Ballo – Parte Seconda

Senza titolo-1
[Potete leggere la prima parte del racconto qui]

di Francesca Aprea

Carlos si preparava: di lì a poche ore si sarebbe sposato.
La servitù, come voleva la tradizione familiare, lo aiutò nella vestizione. Era un cerimoniale consueto ed era necessario che si rispettasse: il rampollo doveva essere cinto di onore e gloria.
Carlos, riservato per natura, non aveva mai apprezzato l’appariscenza di certi rituali, quello che per un comune giovin signore poteva rappresentare vanto e onorificenza, per lui altro non era che invadenza. Lo irritava. Oltretutto non condivideva la necessità di usufruire dei servigi altrui, lui che da tempo aveva conosciuto l’autosufficienza. Gli pareva oltremodo superfluo, se non umiliante per sé e per coloro che a tanta soggezione si prostravano. Spesso era solito, verso coloro che si inginocchiavano ai sui piedi in segno di reverenza, tendere la mano per permettere loro di rialzarsi o a coloro che intendevano baciargliele, le sottraeva.
Mandò via i servi.
Aveva bisogno di pensare.
Si guardò allo specchio: il volto smagrito mostrava i segni della notte insonne, appena trascorsa, gli occhi, incastonati in cerchi lividi, quasi parevano sparire, solo mostravano le pupille lustre, gonfie di pianto. L’abito elegante non nascondeva le gambe tremanti.
Pensò a Carmen, non l’avrebbe più rivista.
Pianse dinanzi al riflesso di sé: guardava la sua infelicità.
Pianse come un uomo innamorato.
Era l’alba: Carmen si sentiva fiacca sin dal risveglio, quella mattina, mentre il sole filtrava dalle fessure semichiuse delle finestre. Un fascio di luce entrò nella stanza, la illuminava dal dorso in giù, il volto restava nell’oscurità.
Si alzò dal letto, sentiva il corpo molle, come di chi non ha forza di reagire.
Seminuda, a piedi scalzi, percepiva l’umidità tutta penetrarle nelle ossa. Non le interessava, continuò a passeggiare per la stanza.
Aveva bisogno di pensare.
Si arrestò davanti allo specchio dove ancora vedeva riflessa l’immagine di lei insieme a Carlos, provava rimpianto.
Si guardò: la camicia mostrava la spalla e il seno nudo, lo sguardo saliva su per il collo esile. Carmen si avvinò un poco allo specchio con il volto per meglio vedere le vene sul collo che, quella mattina, le parevano più gonfie del solito, ed intanto con le dita le toccava. Le mani le scendevano lungo il corpo, sui seni e i capezzoli già turgidi, ad occhi chiusi immaginava che a toccarla fosse Carlos.
Aprì gli occhi, ancora fissi sullo specchio: il volto bello, gli occhi scuri e profondi parevano mesti, e sulle gote scendevano lacrime amare, gocce di infelicità.
Pianse per amore.
Carmen e Carlos erano uniti nella separazione.

La tavola era imbandita, il banchetto di nozze poteva avere inizio.
Carlos aveva la fede al dito. La sua sposa, che, in verità, poco lo conosceva, gli si attaccava addosso quasi fosse una zecca. Carlos a stento riusciva a guardarla tanto era brutta: i capelli nero corvino erano raccolti da una corona di fiori pomposa e solo pochi ciuffi le cascavano sul volto dai tratti marcati e mascolini. La fronte alta mostrava un bozzolo buffo, gli occhi piccoli parevano nascondersi tra le sopracciglia folte e gli zigomi spigolosi. Il naso grosso e le narici larghe erano capaci di fare respiri di gran lunga più profondi del normale. Il mento sporgente vedeva qualche pelo qua e là spuntare e il baffetto bruno aveva tutta l’impressione di essere pungente come le spine di un cactus.
Carlos non osava volgersi verso di lei. Accennava, per diplomazia, un sorriso forzato verso gli altri che pure di lui avevano pietà. A stento lo sposo conosceva il nome della sposa.
Gli invitati si accalcavano presso le prebende, gli abiti eleganti non riuscivano a nascondere l’avidità degli uomini. Scalciavano, tiravano gomitate, si spingevano prepotenti pur di avventarsi per primi sulla tavola. Avvoltoi. Pareva non vedessero cibo da anni, eppure di certo pane non gliene mancava a detta delle loro pance gravide.
Ma si sa che chi più ha, più vuole!
S’ingozzavano con una voracità da far inorridire: topas, pavìas di pesce e tortillas de camarones riempivano le bocche, gonfiavano le guance. Talvolta questi personaggi erano soliti, in virtù della loro pragmaticità da commercianti, risparmiare tempo, per cui spesso parlavano a bocca piena, sputacchiando cibo trito di qua e di là o ridevano a crepapelle mostrando i resti di ciò che ancora stavano masticando.
Le donne si mostravano più discrete nell’avvicinarsi al banchetto, e per questa loro ostinazione nell’apparire differenti da ciò che erano, restavano senza mangiar nulla.
Carlos pareva sospeso. Pensava a Carmen.
Mentre lei correva al banchetto.

