamente arguito Jules e la sua frittata, è meglio smetterla da subito.

    Distinti saluti.

  24. marcaragno · · Rispondi

    Una volta tanto, ho apprezzato la franchezza di Wc.

    Ma:

    Non ho assolutamente utilizzato l’articoletto a mo’ di pretesto per far presente a tutti di essere arrivato terzo. Nell’articolo non lo dico mai, ma faccio solo intuire di aver ricevuto una targa. Tra l’altro, la maggior parte di quelli che frequentano questo blog – come Carlo, Vincenzo, Francesca etc – erano già al corrente del fatto che avessi vinto. Quindi con chi avrei dovuto millantare questo successo personale?

    Avrò sbagliato ad utilizzare l’espressione ‘vincere il premio mario luzi’. Ma è fuor di dubbio che rientri tra i vincitori, no? Anche il secondo che ottiene la medaglia d’argento alla maratona è tra i vincitori e sale sul podio. Figurarsi se mi interessa fregiarmi del titolo di vincitore! Però, confesso, mi sta appassionando seriamente la questione terminologica!

    Sono curioso di capire quali sarebbero i luoghi comuni. Sarebbe bello, senza correre il rischio di produrre una discussione ancor più ridondante, noiosa e inutile della prima, aprire un dibattito serio sui temi toccati nel mio articolo. Quindi, ti prego di esprimere la tua posizione a riguardo. Concordo pienamente sul fatto che si è passati dal parlare dell’acqua fresca all’acqua calda. Purtroppo, credo sia stata colpa del mio primo interlocutore che non ha saputo sostenere una discussione che raggiungesse la soglia della decenza. D’altronde, come darle torto? Sul piano dialettico, dice, si può sostenere tutto. Ciò equivale a dire che una cosa vale l’altra.

    p.s. Perdona la gaffe su Jules e Jim. La confusione tra i sessi ha contagiato anche me. :-)

  25. Valentina · · Rispondi

    Non vi ho risposto prima perché mentre voi falsi eruditi facevate salotto letterario io stavo per morire.
    Ho avuto un brutto incidente. E alla luce di questo, oltre che intempestivo, qualsiasi mio ulteriore commento mi pare pressoché inutile.

    Una cosa in ultimo mi spetta: il peggior commento che abbia mai letto in vita mia è quello di LVDC così falso e specioso da far venire l’orticarie.

    Avete mai sentito parlare di leggerezza? Sembrate tanti cani arrabbiati!!! Vi esercitate continuamente alla ricerca del volo perfetto: non sapendo che dal tetto dell’aia a terra, il vostro, è solo un semplice volo di gallina.

    Marco: non sei male. Ma guarda più in alto che magari vedi le stelle e non la punta impolverata delle tue scarpe. Si rimprovera, di solito, solo chi ha qualche chance nelle vita.

    Un saluto a tutti,
    Vale 21 xxx

  26. x Valentina
    Vorrei sapere perchè usi quel tono di sufficienza nei confronti delle galline? Io le ho e ti posso assicurare che sono animali intelligentissimi e molto interessanti.

  27. Jules e la frittata · · Rispondi

    Cazzo! Valentina ha ragione! Mentre voi ragazzuoli state a giocare con le lettere, c’è gente che la mattina si alza e va a morire! Ma come potete continuare?

    Ma ora seriamente, Valentina, mi rivolgo a te e dico: punta delle scarpe o stelle il risultato è lo stesso; la distanza, il lucore non valgono. Siamo come insetti cecati; brancoliamo appoggiati all’olfatto. Ma io sento solo merda intorno, non ti pare? Forse siamo fatti di merda noi stessi. Il fatto è che, ogni volta che uno spermatozoo sprofonda in un ovulo, germoglia un compromesso, mese più mese meno, ma germoglia e questa è la vita spiegata in una sola parola. Gli sfortunati sono dei fortunati che non capiscono una chance, la possibilità di mettere il punto. La tua chance l’hai avuta ed è andata sprecata, forse perché qualcuno pensa ancora di poter curare.
    Condoglianze.

    J.

  28. Ma ora seriamente,…, anche qui c’è chi s’alza la mattina e va a morire, tutte le mattine.

    e: che l’umana specie brancoli appoggiandosi all’olfatto penso sia falso. (interpretando il “noi” di J. come riferito alla specie cui appartiene, e interpretando la specie cui appartiene come umana. Naturalmente posso sbagliare).

  29. LVDC (il cui vero nome è Aristarco) x Valentina · · Rispondi

    Forse il mio commento non era granché da leggere (e, del resto, non mi sembra di averlo candidato al premio Luzi, tanto per per restare in tema), ma come fai a dire che era falso e specioso? Che ne sai? Come fai a sapere cosa penso realmente? Mah. Misteri dell’intricato formicolìo cerebrale femminile. Dopo questa breve premessa, posso capire, con tutto il rispetto per la tua salute, che c’azzecca in questa discussione che tu hai avuto un incidente? E, soprattutto, perché, alla luce di questa spiacevole disgrazia che ti è capitata, ogni tuo ulteriore commento sarebbe inutile?! Mi dispiace per te, spero che tu ti rimetta in fretta (adesso tornerai a darmi dello specioso, ma non fa niente), ma che avremmo dovuto fare? …Chiudere tutti i salotti affollati da noi falsi eruditi e magari ammainare la bandiera nazionale a lutto perché tu, illustre sconosciuta che ti riempi la bocca di circonlocuzioni logiche vuote più di un cesso dopo aver tirato lo sciacquone e ti senti in diritto di parlare dall’alto della montagna manco fossi Rita Levi Montalcini, hai avuto un incidente? Dimmi il tuo indirizzo e ti manderò un mazzo di rose come augurio di buona guarigione… più di questo non posso fare. Che altro aggiungere? Ah, la leggerezza… giusto, cani che cercano di volare e poi si trasformano in simpatici pennuti saltellanti. Peccato che neanche tu sappia cosa sia la leggerezza.

    Viva la retorica! C’è gente che ogni mattina si alza e va a morire, i calciatori guadagnano troppo, ai bambini ci vorrebbe la zappa in mano al posto dell’ultimo modello di cellulare, non esistono più le mezze stagioni, ecc… ecc…
    Che squallore. La retorica.

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