Ballo – Prima Parte

di Francesca Aprea

Fugit-Amor-Rodin

L’umido tepore di una giovane mattina estiva si percepiva sulla pelle: l’afa appiccicava le vesti sul corpo bagnato da flebili gocce di sudore, che correvano lungo la schiena lente come fanno sull’asfalto le auto, imbottigliate nel traffico di città, l’aria pesante annuvolava i pensieri di Carmen che, ballando, attraversava le pie vie di Siviglia. Il fiume Guadalquivir era alla sua destra e i passi della donna si modulavano accompagnando il ritmo caotico delle immagini che le pervenivano alla mente, ascoltava la cantilena riposata dell’acqua increspata dal vento africano, vedeva il letto accogliere tre le braccia la sua donna e scorrergli dentro fino a consumarsi.
Le luci dei lampioni, ancora accesi dalla notte appena trascorsa, riflettevano il volto di Carmen, evidenziando i solchi sulle gote flaccide e rugose.
Ricordava.
Tra le braccia di un’amante come Psiche tra quelle di Amore. Scolpito in quel che resta di un blocco di marmo: il sentimento.
Aveva amato molti uomini ma uno le era scalfito ancora nel cuore.
Sentiva le sue mani accarezzarle la pelle, giocare con i riccioli bruni, attorcigliandoseli tra le dita, il suo profumo ancora annusava su quei vecchi abiti consumati dallo scorrere del tempo, che non aveva il coraggio di gettar via, era stato l’unico a guardarla negli occhi, a baciarla con amore, a ignorare la sua misera condizione.

Carlos era l’uomo più avvenente di Siviglia, apparteneva ad un’illustre famiglia aristocratica che aveva ormai perso ogni forma di autorità riguardo le decisioni politiche della città.
Il monopolio esercitato dalla borghesia, e dalla sua evidente capacità di intervenire abilmente negli affari commerciali, faceva di questa classe una vera e propria macchina da denaro che tra l’altro finì per costituire il motore economico della città. I commercianti di Siviglia esportavano prodotti tipici ed ogni genere di bene in tutto il mondo, incontrastabili ormai sui mercati internazionali. Il peso economico della borghesia in ascesa presto divenne potere politico. E l’aristocrazia, abituata alle proprie inettitudini, allo sfrenato gusto per il lusso, il vizio e il parassitismo era stata costretta ad adeguarsi alla nuova situazione cittadina, pur essendo quasi del tutto estromessa dai comitati decisionali. Il fenomeno del nobile decaduto si estendeva a macchia d’olio in tutta la Spagna e le famiglie, un tempo cardini della città andalusa, videro sottrarsi terre e proprietà da una classe che indubbiamente ne fece uso migliore.
Fernando De Torres, il padre di Carlos, aveva compreso bene la situazione ed era forse stato, tra gli aristocratici, quello meno caparbio e orgoglioso, ma di sicuro quello più furbo: aveva presto rinunciato a tutte quelle consuetudini di sfarzo e di inutili sprechi e aveva invece tentato di collimare una solida alleanza con la borghesia, entrando in società con la famiglia Alcazar per un lucroso affare edilizio (si trattava di ottenere gli appalti pubblici per la ricostruzione dell’intero quartiere del Barrio de Santa Cruz) la qual cosa avrebbe ridato lustro al blasone dei De Torres e al loro peso economico e politico in città. Chiaramente entrambe le parti ne avrebbero acquisito dei vantaggi come accade generalmente in ogni tipo di alleanza. Ma come accade da secoli la credibilità
dei soci non è solo affidata ad una mera stipulazione contrattuale, ma si necessita una più forte vicinanza tra le parti sancita da un matrimonio: il bel Carlos avrebbe dovuto sposare Consuelo, l’unica figlia del vecchio Alcazar.
Ma Carlos amava Carmen.
Calava la notte: un silenzio profondo attraversava la città che attendeva il giorno seguente.
L’alba era vicina, e il sonno riposava i respiri che ancora gustavano la pace della notte, in un lampo oramai trascorsa.
Non esiste tempo per colui che è sopraffatto dal sonno: le lancette scandiscono i minuti, le ore avanzano, ma il risveglio torna in un baleno a stroncare il dormiveglia, culla dei sogni, e par che sia trascorso poco più che un battito di ciglia da quando ci si era assopiti. Ecco smorzate le figure che ancora paiono sfocate, ecco abbandonate le visioni notturne, ecco d’improvviso dileguarsi l’unico momento che vede coincidere il sogno con la rappresentazione del reale.
Siviglia si ridesta da un lungo letargo.
Si aprono, scricchiolando, gli infissi dei balconi: illumina una luce d’alba ancora fioca.
Silenzio: solo qualche cinguettìo nell’aria leggera d’ inizio aprile.
In questa terra arida dove di rado stilla un goccia di pioggia e il libeccio umido e forte trascina polveri rossastre fin sulla pelle di questo popolo, che par più bruna, qui, quella mattina le viole erano germogliate. Il vento, più caldo e meno impetuoso del solito, portava l’odore di quei boccioli in fluorescenza di olfatto in olfatto. Il buon umore era nell’aria, pure il suolo sembrava sobbalzare per la felicità.
Le rondinelle erano migrate da paesi caldi e volteggiavano per i cieli di un colore turchino tanto da sembrare volessero fondersi con l’aria. Costruivano i loro nidi al fresco sotto i cappelletti delle grondaie o adiacenti a quelli delle api, riconciliandosi con le ispide nemiche, provando, con loro, un tacito connubio.
Anche la natura si era ridestata.
Era giorno di festa, la settimana santa era appena trascorsa per i devoti andalusi, che consumate le suole a furia di seguire processioni e portar ognuno le proprie croci, gravose, come quella della passione, si preparavano al profano.
La città pareva essere uscita da una favola. Gli addetti ai preparativi, uomini di professione, organizzatori di cerimonie e banchetti, avevano allestito il quartiere di Los Remedios: vi erano centinaia di tendoni allineati e ricoperti di alberi dorati, abbelliti di luci e colori.
Era la feria de Abril.
Alla mezzanotte la festa avrebbe avuto inizio.
La si attendeva frementi.