Il suo volto era appiccicato alla vetrata del locale, osservava. Solo quel vetro la divideva da Carlos.

Osservava.
Lui la vide. Restò impietrito.
Un chiacchiericcio faceva da sottofondo, le donne, vedendo Camen inorridirono, vergognose e pudiche, parlavano tra loro. Quelle voci divennero un boato. Una di loro, la più sfrontata, accecata dall’odio, si avvicinò al vetro e chiuse le tende.
Carmen sorrise a quel volto astioso e con tutto il fiato possibile urlò: – Ragazze tirate le tendine!- poi si voltò e, ridendo forte, si incamminò sulla strada del ritorno.

Ricordava.
Su quella sponda del fiume, ballando, ricordava.
Solo un attimo si voltò: sulla sponda opposta del fiume passeggiava Carlos.
Si guardarono.

4 commenti

  1. Per motivi personali sono tornato a leggere questo racconto. È straordinario. L’avevo apprezzato allora, ho ripetuto l’esperienza. La lingua è eccezionale: ha la capacità d’essere martello e pennello, coltello e musica. Immaginifica.

  2. Amplio quanto in quel commento non ebbi la forza di dire:

    Per motivi personali sono tornato a leggere questo racconto. È sera tardi e, a dispetto di quanto fuori l’aria dica, sto sudando. Le spalle curve, gli rossi e gonfi per la stanchezza, ho riletto il racconto di Carmen, ispirato ad una breve poesia di Lorca, poeta quanto mai amato e che, quasi un anno fa, appassionò le nostre serate di conversatori mai sfiniti. Da questa poesia, pubblicata sul sito, sono nati due racconti: uno, questo che ho appena letto, di mano Aprea, l’altro restato un aborto, di mano Brio (ma, data la mano, non è una sorpresa). Il progetto era: far gemmare due visioni da una poesia e vedere come divergevano o s’intersecavano le storie create. L’avevo proposto io, m’interessava l’immaginale mente apreana, m’interessavano alcune cose riguardo la scrittura e la simultaneità degli eventi. Ma poco cale. Venne pubblicato solo il ballo dell’Aprea. Diciamo le cose come stanno: non è che le letture su questo sito vadano gran che bene, tuttavia la risonanza di questo racconto fu bassissima ed anche nel tempo non mi risulta sia stato molto letto. Sarà che abbiamo sbagliato ad inserire i tag, chi sa! Al di là di tutto questo papiello che è, più o meno, del tutto disutile, vengo al motivo per cui, questa sera di fine settembre, sto scrivendo di questo racconto. Più volte ho ripetuto che la critica va ignorata se non è essa stessa opera d’arte. Questa non è un’opera arte, quindi potete ignorarla e leggere il racconto. Di sicuro ne trarrete giovamento e non v’annoierete con quanto segue. Forse questa non è nemmeno una critica, quindi, non lo so, mettetela un po’ come vi pare. Dicevo che, per motivi personali (che riguardano sì e no quell’aborto di cui sopra), ho riletto il racconto apreano. E mi sono stupito. Punto, qui ho finito.
    La domanda è: perché mi sono stupito? Per diverse ragioni.
    La prima: mentre leggevo, e più leggevo più mi s’apriva un sorriso, mi sono chiesto come fosse possibile che questo testo nessuno se lo sia cagato o come, chi l’abbia letto, non ne abbia poi lasciato traccia. Perché un lettore avrebbe dovuto lasciare traccia del proprio passaggio? Perché il racconto lascia una traccia in chi lo legge e, di solito, se io leggo qualcosa di bello rompo le palle a tutti affinché leggano e s’entusiasmino come a me è successo. Non sono egoista, in questo, penso al bene del mio prossimo.
    La seconda: conosco una persona che ha trovato il racconto condito d’una lingua ampollosa, fatta di periodi troppo lunghi e prolissi, con troppe subordinate e poca incisività. Quando ascoltai questo parere rimasi esterrefatto. Mi dissi: ma che vuol dire? È, secondo me, un parere che non sta né in cielo né in terra, che troppo tiene conto delle correnti modette dimenticando i classici. Ora, non sto dicendo che il racconto sia in sé e per sé un capolavoro, che sia da apparentare ai classici della letteratura eccetera eccetera, suvvia! non siamo sciocchini, ma il ricorso alla forma complessa non è di per sé un errore, né è canone la prosa sparaperiodi miniaturizzati tutti ad effetto (che poi è lassativo, l’unico effetto ottenuto), né si può ricorrere