L’ora era giunta.
Ecco comparire schiere di pellegrini venuti da ogni parte della Spagna, ecco pervenire i ballerini di flamenco presso i tendoni in festa, le loro scarpe ticchettavano lungo il selciato malmesso, quel rumore era un boato di liberazione.
Ha inizio lo spettacolo: le folle seguono i passi della sevillana, si muovono a tempo di musica agitando i corpi accalorati dal sangue che scorreva loro nelle vene misto a sangria. Le donne roteavano la mano sinistra battendo l’asfalto con il piede destro, agitavano sensuali i balzi delle gonnelle infuocate dal calore delle loro gambe, muovevano il bacino e ancora colpivano con il tacco il selciato, un colpo, un altro ancora. I volti, persi nel ritmo, erano truccati in modo accentuato: la pelle bruna, sulle gote, era sporcata da vistose macchie di terra rossa che avvampavano il viso, e un rossetto dello stesso colore del fuoco accarezzava le loro labbra. Gli occhi fissavano il vuoto, battevano talvolta le ciglia su e giù. Andale andale gridavano in coro, sembravano ossessi posseduti da visioni allucinanti. Il godimento, la passione che ribolliva nelle loro carni, pregne e schiave del senso, si irradiava nell’aria già carica di voluttà.
Tra la folla in delirio, Carlos vide Carmen.
Aveva l’impressione che la sua bellezza annientasse qualunque altra cosa vi fosse intorno.
Carlos era rimasto, incantato, a guardarla per ore mentre ballava. Il corpo esile si dimenava sinuoso, tra le mani affusolate portava nacchere di legno che seguivano il ritmo dei sui passi, talvolta abbassava le braccia che lente scendevano lungo il collo e poi giù sui seni e ancora giù sui fianchi, fino a cingersi la vita minuta, le vesti di un colore acrilico accarezzavano morbide le sue forme prosperose, le pieghe della gonna le si inarcavano tra le gambe fino a disegnare un incavo profondo alla flessione degli arti. I capelli neri corvino le si posavano sulle spalle, ad ogni movimento del capo toccavano il volto, giungevano alla bocca semiaperta, appiccicandosi sul rossetto rosa pallido.
I boccoli finivano per essere raccolti in un velo giallo oro attorcigliato a mo’ di turbante, poggiato sul capo, e i sonagli posti sul torciglione, che circoscriveva la circonferenza delle testa, richiamavano il tintinnio delle cavigliere del katachali ai suoi piedi.
Sulle spalle portava una mantiglia di pizzo nera che delicata avvolgeva quelle scapole magre e spigolose. La pelle mora si accapponava ad ogni nota di quella musichetta triviale, volteggiava su se stessa più volte fino a farsi girare la testa, sbandando talvolta verso destra talvolta verso sinistra.
La danza era un dono arrecatole da quei suoi avi sufisti.
Una scrollata di spalle e la mantiglia le cascò per terra.
Carlos, che ancora la osservava, corse verso di lei, raccolse lo scialle, si alzò lentamente, la strinse tra le sue braccia e la baciò.
Non sapeva nulla di lei, solo sentiva il suo cuore pulsare forte e gli pareva di conoscerla da sempre.
Carmen lo prese per mano e lo portò con sé: attraversarono il quartiere, avanzando a passi rapidi, lei lo tirava verso di sé, e talvolta ammiccava con quei suoi occhioni nocciola screziati di un giallino ocra, lo sguardo guizzava repentino ritirandosi poi, come in un gesto di vergogna, accennava un sorriso incredulo. I corpi erano frementi, le mani le une nelle altre tremavano per il troppo desiderio.
Svoltarono l’angolo, erano giunti alla dimora di Carmen.
Ad accoglierli una vecchia ruffiana dai capelli rossi e il viso arcigno, il naso adunco e gli occhi incavati, portava vestiti sciatti, una camicetta stretta e scollata che faceva fuoriuscire per metà i seni afflosciati e una gonna che terminava al ginocchio con uno spacco fino all’inguine, poco consono per la sua età, già avanzata. Una voce stridula diede il benvenuto a don Carlos, ossequiato dalla donna con un inchino garbato che la rese goffa e fuori luogo agli occhi dell’uomo, che pure amava la discrezione.
Carlos entrò lasciandosi alle spalle l’avida donna che compreso, ad un colpo d’occhio, lo status del giovane, meditò che sarebbe stato opportuno indossare la maschera della riverenza pur di trarne vantaggio economico.
Il mondo comprende una categoria di tipi capaci di far tutto in vista di una ricompensa in denaro. Sono avvezzi al male e schiavi del peggior nemico dell’uomo: il soldo. Per questo sarebbero capaci di strappare dal petto il cuore delle loro madri e venderlo tanto quanto pesa.
Sono sanguisughe, che appiccicate alla pelle, succhiano ingorde il sangue dalle vene lasciandole inaridite, incapaci di stillare l’ultima lacrima di porpora. Ti lasciano sfiancato, a morire lì in terra, sgozzato dal loro morso di cui i segni, sul corpo, sono ancora visibili.
Linda rappresentava al meglio la classe.
La porta si chiuse, accompagnata dalla mano arteriosa di Linda, mentre Carlos avanzava a piccoli passi nell’ingresso, guardando tutto intorno con attenzione: le pareti rosate vedevano cascare, in parecchi punti, gli intonaci, le mura erano invecchiate dall’umidità persistente che si infiltrava nelle ossa sino a sentirle scricchiolare a suon di reumatismi, il pavimento malmesso, un marmo granito dalle venature accentuate, mostrava delle zigrinature e schegge che si mischiavano a polveri fino a formare escrescenze agli angoli della stanza. Un lerciume si depositava sotto le suole di Carlos che sentiva le scarpe di cuoio scivolargli dai piedi, le gambe avanzare velocemente, lasciando indietro tutto il resto del corpo. Era in bilico tra stupore e desiderio.
Lo sguardo di Carlos si spostò verso destra: un corridoio lungo e angusto vedeva adiacenti una decina di porte, le più delle quali semiaperte, da queste si udivano ansimi a tratti striduli, un odore di umore riempiva l’aria, alcune femmine si facevano possedere dinanzi alla porta della loro camera, in piedi, o si reggevano con le gambe lungo il dorso del maschio che si dimenava sul loro corpo, altre mezze nude attendevano. Sulla sinistra invece un divanetto di pelle scorticato accoglieva uomini ben vestiti: aveva tutta l’aria di essere una sala per chi aspetta il proprio turno.
Carmen passò senza guardare nulla, tenendo Carlos per mano. Aveva l’intenzione di portarlo subito nella sua stanza, lontano da sguardi indiscreti.
Appena Carmen passò, Pedro, uno dei suoi clienti abituali, che era pazzo di lei, farfugliò qualcosa in dialetto andaluso, si calò i pantaloni e si masturbò.
Carmen filò diritta in camera sua senza rivolgergli gli occhi.
Amore, Carmen non aveva condiviso questo sentimento con alcuno. Era finita nelle braccia di tanti uomini, era stata toccata da tante mani eppure nessuna di quelle che aveva conosciuto possedeva il tatto di Carlos. La sfiorava delicato, come fosse una cosa davvero preziosa, come un oggetto da preservare perché non si frantumi in mille pezzi. Le sue dita disegnavano il suo corpo dalla fronte all’alluce, era come tracciare l’itinerario della sua bellezza, da dove aveva inizio a dove terminava, non si sarebbe mai stancato di accogliere il suo viso tra le meni e di avvicinarlo al suo.
Quella notte si amarono.
Un tintinnio di sonagli seguì i loro movimenti.
Poi si assopirono.
Al risveglio Carmen trovò Carlos che la guardava, giocava con i riccioli poggiati sul cuscino e l’ accarezzava ancora, non ne era esausto.
– Perché mi guardi?- Gli chiese Carmen rivolgendogli gli occhi