all’argomentazione della semplicità: un testo ha da essere semplice di modo che il lettore possa rispecchiarvisi, e sguazzarci dentro come nella vasca di casa propria. Ricordo a tal proposito una pagina di Guénon in cui, in tutt’altro contesto certamente, il Maestro auspicava un’elevazione dello standard dell’insegnamento così da alzare il livello medio, anche a costo di perdere folla, la quale in ogni caso avrebbe goduto di frutti inattesi. E poi ancora, ricollegandomi al discorso ‘classici’, penso ad una intervista-lezione di Bene su Joyce in cui l’Assente racconta di come giovinetto aveva letto l’Ulisse e di come, ‘ingenuamente’, aveva sperato che, dopo quel libro, non ne fossero pubblicati altri, ma che, finalmente, avessero cominciato a ‘ripubblicare i classici come si deve’. Insomma, insomma, a furia di cose belle e pronte, poi si perde il gusto per certo tipo di portate. E la parola ‘semplificazione’, di questi tempi, non è che proprio sia bella bella.
    La terza: vengo al racconto. È straordinario. La lingua è potente, porta lontano da dove si è seduti a impoltrire. È una lingua materiale, fatta di terra, di odori, umori, ma è pure aerea, musicale. È un coltello, abrade, incide, acuisce la piaga. È un pennello delicato, soffia via e solleva. La capacità di descrizione, cioè di evocazione di territori mai esistiti ma non per questo finti (attenzione!), è davvero allibente per uno come me che si improvvisa scrittorucolo, poiché è la potenza della visione che freme nel momento della creazione, ma se questa viene a mancare al momento della lettura esterna allora si è fallito: qui non avviene. Con me non è avvenuto: ho letto, ho visto, ascoltato, mi sono emozionato…avrei voluto scriverla io una storia in questo modo, con tanto controllo della forma, dell’azione, delle proporzioni. E dunque mi sono emozionato: non solo per la storia in sé, che potrebbe in una certa scena far storcere il naso a chi è venuto su con pane e Rocky o chi s’atteggia ad intellettualino (ormai razza estinta, quella dell’Intellettuale con le palle) e non può apprezzare qualcosa che (apparentemente!!!) non problematizzi con la critica del plus-valore o che in assoluta libertà se ne sbatte dei protocolli narrativi avanguardisti-retrò, ma, dicevo, mi sono emozionato anche per il racconto in sé: per la voce che parla che, a me, e sottolineo a me, fa credere che scrivere è possibile, che le storie si possono raccontare, che da esse se ne possono trarre tutti i frutti necessari a ciò che prescrive la parola amore.
    Fine.

  3. marcaragno · · Rispondi

    Non mi ricordo se fui io a dire che questo racconto era prolisso, povero di incisività. Non credo, però, perché altrimenti rischierei di essere in contraddizione con me stesso a distanza di pochi mesi. Il racconto è scritto benissimo, é quanto di meglio sia riuscito ad apprezzare su Linutile. Sì, ha la compostezza del ‘classico’.
    L’unico limite – qualora potesse essere definito tale – è la lunghezza. Questo limite viene a coincidere con la ragione per la quale, molto probabilmente, nessuno l’ha letto. Su internet andiamo tutti di fretta, leggiamo persino due righe tenendo aperte contemporaneamente diecimila finestre, msn, windows media player, semmai con la televisione in sottofondo. La lettura di un bel racconto come questo richiede intorno silenzio, cioè uno spazio, un cronotopo difficile da reperire di questi tempi. Il racconto breve, spezzettato, dal ritmo frenetico e tagliente si presta molto meglio ai frettolosi utenti della rete, che hanno smesso di essere i lettori di vecchio stampo per diventare degli immensi inghiottitoi mentali, pronti soltanto ad ingurtitare quante più informazioni possibili e a sputare quelle inutili o indigeste.
    Questo limite è anche il limite di questo sito, cioé anche la ragione per la quale le letture non vadano bene. La vita per le riviste letterarie è difficile, figuriamoci la vita dei blog di letteratura!
    Sia chiaro, a me questo limite piace. Altrimenti non starei qui a scrivere.

    Marco.

  4. marco, non mi riferivo a te, tranquillo….altrimenti l’avrei detto ;)

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