– Io vidi Amor che’ begli occhi volgea
soave sì, ch’ ogni altra vista oscura
da indi in qua m’incominciò apparere. – cominciò Carlos, che conosceva a memoria quei versi sin da quando, alla prima lettura, il cuore dal petto, commosso, gli sobbalzò.
Poi si arrestò.
Carmen continuò a guardarlo affascinata dalle sue parole, e gli sorrise.
– La tua bellezza non mi fa distogliere lo sguardo. – aggiunse l’uomo.
– Non posso volgermi altrove. Li vedi i miei occhi, qui, attaccati al tuo volto! Non posso sottrarre queste mani dal tuo petto. Sentono il tuo calore! – ancora disse.
Carmen si lasciò accarezzare. Poggiò la mano su quella dell’uomo: anche lei, sentiva il suo calore.
Carlos d’un tratto s’incupì.
La donna gli si avvicinò, accostò il viso al suo, lo guardò intensamente e gli domandò: – Che cosa c’è? Il tuo volto ha mutato espressione. Ho forse fatto qualcosa che possa averti dispiaciuto? Se è così dimmi, te ne prego!-
– Non esiste alcuna cosa che tu possa fare, e mai, per arrecarmi dispiacere. Dio solo sa, se ci sia stata mai creatura più gentile di te, se mai io sia stato tanto felice…- rispose Carlos sospirando.
– Allora dimmi, cos’è che ti preoccupa?-
L’uomo titubò un attimo, alle mani di lei che gli teneva il viso si sottraeva inclinando la testa all’indietro come per scansare la presa; ma poi, ancora le si avvicinava, la guardava negli occhi e d’un tratto abbassava lo sguardo. La fiamma di una candela, l’unica ad illuminare l’ambiente tetro e angusto, gli si rifletteva su metà della faccia, evidenziava un’ espressione provata dalla fatica di tutte quelle parole che avrebbe dovuto dire e che non aveva il coraggio di pronunciare.
L’altra parte del volto era rivolta verso il muro, oscurata, come la seconda faccia della luna.
Silenzio.
Lui alzò il capo, lentamente, come di chi è caricato di un peso sul groppone e con fatica, a poco a poco prova ad erigersi.
Balbettò qualcosa tra i denti, qualcosa che Carmen non comprese.
Tirò un respiro, lungo, profondo e disse:- Ci vuole coraggio! – poi continuò: – Mai, prima d’ora, ho tradito il mio onore e la mia donna! Amore mi rapito, e non ho tenuto fede alla donna che mio padre ha scelto di darmi in sposa! Non l’amo, giacché amo te, eppure fra soli due giorni la sposerò!-
Gli occhi di Carmen si gonfiarono di pianto, ma fiera quale era, non avrebbe versato una lacrima.
Voltò un attimo il viso, cercando di riprendersi dallo sgomento, che come lama affilata le aveva trafitto il costato. Carlos l’abbracciò tanto forte quasi da stritolarla. Lei si girò verso di lui, lo carezzò in viso,e orgogliosa con un sorriso forzato gli rispose: – Gli uomini del mio popolo hanno schiere di mogli, molti ne hanno avute i miei avi, io ho scelto quest’arte per non essere mai seconda!-
Si guardarono nel silenzio, a lungo.
Lui andò via senza pagare. L’amava davvero.
Carmen restò sul letto fiaccata da quell’amore violento che avvampava come fuoco che acqua non quieta e che la corrodeva dentro, la piegava in due fino a spezzarla come un ramoscello che battuto dal vento resta in terra spaccato.
Bussarono alla porta.
Carmen si alzò dal letto e andò ad aprire: credeva di trovarsi dinanzi Carlos. Ma Linda deluse le sue aspettative. La vecchia arpia era venuta a riscuotere la percentuale sulla notte trascorsa da Carmen con il giovane rampollo. Credendo di trovare una ricompensa di gran lunga maggiore rispetto all’ordinario, era corsa nella camera di Carmen subito dopo che il giovane ne era uscito.
Se ne stava li sulla soglia con la mano tesa in avanti, il palmo all’insù, gli occhi che luccicavano, la bocca semiaperta che vedeva ai lati fuoriuscire bava tanta era la cupidigia.
Carmen, senza risponderle, si voltò e andò via.

[Continua]

6 commenti

  1. Giorgio Di Costanzo (Ischia) · · Rispondi

    Attendo vostre notizie, ragazzi. Non ho il recapito. Scusate per l’intrusione.

  2. Alti e bassi.
    Ci sono alcuni problemi di punteggiatura disseminati qua e là nel testo. Belle invece le varie descrizioni ben rappresentate, che agevolano il ritmo e rievocano in modo appropriato le situazioni che si volevano rappresentare.
    La discussione è vecchia, ma mi pare si sia giunti poi ad un accordo tacito e sensato: poche descrizioni che guidino il lettore.
    Comunque, cara Francesca noto un certo miglioramento, soprattutto nella fase introduttiva che tempo fa, per un altro lavoro, ti avevo criticato.
    Rivedi la punteggiatura e migliora la qualità di qualche tratto narrativo: ci sono punti in cui sembra di leggere una bella poesia ed altri in cui tutto pare sia stato scritto giusto per arrivare dal momento A al momento B.
    Cari saluti, G.

  3. Giorgio Di Costanzo (Ischia) · · Rispondi

    Ancora con la puntuazione, direbbe il divino Maestro, Carmelo Bene? E i testi della mia adorata amica Amelia Rosselli, disseminati tutti di “lapsus”, “errori” ortografici, svarioni, etc?
    Ai giovani un solo consiglio: alla larga dai professoressi e dai poetessi!!! Rischiano di fare la fine di Andrea De Caro, Maria Luigia Spacciani oppure Imelde Mordicchione Pasini (premio Radicchio di Treviso per la raccolta “Attimi d’attesa”, Ottangolo editore, 2000). Alla larga dai mordelli e dai campietti, dalle noci d’oro e i carciofi d’argento di Frosinone, dagli industriali del cadavere con i loro codazzi di rospi, serponi (cfr. Dino Campana), dalle Artidora Fagioli Barlotti, dai Pier Maria Frocini, Alterco Asinor Rosa, Renato Bottilli, Mario Budino, il ragionier Maurilio Cacchi, Figo Orrengo, Pio Marcoaldi da Pietrelcina, Cessi de Luca, etc.
    Un abbraccio a tutti

  4. Ho riletto il testo più volte, non mi sembra ci siano errori di punteggiatura,perlomeno considerando l’intonazione che ho voluto dare ai singoli periodi, alle sequenze narrative, all’intero racconto. Caro Genni apprezzo l’interesse che mostri verso le mie prose, ma come al solito, mi trovo in poco accordo con i tuoi consigli. Non ti nascondo che il mio lavoro non ancora mi soddisfi del tutto, forse per una personalissima disposizione caratteriale, che direi catastofista. Il miglioramento della mia prosa è dovuto ad uno strenuo esecizio di scrittura, un itinerario individuale. Non è merito dell’uno o dell’altro consiglio. Ad ogni modo il percorso è ancora lungo e tortuoso, il lavoro ancora arduo. Ho appena cominciato a gattare le fondamenta, da qui, poggiando un tassello sull’altro,gradualmente, proverò ad arrivare in cima.
    Le descrizioni in verità mi paiono molte, il lettore è giudato anche troppo, lasciamogli almeno un misero spazio d’immaginazione!
    F.A.

  5. […] Nota: il motivo di questo racconto è spiegato qui. Il compare di questo racconto è qui. […]

  6. si impara sempre….

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